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8. Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, Le bocche aperse e mostrocci le sanne; Non avea membro che tenesse fermo: 9. E il duca mio distese le sue spanne, Prese la terra, e con piene le pugna La gitto dentro alle bramose canne. 10. Qual è quel cane ch'abbaiando agugna, E si racqueta poi che 'l pasto morde, Che solo a divorarlo intende e pugna;

11. Cotai si fecer quelle facce lorde

Dello demonio Cerbero, che 'ntrona L'anime si ch' esser vorrebber sorde. 42. Noi passavam su per l'ombre che adona La greve pioggia, e ponevám le piante Sopra lor vanità che par persona.

13. Elle giacean per terra tutte quante,

Fuor d'una, ch'a seder si levò, ratto Ch'ella ci vide passarsi davante. 14.0 tu che se' per questo inferno tratto (Mi disse), riconoscimi, se sai.

Tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto.

scellerati (Machab. II, XII, 25), e ben profani chiama coloro quorum deus venter est (ad Philipp., III, 49). II mangiarli che fa Cerbero e lo star essi cosi distesi, somiglia al tormento di Tizio nel VI dell' Eneide.

8. (SL) GRAN. En., VI: Cerberus... ingens. Ov. Met., IV: Tria Cerberus extulit ora: Et tres latratus simul edidit.VERMO. In antico valeva qualunque sia fiera schifosa. Così nel Pulci (IV, 15). Ariosto: Che al gran vermo infernal mette la briglia, Vermo, nei salmi penitenziali, falsamente attribuiti a Dante, è detto il demonio.APERSE. Æn., VI: Ille, fame rabida tria guttura pandens. - FERMO. Virgilio, di Cerbero (Æn., VI): Horrere videns jam colla colubris. Georg., III: Tota tremor pertentet equorum Corpora. - III: Tremit artus. Stat., II: Omnes capitum subrexit hiatus (di Cerbero).

(F) VERMO. Cerbero co'suoi latrati è simbolo della rea coscienza; della quale Isaia: Vermis eorum non morietur (LXVI, 24).

9. (SL) GITTO. En., VI: Offam objicit. Quivi d'una ciambella soporifera.

(F) TERRA. Mostra la viltà della fiera, cioè del vizio. Qui meglio s'intende quello del canto 1: Non ciberà terra. - GITTO. Virgilio è la ragione che vince la fiera vile.

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ras.

11. (SL) FACCE. En., IV: Tria... ora. Il Cerbero dantesco non ha ceffo di cane: latra caninamente a modo di cane. Virgilio, d'Aletto (Æn., VII): Tam sævæ facies. -NTRONA. En., VI: Personat. Ov. Met., VII: Raida qui concitus ira Implevit pariter ternis latratibus auL'ANIME. Æn., VI: Ingens janitor antrum Ælernum latrans exangues terreat umbras. 12. (L) ADONA: doma. PERSONA: del corpo. (SL) ADONA. L' usa il Villani (VI, 80). SONA. Æn., VI: Tenues sine corpore vitas... cava sub imagine formæ. - Domos Ditis vacuas, et inania regna. 13. (L) RATTO: tosto. Ci: noi davanti a sè. 14. (L) DISFATTO: morto. - - FATTO: nato.

PER

(SL) DISFATTO. Bocc.: Hanno se medesimi diso

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Si che non par ch'i' ti vedessi mai. 16. Ma dimmi chi tu se' che in si dolente Luogo se' messa, e a si fatta pena. Che s'altra è maggio, nulla è si spiacente.. 17. Ed egli a me: La tua città, ch'è pienaD'invidia, si che già trabocca il sacco, Seco mi tenne in la vita serena. 18. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco. Per la dannosa colpa della gola, Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco. 19. Ed io, anima trista, non son sola; Chè tutte queste a simil pena stanno Per simil colpa.

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E più non fe' parola. Ciacco, il tuo affanno Mi pesa si che a lagrimar m' invita: Ma dimmi, se tu sai, a che verranno 21. Li cittadin della città partita;

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nestamente disfatti (uccisi). Per morto l' avevano i Francesi fino nel 500 (Montluc., I, 32).

15. (L) TIRA FUOR DELLA MIA MENTE: trasfigura l'imagine.

16. (L) MAGGIO: maggiore. NULLA nessuna.

(SL) MAGGIO (Par., XXVIII, t. 26). Come peggio per peggiore. In Firenze Via Maggio. 17. (L) TUA CITTÀ: Firenze. IN LA VITA: vivo. 18. (L) CIACCO: porco.

(SL) CIACCO. Lo nomina il Boccaccio, e loda per piacevoli motti e per gaia eloquenza. Uno da tutti chiamato Ciacco, L'Anonimo lo dice uom di corte, cioè buffone: li quali più usano questo vizio che altra gente... Ebbe in sè, secondo buffone, leggiadri costumi e belli motti: usò con li valenti uomini e dispettò li cattivi. E bene si conviene a si cattivo vizio e vile mettere si vile maniera di gente, come uomini che stanno alla mercè d'ogni uomo, e con lusinghe e bugie vogliono servire... I mali di Firenze Dante conosceva originati da'vizii di que'grandi co'quali Ciacco viveva. - FIACCO. Sotto la grandine grossa e la pioggia che adona.

(F) DANNOSA. Hor. Ep., I, 18: Damnosa Venus. Davanz. Per la dannosa gola, di bellissimo, grasso e sconcio uomo divenne. Ecel., XXXVII, 54: Per la crapula molti perirono. Grida anche il Boccaccio contro que'suo concittadini che trattavano briachi le cose pubbliche. Il Poeta pone i golosi sotto i lascivi, come vizio più vile.

20. (SL) INVITA. Con meno parsimonia il Tasso: E gli occhi a lagrimar gl' invoglia e sforza. Ma forse invitare è languido. Bene l'Alfieri: Che mi percuste e a lagrimar mi sforza.

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TAL: uno. - TESTE: ora.

(SL) SOLI. In Nemesiano. La visione si finge nel 1500: nel 1502 Dante co' Bianchi fu soppiantato e sbandito. SORMONTI. Assoluto nel Machiavelli (Framm. storici). PIAGGIA. Carlo di Valois, per lo quale, dice l' Ottimo, papa Bonifazio avea mandato per cacciare quelli della casa d'Aragona dalla signoria di Sicilia. Vill., VIII, 69: I grandi di parte Nera, e quelli che piaggiavano con il legato.

24. (L) FRONTI de' Guelfi. — N': se ne.

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25. (L) Sox: ci son.

(SL) Dro. Dante e Guido Cavalcanti, amico suo, richiamato d'esilio da lui quand' era priore. Dante volle con arti simili conciliare le civili discordie e non potè. Ezech., XIV, 45, 14: Terra cum peccaverit mihi... conteram virgam panis ejus....... Et si fuerint tres viri isti (justi) in medio ejus. Giusto qui vale amico a giustizia, non santo. Nell' XI del Purgatorio Dante accenna a sè e al Cavalcanti, in modo simile senza dire il suo nome: Ha tolto l'uno all' altro Guido La gloria della lingua: e forse è nato Chi l'uno e l'altro caccerà di nido. In una canzone scritta dall' esilio circa il 1504 parla di tre cittadini men perversi degli altri; nel Purgatorio parla di tre vecchi di Romagna, rimprovero dell' antica età alla moderna. [Dante, Rime: Canzone, a tre men rei di nostra terra Te n'andrai, anzi che tu vadi altrove. Li due saluta; e l'altro fa che prove Di trarlo fuor di mala setta in pria: Digli che il buon col buon non prende guerra Prima che co’malvagi vincer prove. ] FAVILLE: Inf., XV: Gente avara, invidiosa e superba. Vill., VIII, 96: Per le peccata della superbia, invidia ed avarizia erano partiti a setta. - Ivi, 68: Molti peccati commessi per la superbia, invidia ed avarizia di nostri cittadini che allora guidavano la terra. Altrove (VII, 57) accusa d'invidia i Donati. ACCESI. En., IV: Accendit animos.

(F) Duo. Arist. Fis., IV: Il due è il numero minimo. 26. (L) Sroxo: parole.

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(SL) LACRIMABIL. Æn., XI: Lacrymosis vocibus. III: Gemitus lacrymabilis. —SroNo. Georg., IV: Sonitum... sensit (di voce dolente). INSEGNI. Æn., VI: Ne quære doceri. E in questo senso assai volte. DONO: Petr. E in don le chieggo sua dolce favella. 27. (SL) FARINATA. Inf., X. TEGGHIAIO. Inf., XVI. Fa Tegghiaio di dne sillabe, che cosi pronunciavano. Petr. Ecco Cin da Pistoia, Guitton d'Arezzo. DE

28. Dimmi ove sono, e fa ch'io gli conosca ; Chè gran desio mi stringe di sapere Se 'l ciel gli addolcia, o lo'nferno gli attosca.29. E quegli: Ei son tra l'anime più nere. Diversa colpa giù gli aggrava al fondo. Se tanto scendi, gli potrai vedere. 30. Ma quando tu sarai nel dolce mondo, Pregoti ch'alla mente altrui mi rechi. Più non ti dico, e più non ti rispondo. 31. Gli diritti occhi torse allora in biechi; Guardommi un poco, e poi chinò la testa: Cadde con essa, a par degli altri ciechi. 32. El duca disse a me: Più non si desta Di qua dal suon dell'angelica tromba, Quando verrà la nimica podesta. 33. Ciascun ritroverà la trista tomba, Ripiglierà sua cárne e sua figura, Udirà quel che in eterno rimbomba. 34. Si trapassammo per sozza mistura Dell'ombre e della pioggia a passi lenti, Toccando un poco la vita futura.

GNI. Li loda, non come peccatori, ma come benemeriti cittadini. RUSTICUCCI. Inf., XVI. MOSCA. Inferno, XXVIII. POSER. Ecclesiastes, VIII. 16: Apposui cor meum ut scirem sapientiam. Dino, XII: Poniale l'animo a guisa che la nostra città debba posare. 28. (L) ADDOLCIA: Consola.

(SL) ADDOLCIA. Prov., XXVII, 9: Anima dulcoratur. ATTOSCA. Nel Novellino e in Esopo. 29. (SL) AGGRAVA. En., VI: Urgentur penis. 30. (SL) DOLCE. Æn., VI: Dulcis vite. RECHI. 1 non vili Dante fa desiderosi di vivere nella memoria degli uomini (Inf., XHI, XV, XVI e altrove). Ciacco dunque era a Dante uomo non tanto dispregevole. E i discorsi ch' e' gli pone in bocca sono di pio cittadino. 31. (SL) TORSE. Georg., IV: Oculos intorsil. CADDE. Lucan., VI: Sic postquam fata peregit Stat vultu mœstus tacito, mortemque reposeit. — CIECHI, Nel canto seguente, guerci della mente gli avari. Ciechi, inoltre, per la grandine tenebrosa.

(F) CIECHI. Som. (de' dannati): Cæcitas et he

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(SL) TRISTA, se chiude un corpo dannato a penare; e se la pena, dopo la risurrezione, s'aggrava. RIPIGLIERA. Som.: Ripreso il corpo. Segneri : Se voi poteste ritornare nel mondo e ripigliare i vostri cadaveri. - QUEL. Matth., XXV, 44: Hene da me, maledetti, nel fuoco eterno.

(F) RIMBOMBA. Som., 5, 59, 5; Suppl. 85 (del

giudizio). 34. (L) Sì: cosi. LA VITA FUTURA: la questione della vita futura.

(SL) OMBRE. Stat.: Per umbras Et caligantes umbrarum examine campos. Calca insieme le anime e il fango per mostrare la viltà di quel vizio.

(F) FUTURA. Som., 2, 4, 406 (della vita futura).

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(F) SENTENZA. Bern., de trans. S. Malach.: È definita ma non ancor promulgata la sentenza. 36. (L) DOGLIENZA : dolore.

(SL) [Più. S. Agost.: Quando seguirà la risurrezione della carne, e i gaudii de' buoni e i tormenti de' tristi saranno maggiori. ]

(F) SCIENZA, Aristotile (de Anima) dice che l' anima in corpo più perfetto meglio conosce: in corpo cui alcuno organo manchi, manco è l'intendere. Greg., Dial., IV, 28.

37. (L) DỊ LÀ del giudizio; dopo.

(F) PERFEZION. Som.: La beatitudine è bene per

38. Noi aggirammo a tondo quella strada, Parlando più assai ch'io non ridico. Venimmo al punto dove si digrada: 39. Quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

fetto, come è provato nel primo dell'Etica, il che non sarebbe se l'uomo non si perfezionasse per essa in tutte sue parti. L'anima senza corpo non ha perfezione di natura, essendo questo naturalmente parte dell'anima umana. - ASPETTA. Som. Siccome tra'beati sarà perfettissima carità, così tra'dannati perfettissimo odio. C'è anche nel male una certa perfezione, onde nella Somma: Perfezione dell' ira. E altrove: La beatitudine dell' anima ridonderà nel corpo si ch' anch'esso possegga la propria perfezione. - Del corpo è ultima perfezione congiungersi alla natura spirituale. - Ogni ente appelisce la propria perfezione, cioè il bene perfetto, Della perfeche sia complemento dell' essere di lui. zione dopo il giudizio, vedi Som., Suppl., 8, 5. 38. (L) Si digrADA: si scende al quarto cerchio. (SL) AGGIRAMMO. Dopo parlato con Ciacco, non GRAN. andarono per mezzo il cerchio, ma sull' orlo. En., VI: Ditis magni.

39. (L) PLUTO: dio delle ricchezzo.

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La parte selvaggia.

Parle bianca è cosi chiamata anche da Giovanni Villani perchè comandata da Vieri de' Cerchi, venuto di Val di Nievole, il quale combatte in Campaldino con Dante nel 1289 (4), e fin dal 1294 era avverso ai Donati nobilissimi (2). La casa Cerchi, detta da Benvenuto rustica e proterca, venne dalla Pieve d'Acone: nobiltà nuova e disprezzata da Dante (3). Ricchissimi mercatanti, che la loro compagnia era delle maggiori del mondo; morbidi, salvatichi ingrati, come gente venuta in picciol tempo in grande stato e potere. Corso Donati chiamava Vieri de' Cerchi l'asino di porta, perch' era uomo bellissimo, ma di poca malizia né di bel parlare (4). Salvatico in antico chiamavasi ogni uomo nemico di civile uguaglianza. Salvatichi l'Ottimo chiama i tiranni.

Ma perchè meglio si comprenda la consonanza che è ne' concetti e nelle imagini e sin nelle parole di questo Poeta, consonanza tra loro e tra sé e con la tradizione e con la storia de' tempi, giova raccogliere da' luoghi varii del poema i significati che egli dà manifesti alle voci selva, deserto, villano, coltura, frutto, giardino; e ap

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parrà chiaro come sotto il velo de' versi suoi si nasconda non solo un'idea politica, ma e civile e morale che tutte sono dalla religiosa abbracciate.

Cammin silvestro (1) è a lui quel d'Inferno là sull'entrare, e là nella bolgia de' barattieri ove selva non è. Il mondo a lui appare deserto d'ogni virtù, e gravido di malizia; deserto aspro (2) abbisognante del ristoro della manna verace; e la vita una selva, e i viventi silvani (3); e una sola la città, la Roma celeste, della qual Cristo è romano. Tanto più maligno e silvestro il terreno dell'anima (4) col mal seme e non coltivato quant'egli da natura ha più di vigore. Italia gli appare come fiera indomita e selvaggia (5). Firenze trista selva (6) lasciata dal francese cacciatore in istato tale che mill'anni son poco a ben rinselvarla; Arno fiero fiume, come que' dell'Inferno vallon feri (7). Le donne fiorentine più sfacciate che le barbare e le saracine, men pudiche che quelle della Barbagia sarda (8). II secolo tutto in Italia selvaggio (9), e il drudo

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feroce (4), che contamina de' suoi baci la mistica donna, trarre il carro e lei per la selva, e nasconderla al doloroso desiderio del Poeta.

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Il seme degli alti Fiorentini (4) è a lui il dolce fico (2), gli altri son sorbi lazzi; appunto come nel mal'orto di Frate Alberico crebbe quel fico di tradimento che gli si cambia laggiù con un datlero (3). Crescono dal letame delle bestie di Fiesole piante che non somigliano alla santa sementa (4) di prima, dacchè il Mosca disse la parola che fu mal seme (5) a tutta Toscana (cosi come la parola del Sacerdote fu mala sementa per

natori di scandali e di divisioni (7). E già tutta Romagna era ripiena di sterpi venenosi, che tardi per coltivare sradicherebbersi (8); e in tutto il mondo il buon volere da prima fiorisce negli uomini, ma poi la pioggia continua fa imbozzacchire le susine pere (9). E nella Chiesa di Dio sono non solamente sterpi eretici (10), ma la vi gna eletta anch'essa imbianca se il vignaiuolo è reo, e non lo punge l'ortica (11) del pentimento, e la vite diventa pruno (12). I chiostri già rendevano fertilmente al cielo, ma poi fecersi vani: e la muffa dov'era la gromma (13). Le Badie son fatte spelonche (14); le cocolle, sacca piene di farina ria. Aveva già detto Firenze piena d'invidia sicché il sacco trabocca (15), e l'inferno il luogo che insacca il male di tutto l'universo (16).

Alle quali imagini fanno contrapposto quelle della cortesia e del valore (2) rimpianti nella Firenze d'un tempo, e che più non si trovavano nel paese irrigato dall'Adige e dal Po (3), e quelle dell'amore e della cortesia che ispiravano a nobili affanni e ad agi non vili le donne e i cavalieri della immalvagita Romagna (4). Cortesia ei Giudei (6)), e altri al Mosca successero semivalore fa il Poeta essere rimprovero del secolo selvaggio; e siccome nel XVI del Purgatorio egli dice rimasti per saggio della gente spenta tre vecchi, così nel VI dell'Inferno, appunto laddove è parola di Parte selvaggia, dice essere in Firenze due giusti, ma non intesi. Non è da tacere che in Virgilio la coltura della terra è più volte rappresentata con figure che concernono l'umana civiltà: Æn., IX: Rastris terram domat. Georg., II: Cogendæ in sulcum ac multa mercede domanda. Georg., I: Imperat arvis. - Georg., II: Dura exerce imperia, et ramos compesce fluentes.... mansuescit arando. E Orazio (Ep., I, 2): Inculta pacantur vomere silvæ. Ep., II, 2: Silvestrem flammis et ferro mitiget agrum. Ed in Virgilio (Georg., II): mitis vindemia vale matura, e fa contrapposto ai lazzi sorbi (Inf., XV). A cortesia, nel linguaggio del Poeta, opponsi villania (5). Che se in più luoghi villano ha sensi a lui puri di biasimo (6), più sovente queste voci hanno senso non buono, come quando dipinge il montanaro che stupido si turba entrando a città rozzo e salvatico (7); il che rammenta l'ardito modo gente selvaggia del luogo (8) per dire nuova ed ignara; e dà a vedere come la parte selvaggia a lui fosse la gente nuova (9), ignorante del civile governo. Alla quale accenna il proverbio: giri il villan la sua marra (10). Perchè a Dante doleva vedere misti alla pura cittadinanza fiorentina il villano d'Aguglione e il villano da Signa (11), non tanto perchè di plebea origine, quanto perchè barattieri e ingranditi per guadagni subiti, che nella gente nuova generarono orgogli intemperanti, e fecero più che mai manifesta in Firenze quella vena fiesolana di monte e macigno che è il contrapposto del gentil seme di Roma (12). Nè in Firenze soltanto e' piangeva codesta confusione, ma per Italia tutta, piena di tiranni, perchè ci diventa un Marcello ogni villano che vien parteggiando (13).

(1) Purg., XXXII. - (2) Inf., XVI. — (3) Purg., XVI, — (4) Purg., XIV. — (5) Inf., XXXIII. - (6) Inf., XXVI: Quante il villan... vede lucciole. Purg., IV: Maggiore aperta.. impruna... L'uom della villa quando l'uva imbruna. Inf., XXXII: Quando sogna Di spigolar sovente la villana. Inf., XXIV: Lo villanello... vede la campagna Biancheggiar tutta. (7) Purg., XXVI. (8) Purg., II. (9) Inf., XVI. (10) Inf., XV. (44) Par., XVI. — (42) Inf., XV e XXVI. — (45) Purg., VI.

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Pistoia è degna tana di Fucci ladro di sagrestia (17). Le infernali son grotte (18) e foci (19). Esso Fucci piove di Toscana nella gola fera (20) de' ladri; e tutto l'inferno è un'ampia gola (21), una trista conca (22); e le sue bolge føsse (23); e il pozzo profondissimo tristo buco (24). Il passaggio dall'una all'altra bolgia è ruine alpestri (25): e l'imagine che ricorre sovente a dinotare l'abisso è quella di valle (26). Il Poeta si smarrisce in una valle selvosa (27), come il fondo d'Inferno, misero vallone (28), e gran parte di Toscana gli è misera valle (29); e valle il suo esilio (30): dalla quale egli innalza gli occhi al colle vestito di luce (34), così come in Paradiso gli leva a'monti ne' quali figuransi, secondo il linguaggio biblico, i sereni dell' ardua santità (32).

I santi si specchiano nella bellezza deʼloro compagni elegantemente ordinata sott' essi, come col

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(5) Inf., (7) Inf., XXVIII.

-

(10) Par., XII.

(15) Par.,

(15) Inf., VI.

(16) Inf.,

(18) Inf., XXI.

(1) Par., XVI. - (2) Inf., XV. (3) Inf., XXXIII, c nel XXIX i lusso vano di certi Senesi è sorto dove s' appicca mal seme. (4) Inf., XV. XXVIII. (6) Inf., XXIII. (8) Purg., XIV. (9) Par., XXVII. (11) Purg., XXXI. - (12) Par., XXIV. XII. (14) Par., XXII. VII. —(17) Inf., XXIV. XIII e XXIII; Purg., XII. (20) Inf., XXIV. (21) Purg., XXI. — (22) Inf., IX. — (23) Inf., XXIII. (24) Inf, XXXII. — (25) Inf., XII, e altrove. — (26) Inf., XII: Valle buia; Purg., I: Valle inferna; Purg., XXIV, Valle ove mai non si scolpa. - (27) Inf., I, XV. (28) Inf., XXXI. - (29) Purg., XIV. (50) Par., XVII. · (32) Par., XXIV.

(54) Inf.,

I.

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-

-(19) Inf.,

lina nell'acque correnti a'piè per vedersi quant'è ricca nel verde e ne' fiori (1). I santi veduti sul monte dell'espiazione si fan brolo al capo, quali di gigli, quali di rose ed altri fiori vermigli. 1 buoni sono fronde di cui s'infronda l'orto dell'eterno ortolano (2): Cristo è l'agricoltore che manda all'orto suo altri cultori per ajutarlo (3), e questi cultori combattono per il buon seme, dacché nel pensiero e nell'età di Dante le idee stesse di pace erano conciliate e intrecciate con quelle di guerra. Ma se la gloria celeste è un bel giardino che s' inflora sotto i raggi di Cristo (4),

l'Italia è il giardino dell' Imperio (1), diserto perché non ci viene Alberto tedesco. Le palle dell'oro ne' tempi migliori fiorivano in Fiorenza (2), la gran villa sovra il bel fiume d'Arno (3): e l'esule pellegrinando per l'Inferno del mondo lontan da Firenze lasciava il fiele e cercava i dolci pomi (4). Le quali imagini cosi raccolte ed illustrano il concetto e ritraggono l'animo del Poeta, e fanno senza lunghi ragionamenti evidente quel che è d'imperfetto e nelle idee sue e talor anche in quel suo d'ordinario si schietto e potente linguaggio.

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