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22. Elena vidi, per cui tanto reo

Tempo si volse; e vidi il grande Achille Che con Amore alfine combattéo. 23. Vidi Paris, Tristano: e più di mille

Ombre mostrommi (e nominolle) a dito, Che Amor di nostra vita dipartille. 24. Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito Nomar le donne antiche e i cavalieri, Pietà mi vinse, e fui quasi smarrito. 25. lo cominciai: Poeta, volentieri Parlerei a quei duo che insieme vanno, E paion si al vento esser leggieri. 26. Ed egli a me: - Vedrai quando saranno Più presso a noi; e tu allor gli prega Per quell'amor che i mena, e quei verranno. 27. Si tosto come il vento a noi gli piega,

Muovo la voce: - O anime affannate,
Venite a noi parlar, s'altri nol niega.
28. Quali colombe dal disio chiamate,
Con l'ali aperte e ferme, al dolce nido
Vengon per l'aere, dal voler portate;

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27. (SL) Mosst. Fav. d' Esopo: Mosse un'alta voce. Æn., VII: Cantusque movete. Li avrà pregati per l'amor loro, sebbene nol dica. - ALTRI. Modo antico, per indicare forza superiore e indeterminata. Inf., XXVI Com' altrui piacque.

28. (S) COLOMBE. En., V: Qualis spelunca subito commota columba, Cui domus et dulces latebroso in pumice nidi, Fertur in arra volans, plausumque exterrita pennis Dat tecto ingentem; mox acre lapsa quieto, Rudit iter liquidum, celeres neque commovet alas. - VI: Gemine quum forte columbæ Ipsa sub ora viri cœlo venere volantes... - Liquidumque per aëra lapse, Sedibus optatis gemina super arbore sidunt. CHIAMATE. En., XII: Vocunt animum... curæ. — DOLCE. Georg., I:

29. Cotali uscir della schiera ov'è Dido, A noi venendo per l'aer maligno;

30.

Si forte fu l'affettuoso grido.

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O animal grazioso e benigno, Che visitando vai per l'aer perso Not che tingemmo il mondo di sanguigno; 31. Se fosse amico il re dell' universo,

Noi pregheremmo lui per la tua pace, Dacch' hai pietà del nostro mal perverso. 32. Di quel ch'udire e che parlar vi piace, Noi udiremo e parleremo a vui, Mentre che il vento, come fa, si tace. 33. Siede la terra dove nata fui,

Su la marina dove il Po discende Per aver pace co' seguaci sui. 34. Amor, che a cor gentil ratto s'apprende, Prese costui della bella persona

Che mi fu tolta, e'l modo ancor mi offende.

Juvat, imbribus actis, Progeniem parvam dulcesque revisere nidos. PORTATE. Æn., IX: Cupidine ferri.· V: Fert impetus, ipse volantem. VI: Fert ita corde voluntas. Chiamate indica la prima mossa; portate, la tendenza amorosa del volo: con l'ali ferme chè così gli uccelli volano d' alto in basso.

29. (SL) DIDO. Rinomina Didone, o perch'una delle più sventurate, o per accennare a que'versi che gl'ispirarono l'idea del secondo cerchio: Hic quos durus amor crudeli tabe peredit... Inter quas Phonissa recens a vulnere Dido Errabat silva in magna (Æn., VI). —MALIGNO. Æn., VI: sub luce maligna.

30. (L) GRAZIOSO: cortese. PERSO: buio.

(SL) PERSO. Dice nel Convivio: È misto di purpureo e di nero; ma vince il nero; e da lui si denomina, (F) ANIMAL. Dante, Volg. Eloq.: Sensibilis anima

et corpus est animal. Aristotile chiama l'uomo animal civile. Som.: Nell'uomo è la natura sensibile, dalla quale egli s'è detto animale; e la ragionevole, dalla quale uomo.

31. (L) FOSSE a noi.

(SL) AMICO. Æn., XII: Jupiter hostis.

(F) RE. Conv. Il signore dell' universo. Mon., p. 81: Principem universi qui Deus est. Non senza ragione dappertutto lo presenta come re, principe, imperatore.

33. (L) LA TERRA: Ravenna.

GO'SEGUACI: Confluenti.

(SL) SIEDE. Conv.: Il suolo dove Roma sirde. Fui. Inf., XXIII: l' fui nato... Sovra il bel fiume. Ravenna sta già più presso all'Adriatico alla foce del Po, il quale accoglie per via moltissimi confluenti. SEGUACI. Georg., 1: Fluvium.... rivosque sequentes.

34. (SL) AMOR. Dante in un sonetto: Amor e 'l cor gentil sono una cosa. Guinicelli: Al cor gentil ripara sempre Amore Siccome augello in fronda alla verdura; Non fe' Amore anzi che gentil core; Nè gentil core, anzi che Amor, Natura... Che adesso, com' fu 't sole, Si tosto fue lo suo splendor lucente, Nè fue davante al sole. E prende Amore in gentilezza loco, Così propriamente Come colore in chiarità di foco... Foco d'Amore a gentil cor s'apprende. Vit. N.: Amore essenza del cuor gentile. - PRESE. Buc., VI: Quæ te dementia cepit? Cic. Orat., XIV: Amore capta. Æn., IV: Genitoris imagine capta. - Turpi... cupidine captos. Bocc.: Del piacer della bella giovane era preso. Più del piacer di lui PERSONA. Dante, Rime: Partissi dalla sua bella persona... l'anima gentile.

s' accese.

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XII:

(SL) PERDONA. Nel senso del latino parcere. Bac., III: Parcite, oves, nimium procedere. E vale. non ristà di far si che alcuno amato ami. Giova confermar con esempi. Georg., II: Parccbant flatibus Euri. - IV: Parces... futuro. Buc., VIII: Parcite carmina. Æn., II: Non tamen abstinuit, nec voci, iræque pepercit. Parcile jam Rutuli; et vos tela inhibete, Latini. - I: Parce metu. E il Machiavelli: Non perdonavano nessuna ingiuria. ABBANDONA. Æn., VI: Curæ non ipsa in sorte relinquunt. - I due amanti (dice il Boccaccio) from posti nella medesima sepoltura. Fiaccamente il Petrarca: Nostra sorte, Cɔɔme vedi, è indivisa, e per tal segno Si vede il nostro amor tenace e forte.

(F) ABBANDONA. Greg. Dial., IV, 55: I cattivi essendo tormentati con coloro che in questo mondo amarono, non curando di Dio, sono consunti non solo dalla propria, ma dalle pene di quelli.

36. (L) CAINA: bolgia ove punisconsi i fratricidi. (SL) CAINA. Inf., XXXII. — ATTENDE. Hor. Carm., III, 11: Fata Quæ manent culpas etiam sub Orco. Æn., XII: Qui te cumque manen! ... casus. — – SPENSE. Giambull., I: Spento di vita.

37. (L) DA. Dal primo momento. PENSE: pensi.

di doppio dolore.

OFFENSE: offese

(SL) BASSO. Duguesclin: Il tenoit sa tête inchinée en pensées d'amour.

38. (SL) QUANDO. Indica che Dante, assorto nell' affetto, non rispose sull' atto a Virgilio.

(F) PENSIER. Conv.: Non subitamente nasce amore, e fassi grande e viene perfetto; ma vuole tempo alcuno e nutrimento di pensieri, massimamente là ove sono pensieri contrarii che lo impediscano.

39. (L) A LAGRIMAR: fino alle lagrime. TRISTO E PIO: mi spirano doglia e pietà.

MI FANNO

(SL) COMINCIAL. Dice parlai io, perchè il più sovente a' moderni parla Dante, Virgilio agli antichi. E pare che con questa ripetizione voglia mostrare il suo turbamento, e la difficoltà ch'ebbe di mover parole. Simile soprabbondanza è pure in Virgilio (Æn., I): Tum sic reginam alloquitur, cunctisque repente Improvisus ait. A LAGRIMAR. Sopra (terz. 1."): Pugne a guain. - TRISTO. Nel canto seguente: La pietà de' duc cognati, Che di tristizia tutto mi confuse.

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Nella miseria. E ciò sa il tuo dottore. 42. Ma se a conoscer la prima radice

Del nostro amor tu hai cotanto affetto, Farò come colui che piange e dice. 43. Noi leggevamo un giorno, per diletto, Di Lancilotto come Amor lo strinse: Soli eravamo, e senz'alcun sospetto. 44. Per più fiate gli occhi ci sospinse

Quella lettura, e scolorocci'l viso: Ma solo un punto fu quel che ci vinse. 45. Quando leggemmo il disiato riso Esser baciato da cotanto amante, Questi che mai da me non fia diviso, 46. La bocca mi baciò, tutto tremante. Galeotto fu il libro, e chi lo scrisse. Quel giorno più non vi leggemmo avante. — 47. Mentre che l'uno spirto questo disse,

L'altro piangeva si, che di pietade I'venni men così com'io morisse: 48. E caddi come corpo morto cade.

40. (L) A CHE: a che segno palesasti l'amore. (F) DUBBIOSI. Som.: Se speranza sia causa d'amore, 41. (SL) TEMPO. Ov.: Tempore felici.

(F) RICORDARSI. Accenna forse alle parole di Didone morente (Æn., IV); alla renitenza d' Enea a ricordarsi della patria distrutta ( Æn., II). Altri intende Boezio, là dove dice: In ogni avversità di fortuna, la più infelice sorte d' infortunio è l'essere stato felice. E nel Convivio chiama Boezio consolatore: ed esso Boezio (Cons., III): Che sien tristi le riuscite della voluttà,chìunque voglia ricordarsi degli errori proprii, intenderà. 42. (SL) PRIMA. Æn., II: Hinc mihi prima mali labes. - IV: Ille dies primus lethi primusque malorum Causa fuit. RADICE. Cino: D'ogni mio mal sei la radice. AFFETTO. Æn., II: Sed si tantus amor casos cognoscere nostros. PIANGE. Inf., XXXIII, 5: Parlare e lagrimar mi vedra' insieme. 43. (L) Di LanCILOTTO, amante di Ginevra. SoSPETTO: timore.

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(SL) STRINSE. Vita Nuova: Amore ti stringe. .En., IX: Animum patriæ strinxit pietatis imajo. 44. (SL) VINSE. Æn., XII: Victus amore tui. 45. (L) Riso: bocca.

46. (L) IL LIBRO, e chi lo scriSSE: il corruttor nostro. AVANTE: oltre.

(SL) GALEOTTO. Fu mezzano tra Lancilotto e Ginevra. A noi, dice Francesca, mezzano fu il libro e l'autore di quello. Nelle vecchie edizioni il Decamerone s'intitola Principe Galeotto; e Galeotto significava Juezzano di turpi amori. - QUEL GIORNO. Æn., IV: Ille dies primus lethi... Causa fuit.

47. (L) MORISSE: morissi.

48. (SL) CADE. Suono imitativo: simile in Ovidio (Met., XI): Collapsaque corpore tota est.

Francesca.

Guido, il nipote di Francesca, ospite di Dante, non si recò ad offesa questi versi, ne' quali l'odio dell'uccisore e la pietà degli uccisi risuona si forte. A questo Guido è rivolta una Canzone che si crede di Dante, e non è, sulla morte di Enrico VII. Ospite di Guido pare che fosse il Poeta nel 1313 quando non era per anco Signore; poi dopo il 4318, quand'ebbe la signoria di Ravenna con Ostagio da Polenta.

Dice il Boccaccio che Gianciotto essendo bruttissimo della persona, fu mandato Paolo a Ravenna, fratel suo, a celebrare le sponsalizie e Francesca ne invaghi; poi vistasi moglie allo zoppo, n'ebbe sdegno. Questo varrebbe ad attenuare la colpa degli amanti, e a scusare il Poeta che la narra con tanto affettuosa pietà. Vale a scusa anche il modo della morte, preparata forse con qualche insidia (siccome è da argomentare dal dannar che fa Dante l'uccisore al ghiaccio de' traditori); e certo consumata con crudeltà che sarebbe da riprendere, non che in fratello, in nemico. Finge il marito di partirsi e li coglie: l'uscio era chiuso di dentro, Paolo si precipita per iscendere; la falda dell'armatura lo ritiene sospeso; la donna apre; Gianciotto va per trafiggere Paolo; ma Francesca interpostasi riceve il primo colpo, l'amante il secondo. Benvenuto d'Imola dice di Paolo: Homo corpore pulcher et politus, deditus magis olio quam labori.

Nel capo sessantesimo sesto del romanzo del Lancilotto, è narrato come Galeotto, il conciliatore di quell'amore, volesse che la regina Ginevra baci Lancilotto l'amante. La reina vede che il cavaliere non ardisce, e lo prende e lo bacia avanti Galeotto assai lungamente. Questo romanzo fu da Innocenzo III proibito nel 1313 (4). Singolar cosa che Dante in età più severa e in quella parte del poema dove l'anima sua più si leva da terra, in luogo ove canta di Cacciaguida e di Beatrice, accenni a codesto romanzo, e assomigli la donna della sua beatitudine, il simbolo della scienza teologica, la assomigli non a Ginevra, ma a quella che tossi al primo fallo di lei. Sia pure quel che l'Ottimo dice, che l'autore fu molto invescato in amore, e però volentieri ne parla: sia pure che negli anni maturi Dante nel Volgare Eloquio, in massima generale, sentenziasse: Illud maxime delectabile quod per preciosissimum objectum appelitus delectat: hoc autem Venus (2). Ma non s'in

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tende come possa egli con Cacciaguida più desiderare que' tempi quando Firenze era sobria e pudica; nè so se allusione men degna di Beatrice potesse cadere in mente alla vituperata Cianghella. Il Buti pisano aveva giustamente notato come quell'imprecare a Pisa che Arno anneghi in lei ogni persona, tante donne e fanciulli e vecchi innocenti, per vendicare la morte de' figliuoli innocenti del traditore Ugolino, fosse cosa infernalmente spietata. Il verso che conchiude quell' altra narrazione Poscia, più che 'l dolor potè 'l digiuno, sebbene assai chiaro e da non lasciare a persona di senno imaginare che il padre si fosse mangiato i figliuoli, è però languido e non della bellezza di questo con che Francesca conchiude, accanto al quale paiono quasi rettorici i versi dell'Eneide : Prima et Tellus et pronuba Juno Dant signum; fulsere ignes el conscius æther Connubii, summoque ululârunt vertice Nymphæ. Ille dies primus lethi primusque malorum Causa fuit... (1).

Una contraddizione però, non morale ma letteraria, cade forse a notare: se la bufera infernale non resta mai, se gli spiriti non hanno speranza mai di pena minore, non che di posa, come è che nel colloquio di Francesca con Dante il vento si tace? Qualche codice legge ci tace; che rammenterebbe quel dell' Egloga IX: Et nunc omne libi stratum silet æquor, et omnes, Aspice, ventosi ceciderunt murmuris auræ. Ma, oltrecchè il ci tace non fa dolce suono, resterebbe tuttavia a sapere com'è che a' due amanti il vento tacesse. Altri può rispondere, che siccome sotto la pioggia e la grandine che fiacca i golosi Dante va e sta non percosso, così non solamente in favore di lui non dannato la legge eterna è per un istante rotta, ma e in pro de' dannati stessi. Se non che qui balza agli occhi un difetto più grave, perchè morale; dico che codesta legge sarebbe rotta per la preghiera che volge ad essi il Poeta; e la preghiera è in nome di quell'amore, che è la colpa de' due infelici e la pena. La quale inconvenienza è temperata da quelle parole di mesta e profonda bellezza: Se fosse amico il re dell'universo, Noi pregheremmo lui per la tua pace; dove le parole il nostro mal perverso pajono confessione e rimorso del fallo loro, e un quasi riconoscersi immeritevoli di pietà. Se non che poco appresso la donna abbellisce de' più onesti colori la sua passione; e dicendo della bella persona che le fu tolla e del costui piacer, non lascia dubbio che l'amor suv

(1) En., IV.

al Poeta paresse cosa degna di cuor gentile, e che l'amato in tal modo non potesse risparmiare il ricambio. Non dimentichiamo però che la donna parla come tuttavia passionata, al modo che gli altri dannati fanno; e che i Teologi stessi ammettono nell'inferno il dolore e il rossore che tormenlano, senza il pentimento che ammenda. Quel motto: 'l modo ancor m'offende, dopo l'altro tingemmo il mondo di sanguigno, e innanzi chi vita ci spense, è fatto vieppiù risaltare dal ripetere che il Poeta fa anime offense; e qui pure la colpa del rancore sopraggiungesi ad aggravare la pena. Similmente nel verso, Questi che mai da me non fia diciso, la passione disperata si sfoga, e segna la propria condanna, dacchè il veder patire anima amata tanto, è de' patimenti il più atroce. Ma guardando più addentro, in questi versi stessi, che Dante dee aver composti innanzi i trentacinque anni, e ardenti delle sue proprie memorie, ed im

pressi della pietà de' due miseri (i quali e' poteva aver conosciuti, dacchè, quand'essi morirono, volgeva a lui l'anno ventritrẻ di sua età), in questi versi stessi è un senso di tanto più potente quanto meno esplicata moralità. Alle parole della donna il Poeta si raccoglie in sé, china gli occhi, e non si riscuote se non al dire di Virgilio: che pensi? Ed allora, dopo breve silenzio, esclama riflettendo a sé insieme e ad essi: Oh lasso! Quanto desiderarono quel che li trasse a tanto dolore, e quanti dolci pensieri furono via a termine si amaro. La donna poi rispondendo, attesta che di tutti i dolori il maggiore, cioè più del turbine che senza posa li volta e percuote, è la memoria del passato piacere; onde se la bufera resta, non resta a' due sciagurati il tormento. E da ultimo la radice del nostro amor è parola che tinge di moralità quant'altre la compassione degli altrui falli e de' proprii trae dal cuore al Poeta.

CANTO VI.

Argomento.

Si riscole, e si ritrova nel terzo cerchio, de' golosi. Come venutovi? Per quella forza che in Paradiso lo spinge di pianeta in pianeta. E perchè in questi due luoghi uno straordinario passaggio, e non più per tutto l' Inferno? Perchè, a passare Acheronte, allra via non v'era che la barca od un volo; e scendere dalla ruina del secondo cerchio per mezzo alla bufera, non può. Parla con Ciacco de' mali della patria, con Virgilio, della vita futura. Scende nel cerchio degli avari.

Nota le terzine 2 alla 10; 12 alla 15; 25, e 31 alla 54.

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1.

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Αν

tornar della mente, che si chiuse Dinanzi alla pietà de' duo cognati, Che di tristizia tutto mi confuse:

2. Nuovi tormenti e nuovi tormentati

Mi veggio intorno, come ch' i' mi muova,
E come ch'i' mi volga, e ch'i' mi guati.
3. Io sono al terzo cerchio della piova,
Eterna, maladetta, fredda e greve:
Regola e qualità mai non l'è nuova.

4. Grandine grossa, e acqua tinta, e neve
Per l'aer tenebroso si riversa:
Pute la terra che questo riceve.

5. Cerbero, fiera crudele e diversa,
Con tre gole caninamente latra

Sovra la gente che quivi è sommersa.

1. (L) CHIUSE a ogni impressione.

(SL) TORNAR. Æn., XII: Ut primum discussæ umbræ, et lux reddita menti. CHIUSE. BOCC.: Si ogni virtù sensitiva le chiusero, che così morta nelle braccia del figliuolo cadde. [Luc.: Animam clausit dolor.] 3. (L) MAI NON L'È NUOVA: vien sempre a un modo. (F) CERCHIO. Del vizio della gola, Som.: 2. 2, 148. 4. (L) TINTA: buia.

(SL) RIVERSA. Æn., X: Effusa... grandine nimbi Præcipitant. -V: Ruit æthere toto Turbidus imber aqua densisque nigerrimus austris. Sap., XVI, 16: Aquis el grandinibus et pluviis persecutionem passi.

5. (L) DIVERSA dalle fiere note.

(SL) CERBERO. Æn., VI: Cerberus hæc ingens latratu regna trifauci Personat, adverso recubans immanis in antro. Stat., VII: Tergeminosque mali custodis hiatus. DIVERSA. Di-verto, perversa, di specie mostruosa. Inf., XXXIII: Uomini diversi D'ogni costume. Vita Nuova: Visi diversi ed orribili a vedere. CANINAMENTE. Petr.: Nemica naturalmente di pace.

(F) CANINAMENTE. Tre gole ha Gerbero; tre facce Lucifero (Inf., XXXIV). L'Ott.: Significa che abbia sua

6. Gli occhi ha vermigli, e la barba unta ed atra, E' ventre largo, e unghiate le mani; Graffla gli spirti, gli scuoia, ed isquatra. 7. Urlar gli fa la pioggia, come cani :

Dell'un de' lati fanno all'altro schermo ;
Volgonsi spesso i miseri profani.

giustizia sopra li peccatori delle tre parti del mondo. E cita Fulgenzio. SOMMERSA. Som.: Lo smergo, del quale è natura dimorare lungamente sott'acqua, significa il goloso che nelle acque delle delizie s'immerge 6. (L) ISQUATRA: squarta.

(SL) UNTA. Proprio de'golosi. Orazio, di Cerbero (Carm., III, 14): Spiritus teler saniesque manet Ore trilingui. Sen., Herc., Fur. v. 784 : Sordidum tabo caput. MANI. Così chiama Plinio le zampe anteriori dell'orso (VIII, 56). Ma qui Cerbero è demonio con forma tra umana e bestiale. SCUOLA. Lucan., VI: Janitor et sedis laxæ qui viscera sævo Spargis nostra cani. Somiglia un poco alla descrizione che fa Virgilio d'un apparecchio da mangiare: Tergora diripiunt costis, et viscera nudant. Pars in frusta secant (Æn., I). — Isqua TRA. Come interpetrare per interpretare. Anche Lucano fa le viscere umane lacerate e ingoiate da Cerbero. Armannino, degli iracondi: La Gorgona costoro tranghiottisce e fanne grandi bocconi: poi per lo sesso li caccia fuori.

(F) ISQUATRA. Sap., XI. 47: Per quæ peccat quis, per hæc et torquetur. Norma da Dante osservata in parecchi de' suoi supplizii.

7. (L) DELL' Un de'lati fanno ALL'ALTRO SCHERMO : si voltano or sull' un fianco or sull' altro.

(SL) SCHERMO. Nel XVII dell' Inferno i daunati, per difendersi dalla pioggia di foco, Di qua di là soccorrén con le mani, Quando a' vapori e quando al caldo suolo. VOLGONSI. Æn., III: Fessum..... mutat latus, di un gigante dannato. PROFANI. Stat., 1: Dapibusque profanis Instimulat. Lucan.: Profana morte.

-

(F) URLAR: Joel, I, 3: Ululate... qui bibilis vinum in dulceding. PROFANI. Aveva anche senso di

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