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Ma dimmi, chi tu se', che 'n sì dolente luogo se' messa, et a sì fatta pena ;

che s'altra è maggio, nulla è sì spiacente. Et elli a me: La tua città, ch'è piena d'Invidia sì, che già trabocca il sacco; seco mi tenne in la vita serena. Voi, cittadini, mi chiamasti Ciacco; per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. Et io anima trista, non son sola;

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che tutte queste a simil pena stanno,

per simil colpa; et più non fe' parola.

Io li risposi Ciacco, il tu' affanno

mi

pesa sì, c' a lagrimar m'invita : ma dimmi, se tu sai, a che verranno Li cittadin de la città partita;

s' alcun v'è Giusto; et dimmi la cagione, perchè l'à tanta Discordi' assalita. Et quelli a me : Di po' lunga tencione verrann' al sangue; et la parte selvaggia caccerà l'altra, con molt' offensione. Poi appresso convien, che questa caggia infra tre Soli; et che l'altra sormonti con la forza di tal, che testè piaggia. Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l'altra sotto gravi pesi;

come che di ciò pianga, et chenn' adonti.

Giusti son due, ma non vi sono 'ntesi:
Superbia, Invidia, et Avaritia sono
le tre faville, c' ànno i cuori accesi.
Qui puose fine al lacrimabil sono.

.

Et io a lui: Ancor vo', chemm' insegni, et che di più parlar mi facci dono: Farinata, e 'l Tegghiajo, che fur sì degni; Jacopo Rusticucci, Arrigo, e 'l Mosca, et li altri, c'a ben far puoser l'ingegni ; Dimmi, ove sono; et fa ch' io li conosca : che gran disio mi stringe di savere,

se'l Ciel gli addolcia, o l'Inferno li attosca. Et quelli: Ei son tra l'anime più nere: diversa colpa giù li grava al fondo: se tanto scendi; là i potrai vedere. Ma quando tu sarai nel dolce Mondo; pregoti, c' a la mente altrui mi rechi: più non ti dico, et più non ti rispondo. Li diritti occhi torse allora in biechi; guardommi un poco; et poi chinò la testa; cadde con essa, a par degli altri ciechi. El Duca diss' allui: Più non si desta

di

qua dal suon de l'Angelica tromba: quando vedrà la nimica Podesta : Ciascun rivederà la trista tomba ; ripiglerà sua carne, et sua figura ; udirà quel, ch' in eterno rimbomba.

Si trapassammo per soza mistura

dell'ombre, et de la pioggia, a passi Ienti, toccand' un poco la Vita futura : Perch' i' dissi: Maestro, esti tormenti crescerann' ei, dopo la gran sentenza, o fien minori, o saran sì cocenti? Et elli a me Ritorna a tua scienza ; che vuol, quanto la cosa è più perfetta, più senta 'l bene, et così la dollienza. Tutto che questa gente maledetta

in vera perfection giammai non vadą: di là, più che di qua, esser aspecta. Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando più assai, ch' i' non ridico: venimmo al punto, dove si digrada : Quivi trovammo Pluto il gran nimico.

CANTO SETTIMO.

PAPE Satan, pape Satan aleppe,

cominciò Pluto con la voce chioccia: et quel Savio gentil, che tutto seppe; Disse, per confortarmi: Non ti noccia la tua paura; che poder, ch' elli abbia, non ti terrà lo scender questa roccia. Poi si rivols' a quell' enfiata labbia, et disse: Taci, maladetto lupo: consuma dentro te con la tua rabbia. Non è sanza cagion l'andare al cupo: vuolsi ne l'alto, là dove Michele fe' la vendetta del superbo strupo. Quali dal vento le gonfiate vele caggion avolte, poi che l'alber fiacca : tal cadd' a terra la fiera crudele. Così scendemmo ne la quarta lacca, prendendo più de la dolente ripa, che 'l mal dell' universo tutto, 'nsacca.

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