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(SL) VEDE. Georg.. II: Miraturque novas frondes et non sua pom 1. En., VI: Quam mulla in silvis autumni frigore primo Lapsa cadunt folia.

39. (L) MAL SEME: i rei uomini.

(SL) SEME. Isai., I, 4: Væ... populo graviˇˇini quitate, semini nequam ! GITTANSI. Æn., VI: Pars... aversi tenuere. (Io accordo seme con gittansi.) — AUGEL. En., VI: Ad terram gurgite ab alto Quam multæ glomerantur aves, ubi frigidus annus. Trans pontum fugat, et terris immittit apricis.

40. (SL) BRUNA. En., V: Fluctus... atros Hor. Carm., II, 14: Ater flumine languido Cocytus errans. Æn., VI: Turbidus hic cono vastaque voragine gurges. Stat., VII: Atraque Ditis flumina,

41. (SL) CONVENGON. Æn., II: Undique convenere. Ov. Met., IV: Umbræque recentes Descendunt illac simulacraque functa sepulcris..... Utque fretum de tota

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42. E pronti sono al trapassar del rio, Chè la divina Giustizia gli sprona

Sì che la tema si volge in disio. 43. Quinci non passa mai anima buona: E però se Caron di te si lagna, Ben puoi saper omai che 'l suo dir suona. — 44. Finito questo, la buia campagna Tremò si forte, che dello spavento La mente di sudore ancor mi bagna. 45. La terra lagrimosa diede vento

Che baleno una luce vermiglia, La qual mi vinse ciascun sentimento: 46. E caddi come l'uom cui sonno piglia.

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(SL) TREMO. Æn., VI: Sub pedibus mugire solum. Geor., IV: Terque fragor stagnis auditus Averni. 45. (SL) LAGRIMOSA. Æn., VI (dell' Inferno): Lugentes campi. Hor. Carm., I, 21: Bellum lacrymosum.

(F) TERRA. Cic., de Div., II, 19: Piace agli stoici che gli aneliti della terra freddi, come si cominciano a muovere, siano i venti.· - BALENO. Forse qui accenna al fulmine ch' esce di terra già noto agli Etruschi, al dire di Seneca.

Celestino V, Bonifazio VIII e altri papi.

Dante fra i dappoco riconosce alla prima alcuno de' già noti a lui, e così marchia gli uomini del suo tempo. Poi guarda e vede Celestino, e nel vederlo, incontanente intende ed è certo che codeste sono le anime de' dappoco: nell' incontanente e nel certo quanto veleno!

Celestino nel 1294 rinunzió, dopo cinque mesi e otto giorni, al papato e gli successe Bonifazio, l'amico de Guelfi (1), da cui tutti i mali di Dante. Questo è il gran rifiuto, il rifiuto di quello che il Poeta chiama (2) gran manto; del quale rifiuto l'Ottimo disse: donde la Chiesa di Dio e'l mondo incorrea in grandi pericoli. Cosi spiegano Benvenuto e altri antichi, Il Caro, in una lettera, no

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mina, fra i degni amici della solitudine, Celestino. Egli accettò con terrore il papato; era dunque umiltà la sua, non viltà. Bonifazio lo perseguito accanitamente. Gittato dalla tempesta a piè del Gargano, mentre stava per passare l'Adriatico, fu tratto a morire in un castello della Campania nel 1296. Bonifazio, al dir del Boccaccio, il fece in una piccola chiesicciuola, senza alcuno onore funebre, seppellire in una fossa profon dissima: acciocchè alcuno non curasse di trarnelo giammai. Fu nel 1313 canonizzato da Clemente: ma Dante allora aveva già scritto l'Inferno.

Forse il rifiuto fatto non per moto spontaneo, ma dopo i terrori ispiratigli da Bonifazio, parve a Dante meno umiltà generosa che superstiziosa paura e certamente quel rifiuto al Poeta dolse non tanto in sè, quanto per aver dato il seggio

al potente ed astuto avversario di sua parte. E forse alla misera fine di Celestino saranno stati pretesto i sospetti del successore, il quale poteva, in quel tempo tuttavia d'antipapi, temere ch' altri, vivente il monaco, gridasse lui antipapa : forse tra gli uomini di parte si sarà sparso rumore che Celestino, pentito del rifiuto, rivolesse il seggio, non tanto per ambizione, quanto per coscienza, e per toglierlo ad uomo troppo mondanamente principe: forse in questo rumore era più di vero che non nelle violenze da Bonifacio fatte all'emulo suo spodestato. Nel confessare che Dante uso troppa o irriverenza o severità contro lui, giova d'altra parte soggiugnere ch' e' poteva averne una qualche ragione storica non nota a noi, od almeno, nella falsa fama del tempo, una seusa. Così quello che nel vensettesimo dell' Inferno è detto di Guido, tuttochè paia inverisimile, non si può rigettare siccome falso. Non aveva Bonifazio di bisogno di ricevere da nessun frate il consiglio del molto promettere e poco attenere ; ne per la carità di tale consiglio accadeva ch' egli promettesse indulgenza al peccato futuro; ma, spogliata la narrazione di quella ironía passionata che le dà aspetto di favola, riman possibile che Bonifazio chiedesse al frate guerriero e politico del come vincere i suoi nemici, e che questi gli consigliasse non forza ma frode. Del resto, la prigionia di Celestino sarà ritornata terribile più che spettro negli occhi di Bonifazio insultato da'suoi indarno insidiati e combattuti nemici. La qual trista fine dimostra quanto eccedano il giusto le lodi da taluno date alla sapienza politica del disprezzato e compianto da Dante.

I papi dunque nella Commedia biasimati, oltre a Celestino nel Limbo per dappocaggine, a Martino nel Purgatorio per ghiottoneria, e ad Adriano ivi stesso per avarizia, sono nell' Inferno Anastagio, che egli per isbaglio storico scambia con un imperatore il qual cascò in eresia; poi de' più prossimi al tempo suo, Nicolò III fra' simoniaci, e Bonifazio VIII e Clemente V, a' quali ancor vivi e' forava la buca infuocata, come intesse su in Paradiso ad Arrigo VII la corona di luce. Ultimo • viene Giovanni XXII, francese anch'egli come Clemente, e fulminato con lui da s. Pietro nel verso: Del sangue nostro Caorsini e Guaschi S'apparecchian di bere (1).

Ma egli non rinnega la reverenza delle somme chiari, e del gran manto che non può non pe

(1) Inf., XI, XIX; Purg., XIX XXIV; Par., XXVII, XXX.

sare a chi lo guarda dal fango, e del luogo santo ove siede il successor del maggior Piero (1); acciocchè sia smentito il sogno del Foscolo che voleva fare di Dante un Maometto, senza che egli, anima franca, mai pronunziasse parola accennante a cotesto; cioè farne un pazzo e un vile e un ipocrita; dappoichè nel Poema sono puniti di pene eterne gli eretici e i seminatori di religiose discordie (2). Ma più sono in numero i papi da lui rammentati con lode, per verità antichi tutti: Pietro, Lino, Clemente, Sisto, Pio, Callisto, Urbano, Silvestro (non ostante la donazione alla qual Dante credeva), Gregorio il grande (notabile ch'e' non rammenti Leone); e del secolo precedente al suo, Innocenzo ed Onorio, senza che sia cenno di quel Benedetto XI, il qual doveva pur essergli memoria onorata (3). Ma de' papi e de' prelati e de' chierici in genere tocca nella prima Cantica a proposito d'avarizia e di simonia (4): nella seconda, ove è detto della persecuzione da Clemente fatta contro il cadavere di Manfredi, e delle maledizioni date in terra, ma talvolta disdette dalla misericordia infinita; e là dove son ripresi coloro che non lasciano sedere Cesare sulla sella, onde l' Italia fiera è fatta più fella; e là dove è detto del non si potere il regno temporale, secondo lui, conciliare con quello dello spirito; e nella visione della donna contaminata dall'osceno gigante, e del carro fatto cosa mostruosa (5): nella terza Cantica finalmente laddove riprendesi chi s'oppone al segno dell'aquila non meno di chi lo combatte appropriandoselo; e là dove è gridato che i florini di Firenze fanno lupo del pastore, è vaticinata al Vaticano libertà da quell'adulterio; e là dove è commendata la povertà sposa a Francesco d'Assisi, fino a lui dispregiata, e a proposito di lui e di Domenico gettate contr' altri parole di sentenza severa; e là dove recansi alle sorti di Roma i dolori e di Firenze e di Dante; e di nuovo rinfacciasi l'amore del fiorino che fa sconoscere l'Apostolo pescatore in grazia del Battista inciso sulle monete; e altre querele iraconde e contro il lusso sfoggiato e contro la degenerazione degli antichi costumi, e la vendita delle cose sacre, e gli odii dalla religione attizzati (6).

(4) Inf., II, XIX; Purg., XIX. E nel IX del Purgatorio e nel V del Paradiso ritorna sulla potestà delle chiavi. (2) Inf., X, XI, XXVIII. — (5) Inf., XIX, XXVII ; Purg., I; Par., XI, XXVII. - (4) Inf.. VII, XIX. (5) Purg., III, VI, XVI, XXXII, XXXIII. (6) Par., VI, IX, XI, XII, XVI, XVIII, XXI, XXIV, XXVII.

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CANTO IV.

Argomento.

Si trova nel primo cerchio, portalovi da forza suprema. Ivi è la pena de'non battezzati: bambini e adulti. Entro a un ricinto di lume dimorano i savij che non credettero in Cristo. L'Inferno dantesco è un cono rovesciato, diviso in nove ripiani circolari, come i gradi negli antichi anfiteatri. Nel primo, che è il Limbo, non è la pena del senso, ma sola del danno. San Tommaso divide appunto l'Inferno in tre parti: dei fanciulli, de' patriarchi, e de' dannati; e Dante ai patriarchi, già beati, sostituisce i savii e gli eroi. Taluni bruttali di vizii; ma Dante (bene avverte il Boccaccio) li considera come simboli. Belle le terzine 2, 4, 10, 18, 20, 22, 25, 28, 33 alla 43, 50.

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- TUONO.

1. (SL) RUPPEMI. Æn., VII: Olli somnum ingens rupit pavor. Vit. Nov.: Ond' io sostenea si grande angoscia, che lo mio... sonno... si ruppe. ALTO. En., VIII: Sopor altus. - VI: Alla quies. TESTA. Dan., VII, 4: Visio autem capitis ejus in cubili suo. —' Forse il tuono....... d'infiniti guai, della terzina 3. 3. (SL) PRODA. La valle è tonda, cinta dal fiume e va quasi sempre dichinando, e stringendosi. TUONO. Æn., VI: Intonat ore. - XII: Exoritur clamor..... cœlum tonat omne tumultu.

4. (L) Viso: occhi.

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7. Ed egli a me:- - L'angoscia delle genti
Che son quaggiù, nel viso mi dipigne
Quella pietà che tu per tema senti.

8. Andiam, chè la via lunga ne sospigne.-
Così si mise; e così mi fe 'ntrare
Nel primo cerchio che l'abisso cigne.
9. Quivi, secondo che per ascoltare,

Non avea pianto, ma' che di sospiri,
Che l'aura eterna facevan tremare.
10. E ciò avvenia di duol senza martiri,
Ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
E d'infanti, e di femmine, e di viri.

7. (L) PER TEMA SENTI: giudichi esser tema.

(SL) PIETÀ. Era anch'egli in quest' angoscia; così nel III del Purgatorio, pensandovi, rimane turbato, SENTI. I Latini: ita sentio (così giudico). Conv., II, 4: Aristotile pare ciò sentire.

8. (L) NE SOSPIGNE: ci sospinge a far presto. 9. (L) SECONDO che per ascoltARE: secondo che si poteva intendere ascoltando. AVEA: era. MA' CHE: fuorchè.

(SL) SECONDO. Scorcio simile nella Somma: Secundum quod homo. - MA' CHE. Magis quam. L'usa nel XXVIII dell' Inferno. Modo e provenzale e italiano. Il mais francese, il ma nostro, sono accorciamento del magis. Sallustio e altri usano magis in senso di ma.

(F) MA' CHE, Ott.: Non v'è pianti, però che'l pianto procede da pena e da tormento; ma sospiri che seguono al disio.

10. (L) DUOL dello spirito. - E GRANDI: e ciascuna grande. VIRI: uomini.

(SL) INFANTI. Æn., VI: Matres atque viri... pueri innuptæque puellæ. - Continuo auditæ voces, vagitus et ingens, Infantumque animæ flentes in limine primo; Quos dulcis vitæ exsortes, et ab ubere raptos Abstulit atra dies, et funere mersit acerbo.

11. Lo buon maestro a me:-Tu non domandi Che spiriti son questi che tu vedi. Or vo'che sappi, innanzi che più andi, 12. Ch'ei non peccaro: e s'egli hanno mercedi, Non basta; perchè e' non ebber battesmo, Ch'è porta della Fede che tu credi.

13. E se furon dinanzi al Cristianesmo, Non adorår debitamente Dio.

E di questi cotai son io medesmo. 14. Per tai difetti, e non per altro rio,

Semo perduti; e sol di tanto offesi, Che, senza speme, vivemo in desio. 45. Gran duol mi prese al cor quando lo intesi; Perocchè gente di molto valore

Conobbi che 'n quel Limbo eran sospesi. 16. Dimmi, maestro mio, dimmi, signore (Comincia' io per voler esser certo

Di quella fede che vince ogni errore); 17. Uscinne mai alcuno o per suo merto, 0 per altrui, che poi fosse beato? E quei che 'ntese 'l mio parlar coverto, 18. Rispose: lo era nuovo in questo stato, Quando ci vidi venire un Possente Con segno di vittoria incoronato.

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(F) DESIO. Som.: La gioia e il diletto sono del bene presente ed avuto; il desiderio e la speranza, di bene non ancora acquistato.

15. (F) VALORE. Monar.: Nessuno, quantunque perfetto di virti morali e intellettuali, senza fede salvare si può. Questo la ragione umana per sè non può veder che sia giusto, ma aiutata dalla fede può. In Virgilio, Enea compiange la sorte de' sospesi insepolti. Multa putans, sortemque animo miseratus iniquam (Æn., VI.).

16. (L) VINCE OGNI ERRORE: vince rispondendo a ogni dubbio.

(SL) SIGNORE. La compassione dello stato di Virgilio sentita da Dante, rende ragione di questo doppio titolo, ch'è una lode delicata e pietosa.

17. (L) USCINNE del Limbo. ALTRUI: di Gesù Cristo. COVERTO: accennante alla scesa di Gesù Cristo. (SL) COVERTO. Albert.: parole coperte. 18. (L) Nuovo IN QUESTO STATO: morto di poco. - UN POSSENTE: Gesù Cristo.

(SL) Nuovo. Da meno di cinquant'anni. Recens usava in questo senso Virgilio (Æn., VI): Recens a vulnere Dido Errabat silva in mugna. POSSENTE. Sacch.:

Un possente di quella città.

(F) POSSENTE. August., Serm. de Pass.: Cristo,

19. Trasseci l'ombra del primo parente, D'Abel suo figlio, e quella di Noc, Di Moisè legista ubbidiente;

20. Abraám patriarca, e David re;
Israel con suo padre e co' suoi nati,
E con Rachele per cui tanto fe;
21. Ed altri molti: e fecegli beati.

E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
Spiriti umani non eran salvati.

22. Non lasciavám d'andar perch'ei dicessi,
Ma passavám la selva tuttavia,
La selva, dico, di spiriti spessi.
23. Non era lungi ancor la nostra via

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La su

(F) PARENTE. Som.: Primi parentis (Adam). 1 Padri nel luogo superiore e men tenebroso. periore parte dell'Inferno dicesi Limbo. -LEGISTA. Aug.: Cum reverentia segnior esset, per Moysem legem literis dedit. Som.: L'obbedienza, in quanto procede da riverenza di Dio, cade sotto la religione, e appartiene a devozione. - UBBIDIENTE. Da quando Iddio mandò lui scilinguato al re d'Egitto; e sempre poi. Perch' altamente ubbidiva, comandava altamente. Jos., XXII, 2, 4, 5: Moyses famulus Domini. Som. : L'obbedienza ponsi da taluni parte di giustizia. - Carità non può essere senza obbedienza. Greg.: L' obbedienza tutte le virtù nella mente inserisce e le serba.

20. (L) ISRAEL: Giacobbe. NATI: dodici figli.

SUO PADRE: Isacco.

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(SL) SOMMO. Non lontani dal fiume da cui ci partimmo, ch' era più in alto se la valle era fonda. E però disse: Or discendiam. VIDI. Non lo vedeva quando ficcò il viso al fondo. (terz. 4). Foco. Virgilio, degli Elisi (Æn., VI): Largior hic campos æther et lumine vestit Purpureo. · VINCIA. Come solia nel Petrarca per solea, o forse da vincire; e nel XIV del Paradiso ha vinci e più sopra cerchio che l'abisso cigne. Le tenebre circondavano il foco; o il foco vincea le tenebre.

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(F) ONORI. La filosofia morale e la naturale, spiega il Boccaccio; la teoria e la pratica, l' Ottimo. Qui Virgilio è come il simbolo della sapienza umana. Altrimenti la lode sarebbe smodata. Ma scienza er' allora la stessa poesia: così l'Ottimo.

26. (L) ONRATA: onorata. mondo. AVANZA: distingue.

NELLA TUA VITA: nel

- L'OMBRA SUA: Virgilio.

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27. (L) PER: da. (SL) UDITA. Matth., II, 18: Vox in Rama audita est. En., III: Gemitus.... auditur.

28. (L) LA VOCE... RESTATA E QUETA cessata la voce, queto il suono di lei.

(SL) OMBRE. Son questi i poeti che a Dante parevano sommi. Omero al suo tempo era noto (Vita Nuova), e anche Armannino lo cita (Pelli, pag. 85 e seg.) Notissimi gli altri, e Dante li studiava con cura: i quali (dice di loro) l'amica solitudine invita a visitare.

(L) NE TRISTA, perchè non infelice affatto; non LIETA, poichè senza speranza. Inoltre è propria della sapienza questa temperie d'affetti. Dante è più cortese a' poeti non cristiani che a' santi non ghibellini. Aug., de Civ. Dei, XIV, 26: Nell'uomo giusto nihil triste, nihil immuniter lætum.

29. (L) SIRE: signore. 30. (L) SATIRO: satirico.

(SL) SATIRO. LO nomina nella Volgare Eloquenza. Nel Convivio cita Orazio, e chiama satiro nobile Giovenale; e anco i Latini satyrus, scrittore di satire. OviDIO. V. Volg. Eloq.; Mon., p. 44 e 45; Inf., XXV; Lett. 42.

ULTIMO. Più ampolloso e però più fiacco. Nella Volgare Eloquenza, nelle Lettere, nella Monarchia (pag. 37, 44, 46, 47, 50, 72, 96), nel XXV dell'Inferno, ed altrove accenna a' suoi versi.

31. (L) SI CONVIENE NEL NOME....: si conviene che son poeta. SOLA: una di quattro.

(SL) CONVIENE. Som. In quo alia animalia cum homine conveniunt. Bocc., IX: In uno, cioè, che i lor padri odiavano, tanto si convenivano. Vox omnibus una. Mart. in Amph., III: nat: populorum est vox tamen una.

SOLA. Æn.,V: Vox diversa soBENE. Non per

32. Cosi vidi adunar la bella scuola

Di quel signor dell'altissimo canto, Che sovra gli altri, com'aquila, vola. 33. Da ch'ebber ragionato 'nsieme alquanto, Volsersi a me con salutevol cenno; E'l mio maestro sorrise di tanto. 34. E più d'onore ancora assai mi fenno; Ch'ei si mi fecer della loro schiera, Si ch'io fui sesto tra cotanto senno. 35. Così n'andammo infino alla lumiera, Parlando cose che 'l tacere è bello, Si com'era 'l parlar colà dov'era. 36. Venimmo al piè d'un nobile castello Sette volte cerchiato d'alte mura, Difeso intorno d'un bel fiumicello. 37. Questo passammo come terra dura.

Per sette porte intrai con questi Savi: Giugnemmo in prato di fresca verdura. 38. Genti v'eran con occhi tardi e gravi, Di grande autorità ne' lor sembianti; Parlavan rado con voci soavi. 39. Traemmoci così dall' un de' canti In luogo aperto, luminoso, e alto, Si che veder si potén tutti quanti.

ch'onorino me,

ma in me l'arte loro. Cosi Dante sperava essere onorato poeta nella sua patria; e credeva all'arte debito quest'onore.

32. (L) ADUNAR: adunarsi. CANTO Omero.

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- SIGNOR DELL' ALTISSIMO

(F) SIGNOR. Omero, maestro di Virgilio, d'Orazio, di Lucano, e lodato da Orazio (De Arte poet.) ne' versi: Res gestæ regumque ducumque, et tristia bella, Quo scribi possent numero, monstravit Homerus, citati da Pietro di Dante. Altrove (Epist., I, 2): Quid sit pulcrum, quid turpe, quid utile, quid non, Plenius ac melius Chrysippo et Crantore dicit, che illustra come la poesia possa onorare ogni arte e scienza. Altri potrebbe per quel Signor intendere Virgilio l'altissimo poeta: ma nel XXII del Purgatorio dice d' Omero: Quel Greco che le muse lattár più ch'altro mai.

33. (L) SALUTEVOL CENNO: cenno di saluto.

(SL) SALUTEVOL. Come convenevole per conveniente, avvenevole per avvenente, e simili. 34. (L) Si. Riempitivo.

35. (L) LUMIERA: Lume diffuso nell'aria. (SL) LUMIERA. Dante, Rime: Dagli occhi suoi gittava una lumiera. TACERE. Hor. Ep., 1, 7: Dicenda, facenda locutus. Cose troppo onorevoli a Dante. Parlando co grandi, la coscienza della grandezza non è orgoglio; co' piccoli, che frantendono, è vanità.

36. (SL) NOBILE. L'usa anche Dino. 37. (L) DURA: asciutta.

(SL) VERDURA. Æn., VI: Devenere locos lætos, el amœna vireta Fortunatorum nemorum. 38. (SL) TARDI. Purg., VI: E nel mover degli occhi onesta e tarda. III: La fretta Che gravitate ad ogni utto dismaga. Perchè la tardità sola potrebb'essere stupidezza; però aggiunge gravi, e nel Purgatorio, onesta. (F) PARLAVAN. Vico: Non mai in suono alterata, ne in tempo affrettata parola.

39. (SL) ALTO. Æn., VI: Et tumulum capit, unde omnes longo ordine possit Adversos legere, et venientum discerc vullus.

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