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Le Donne del Poema.

Nel Convito la ragione è chiamata donna gentile. I più antichi commentatori, l'Ottimo, Pietro di Dante, Benvenuto, il Buti veggono nella Donna gentile, in Rachele, in Lucia, la grazia preveniente, la illuminante, la cooperante: il Boccaccio, nella Donua gentile, l'orazione; in Beatrice vede la divina bontà, la grazia in Lucia. Ma forse la Donna gentile è la Vergine, alla quale nel XXXIII del Paradiso: Donna, se' tanto grande... E poi: La tua benignità non pur soccorre A chi domanda, ma molte fate Liberamente al dimandar precorre; ch'è il caso di Dante. E la preghiera che volge a Maria s. Bernardo, che conceda a Dante la visione della Divinità, e sempre ne custodisca gli affetti, conferma l'opinione mia.

La Vergine, simbolo, se così piace, della grazia, perchè piena di grazia, richiede Lucia, simbolo di quel lume di carità Che mena dritto altrui per ogni calle, Lucia, che nel IX del Purgatorio portava Dante fino alla porta dell' espiazione: e Dante è il fedele di Lucia, perch' ama la verità rivelata, e crede Dio unico bene dell' intelletto.

Siccome Beatrice, Virgilio, Rachele sono persone reali insieme e simboliche, così la Donna gentile e Lucia, sono, al mio credere, persone reali: cioè la Donna gentile, Maria; Lucia, la vergine che per la luce del vero perdè la luce degli occhi, e odia ogni crudeltà come quella che sofferse ingiusto dolore. La luce della verità, simbolicamente, odia i crudeli, perchè la barbarie è ignoranza.

Beatrice che, secondo il Convivio, è la sapienza felicissima e suprema, siede con Rachele, simbolo della contemplazione (1). Ma mia suora Rachel mai non si smaga Dal suo miraglio, e siede tutto giorno. Beatrice è la scienza teologica, Rachele la vita contemplativa accompagnata da affetto sovente doloroso, come suona il bellissimo di Geremia: Rachele piangente i suoi figli, e non si volle consolare perchè più non sono; però seggono insieme (2); e Beatrice nell' ultimo del Purgatorio si mostra anch'essa dolente de' mali della Chiesa, tanto, che poco Più alla Croce si cambiò Maria. Nella rosa celeste, in alto, è Maria; sotto lei, Eva; sott' Eva, Rachele e Beatrice: ma più su di lor due, di faccia ad Adamo, Lucia. La Vergine dunque era a Lucia più vicina. Lucia scende a Beatrice, Beatrice a Virgilio. Ciò vuol dire che per la scala degli umani studii Dante doveva salire alla scienza religiosa, quindi illuminarsi nel vero supremo ed avere la grazia.

(1) Purg., XXVII. · (2) Purg., XXXIII.

Se alcuno volesse inoltre vedere in quest' allegoria la ragione universale che, illuminata da Dio, si congiunge alla sapienza divina e all' umana per salvare un' anima da' pericoli, e per mostrarle la verità religiosa, morale, politica; noi non contraddiremo a questa interpretazione, purchè la s'accoppii alla prima. Dante amava le allegorie non pur semplici ma doppie e triplici; e lo dice nel Convivio, e nella lettera a Cane le chiamò polisense.

Tre le fiere che assalgono Dante, tre le donne che ne prendono cura. Le flere son la lussuria, la superbia, l'avarizia; le donne, l'Umile ed alta più che creatura, la vergine Lucia, e quella Beatrice, della quale nel XXXI del Paradiso è lodata la magnificenza. E se non fosse così facile come pericoloso l'arzigogolare sopra i concetti degl' ingegni grandi e trovarvi per entro cose ch'e' non vi hanno mai messe, direi che la Donna gentile, umile ed alta si contrappone al leone nel quale è simboleggiato da s. Pietro il superbo Lucifero; Beatrice la fiorentina, la pura imagine dell' amor suo, alla forza, cioè a que' piaceri che corrompevano Firenze e la preparavano a servitù; Lucia, che sull' alba prende il Poeta e lo porta all' entrata de' giri ove si purga ogni colpa, alla lupa, animale d'insidie notturne (1). E potrei soggiungere, che alla lupa mossa fuor d'Inferno per opera dell' invidia, ben si contrappone Lucia, mossa dall'alto per opera di Maria vincitrice dell' invidia infernale; Lucia, che col nome dice il contrario di quel vizio, il quale porta nel nome il difetto del vedere, e nel Purgatorio è punito con dolorosa cecità.

Confessiamo per altro, che se almeno il principale significato del simbolo fosse stato indicato un po' più chiaramente, la poesia non perdeva della sua luce.

Quanto a bellezza di colori, la più alta figura è la Donna gentile, Maria, della quale il trionfo comincia nel vigesimo terzo del Paradiso, e si svolge, come la rosa dal Poeta dipinta, negli ultimi canti. E nel Purgatorio ritorna, ad esempio delle virtù opposte ai vizii espiati, sempre in luce soave l'imagine di Maria (2). Poi viene Beatrice, che già in questo secondo dell' Inferno apparisce fin sotterra lucente di chiarezza celestiale sempre lungo la via orribile di laggiù e ardua del monte, rammentata con desiderio, quasi redentrice dell'anima del Poeta; della qual Beatrice il trionfo

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negli ultimi del Purgatorio non è che l'iniziamento della sua sempre crescente e gioia ed amabilità per le sfere della raggiante armonia. Il poco che qui nel secondo dicesi di Lucia è cosa gentile, e prepara a quel più che se ne tocca laddove ell'è rappresentata portare il Poeta dormente fin presso alla porta sacrata. Anco Rachele ritorna, prima che nell' alto del flore celeste, in un cenno che ne fa Lia, bella anch' essa, non quale nella Genesi cogli occhi cispicosi, appunto per dimostrarci come nella fantasia del Poeta e nelle tradizioni religiose del tempo le imagini storiche si trasfigurino in forma ideale. Ed è imagine storica trasfigurata Matilde, nella quale l'antico Guelfo vedeva conciliati a qualche modo i suoi desiderii della riverenza debita alla suprema potestà cristiana residente in Italia colla civile grandezza della nazione e coll' avviamento alla sua futura unità.

Belle, ciascuna d' un suo proprio genere di bellezza, le figure della Pia, di Piccarda e di Cunizza (1); ma più prediletta da Dante Piccarda, come Fiorentina e come affine alla moglie di lui, e tanto più accarezzata con religiosa affezione, quasi per compensare l'odio versato sul fratello superbo (2). Men pietose che quelle della Pia, moglie infelice, suonano le parole di Sapia cittadina

(1) Purg., V, XXIV; Par., III, IX. — (2) Inf., VI; Purg., XXIV; Par., III.

invidiosa (1); ma suonano anch'esse pietà: e per contrapposto richiaman alla mente quel che dell'invidia altrove è detto: La meretrice che mai dall' ospizio Di Cesare non torse gli occhi putti (2). E queste parole rammentano quel che della donna invereconda e straziata è in più luoghi tuonato (3). Gli occhi putti rammentano la rabbia fiorentina, che superba Fu a quel tempo, siccom' ora è putta (4): e dalle riprensioni di sdegnoso dolore contro il lusso sfacciato delle donne fiorentine (3), il pensiero ricorre alla vedova di Forese, con si care parole commendata, e agli antichi costumi di Firenze pudica dipinti con si freschi colori (6). Alla vedova di Forçse fa contrapposto quella di Nino di Gallura (7), e questo nome rammenta quell'altra Che succedette a Nino e fu sua sposa (8), la imperatrice nominata insieme con Elena e Didone e Cleopatra, regine tutte. Tra le donne in quel cerchio punite, quella a cui si raccoglie la compassione del Poeta è Francesca da Rimini. Ed è cosa notabile che, tranne le anzidette altre donne, egli non rincontri nell' Inferno che Taide e Mirra, l'una personaggio della commedia e l'altra della favola, men persone che simboli (9).

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CANTO III.

Argomento.

Entrano per la porta infernale: trovano miste agli Angeli, che furono ně ribelli a Dio con Lucifero nè fedeli, l'anime di coloro che vissero senza fama e senza infamia, i dappoco: tra' quali e' conosce un papa. Giungono ad Acheronte dove l'anime passano, da Caronte tragittate, a' supplizii. Trema la terra, balena una luce, il Poeta cade.

Canto originale fra le tante imitazioni del Poeta latino. Quel che Virgilio stende in un raggio di splendida poesia, Dante lo raccoglie in un lampo. I mediocri imitatori annacquano, appannano. Notabili specialmente le terzine 1, 7, 9, 10, 16, 17, 19, 22, 25, 28, 33, 34, 35, 37, 38, 39, 40, 42,

PER ME SI VA NELLA CITTÀ DOLENTE,

PER ME SI VA NELL'ETERNO DOLORE, PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE. 2. GIUSTIZIA MOSSE 'L MIO ALTO FATTORE, FECEMI LA DIVINA POTESTATE,

LA SOMMA SAPIENZA E IL PRIMO AMORE.
3. DINANZI A ME NON FUR COSE CREATE,
SE NON ETERNE: ED 10 ETERNO DURO.
LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CHE 'NTRATE.
4. Queste parole di colore oscuro

Vid' io scritte al sommo d'una porta;
Perch'io: Maestro, il senso lor m'è duro.-

3. Ed egli a me, come persona accorta:

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1. (L) ME: parla la porta.

2. (F) FECEMI. Sant'Agostino: Le tre Persone sono insieme il principio della creazione, perchè tutte e tre hanno la stessa virtù individua di creare. Som.: Quel che conviene alla natura divina in sè, conviene a tutte e tre le Persone, come la bontà, la sapienza e simili. ANORE. La pena è amore, se giusta. Som.: Lo Spirito procede dal Figlio e dalla Sapienza l'Amore. 3. (SL) ETERNO. Avverbio. Armannino: Eterno qui ritagono. En., VI: Æternum.... terreat. LASCIATE. Stat.: Tartarea limen petit irremeabile portæ. Æn., VI : Patet atri janua Ditis; Sed revocare gradum, superasque evadere ad auras, Hoc opus.

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(F) ETERNE. Gli angeli, spiega il Boccaccio, pe' quali fu fatto prima l'inferno: eterni, non mortali come ETERNO. Dimostrasi nella Somma l'idea dell'eternità, come intera e una, escludere quella del tempo. Matth., XXV, 41: Ignem æternum.

4. (L) IL SENSO LOR M'È DURO: come uscirò io ?
(SL) SOMMо. Geor., IV: Alla ostia Ditis.
5. (L) SOSPETTO: paura.

(SL) MORTA: In Virgilio (Æn., VI) la Sibilla: Nunc animis opus, Enea, nunc pectore firmo.

45.

6. Noi sem venuti al luogo ov'io t'ho detto
Che tu vedrai le genti dolorose
Ch'hanno perduto 'l ben dello intelletto.—
7. E poi che la sua mano alla mia pose
Con lieto volto, ond' io mi confortai,
Mi mise dentro alle secrete cose.
8. Quivi sospiri, pianti e alti guai
Risonavan per l'aer senza stelle:
Perch'io al cominciar ne lagrimai.
9. Diverse lingue, orribili favelle,

Parole di dolore, accenti d'ira,

Voci alte e fioche, e suon di man con elle,

6. (L) 'L ben pello intelletto: Dio, verità. (SL) DOLOROSE. Vite ss. Pad.: Non muoia cosi doloroso.

(F) Ben dello INTELLETTO. Aristot., de An., III: // bene dell' intelletto è l'ultima beatitudine. Conv.: Il vero è il bene dell' intelletto. Som.: Il falso è il male dell' intelletto, siccome il vero è il bene di quello, secondo che è detto nel vi dell' Etica. Som.: Il proprio oggetto dell'intelletto sia il vero. - L' Ente è il proprio oggetto dell'intelletto.

7. (SL) COSE. En., VI: Res alta terra et caligine

mersas.

8. (L) PERCH': onde.

(SL) QUIVI. Æn., VI: Hine exaudiri gemitus, el sæva sonare Verbera. — RISONAVAN. Æn., IV: Lamentis gemituque el fœminco ululatu Tecta fremunt; resonat magnis plangoribus æther. STELLE. En., III, VI: Sine sidere noctes. Sine sole domos. VI: Vestibulum ante ipsum primisque in faucibus Orci, Luctus et ultrices posuere cubilia curæ. Paragonisi la potenza di questi con la facilità di que' dell' Ariosto: Levossi un pianto, un grido, un'alta voce, Con un batter di man che andò alle stelle.

9. (SL) FAVELLE. Pronunzie che la disperazione rendeva più aspre. ACCENTI. L'uomo irato suol accentuare più forte. Distingue la lingua, il discorso, l'accento, la voce.

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(SL) TUMULTO. Nell' Inferno di Stazio, II: Stridor ibi et gemitus pœnarum atroque tumultu Fervet ager.TINTA. Inf., VI: Acqua tinta. — SPIRA. Æn., I: Terras turbine perflant. Georg., I: Fretis spirantibus. Lucan. : Umbriferam contorto pulvere nubem In flexum violentus agit. Orazio, dell' avaro (Sat., I, 4): Per mala præceps Fertur uti pulvis collectus turbine.

(F) TUMULTO. Cypr.: Con grande rumore e strepito di piangenti per l'orrenda caligine, — TEMPO. AMbr.: Nec tempus illis accedet, quia totos æternitas pos-sidebit.

11. (SL) CHE È. Æn., VI: Quæ scelerum facies, o virgo, effare, quibusve Urgentur pœnis? Quis tantus plangor ad auras? VINTA. Æn., IV: Evicta dolore. 12. (L) LODO: lode di bene.

(SL) LODO. L'ha Albertano. Virgilio (Georg., III) chiama illaudato Busiride.

(F) SENZA. L' Ott.: Dice s. Agostino: non basta astenersi dal male, se non si fa bene.

13. (L) CATTIVO: vile.

(SL) MISCHIATE. Buc., IV: Divis... permixtos heroas. [Apoc. III, 16. V. Chateaubriand. Essai sur la littérature anglaise, Tom. I, pag. 21, ediz. di Bruxelles.]

(F) ANGELI. Questa degli Angeli ondeggianti tra Lucifero e Dio è sentenza non canonica di Clemente Alessandrino. Str., VII: Aliquos ex Angelis propter socordiam humi esse lapsos, quod nondum perfecte ex illa in utramque partem proclivitate, in simplicem illum atque unum cxpediissent se habitum. Nella leggenda di s. Brendano sono Angeli cacciati di cielo per mala voglia, senza ch' abbiano cospirato.

14. (L) CACCIARLI: li cacciarono per non essere deturpati da' vili. I REI Si glorierebbero e del vedere in pari pena spiriti men rei, e dell'essere stati men vili. (SL) PROFONDO. Georg., 1: Manesque profundi. RICEVE. ED., VII: Regia cœli accipit. XI: Non illum teclis ullæ, non mœnibus urbes Accepere.

(F) ALCUNA. Alcuno qui non vale niuno. Volere che gli Angeli tiepidi non fossero messi in inferno per rispettare l'orgoglio degli Angeli ribelli, è un credere Dio troppo cerimonioso con Lucifero e i suoi compagni. Se questo fosse, e' poteva non li cacciare all' inferno. 13. (L) DICEROLTI: tel dirò.

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16. Questi non hanno speranza di morte; E la lor cieca vita è tanto bassa, Che invidiosi son d'ogni altra sorte. 17. Fama di loro il mondo esser non lassa; Misericordia e Giustizia gli sdegna. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.— 18. Ed io che riguardai, vidi una insegna Che girando correva tanto ratta Che d'ogni posa mi pareva indegna; 19. E dietro le venia si lunga tratta

Di gente, ch'i' non avrei mai creduto Che Morte tanta n'avesse disfatta. 20. Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, Guardai, e vidi l'ombra di colui Che fece per viltate il gran rifiuto. 21. Incontanente intesi e certo fui

Che quest' era la setta de' cattivi A Dio spiacenti ed a' nemici sui. 22. Questi sciaurati che mai non fur vivi Erano ignudi, e stimolati molto Da mosconi e da vespe ch' eran ivi. 23. Elle rigavan lor di sangue il volto, Che, mischiato di lagrime, a'lor piedi Da fastidiosi vermi era ricolto.

valca: Comincia a lamentare di lui. BREVE. Æn., VI: Olli sic breviter fata est longæva sacerdos : ... Cocyti stagna alta vides.

16. (L) MORTE, che li tolga all'onta tormentosa. OGNI ALTRA SORTE: ogni fin de' dannati.

(SL) CIECA. In senso simile Virgilio (Æn., II): Cæcæque fores.

18. (L) INDEGNA: indegnata, impaziente.

(SL) INDEGNA. In Toscana dicesi cerco, sgomento, per cercato, sgomentato. Ovid. Corda indignantia pacem.

19. (L) TRATTA: schiera.

DIS(SL) TRATTA. En., I: Longum..... agmen. FATTA. Inf., VI: Tu fosti prima ch'io disfatto, fatto: nato prima ch' io morto.

20. (L) RIFIUTO del papato.

21. (SL) CATTIVI. I vili dispiaciono a tutte le parti. Armannino, nel suo Inferno: L'anime di quegli perduti, che, nė bene, në male fecero nel mondo, ma come cattivi menano la vita senza frutto. Crescenzio: Piante inferme e cattive. La servitù (captivitas) tali rende i più degli uomini. Bocc.: Il fante di Rinaldo, veggendolo assalire, come cattivo, niuna cosa al suo aiuto adoperò. Conv.: Gli abominevoli cattivi d'Italia ch' hanno a vile questo prezioso volgare.

22. (F) Vivi. Sap., V, 13: Appena nati, cessammo d'essere, e di virtù niun segno volemmo mostrare. Nel Convivio, parlando del nobile indegno: Dico, questo vilissimo essere morto, parendo vivo. Perchè vivere nell'uomo è ragione usare. Cic., de Nat. Deor., II: Mihi qui nihil agit, esse omnino non videtur. Sallust.: Horum vita morsque par est. MOSCONI. Sap., XVI, 9: Gli uccisero i morsi di locuste e di mosche... perché eran degni d'essere sterminati da tali. Eccl., XLIV, 9: Di loro non è memoria: perirono quasi non fossero stati; e nacquero quasi non fossero nati. 23. (L) RICOLTO: Succiato.

(SL) RIGAVAN. Æn., XII: Rigat arma cruore. (F) VERMI. Aug., Vit. Erem., LXIX: Injiciunt ignibus exurendos, tradunt vermibus lacerandos. Is., LXVI,

Perch'io dissi:

24. E poi che a riguardar oltre mi diedi, Vidi genti alla riva d'un gran fiume; Maestro, or mi concedi 25. Ch'io sappia quali sono, e qual costume Le fa parer di trapassar si pronte, Com' io discerno per lo fioco lume. 26. Ed egli a me: Le cose ti fien conte Quando noi fermeremo i nostri passi Su la trista riviera d'Acheronte. 27. Allor, con gli occhi vergognosi e bassi, Temendo no'l mio dir gli fusse grave, Infino al fiume di parlar mi trassi. 28. Ed ecco verso noi venir per nave Un vecchio, bianco per antico pelo, Gridando: Guai a voi, anime prave! 29. Non isperate mai veder lo cielo.

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26. (L) CONTE: note.

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TRASSI: astenni.

(SL) TRISTA. Georg., IV: Palus inamabilis. Acheronte, in greco, vale il contrario di salute, di gioia. RIVIERA. Æn., VI: Pedem... advertere ripæ. 27. (L) No'L: che non il. 28. (SL) VECCHIO. En., VI: Portitor has horrendus aquas et flumina serval Terribili squalore Charon, cui plurima mento Canities inculta jacet... Jam senior; sed cruda Deo viridisque senectus.

29. (F) IN CALDO E 'N GIELO. I due supplizii dominanti dell' Inferno di Dante. Som., Supp. 97: Le pene de' dannati: foco, tenebre, pianto.

30. (SL) VIVA. Æn., VI: Navita quos jam inde ut Stygia prospexit ab unda Per tacitum nemus ire, pedemque advertere ripe: Sic prior aggreditur dictis, atque increpat ultro... Umbrarum hic locus est, somni noctisque sopore: Corpora viva nefas Stygia vectare carina. 31. (L) PORTI: tragitti

(SL) PORTI. Cosi nel Veneto il navicello da passare i fiumi. Qui. Georg., IV: Nec portitor orci... objertam passus transire paludem. LIEVE. Le anime buone vanno su un vasello snelletto e leggero alla piaggia del monte del Purgatorio. (Purg., II.)

32. El duca a lui:

Caron, non ti crucciare: Vuolsi così colà dove si puote

Ciò che si vuole. E più non dimandare. ·

33. Quinci fur quete le lanose gote

Al nocchier della livida palude,

Che intorno agli occhi avea di fiamme ruote. 34. Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude, Cangiar colore, e dibattero i denti, Ratto che 'nteser le parole crude. 35. Bestemmiavano Iddio e' lor parenti, L'umana specie, il luogo, il tempo, e il seme Di lor semenza, e di lor nascimenti. 36. Poi si ritrasser tutte quante insieme, Forte piangendo, alla riva malvagia Ch'attende ciascun uom che Dio non teme. 37. Caron dimonio, con occhi di bragia, Loro accennando, tutte le raccoglie; Batte col remo qualunque s'adagia.

32. (L) COLA: in cielo.

(SL) CARON. Carone usa sempre Armannino. CRUCCIARE. In Virgilio, la Sibilla a Caronte: Absiste moveri. ( Æn., VI.)

(F) VUOLE. Sap., XII, 18: Subest... tibi, cum volueris, posse. Virgilio, alla Sibilla: Poles... omnia. (Æn., VI.)

33. (L) QUINCI: allora. LANOSE per barba.

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(SL) QUETE. En., VI: Rabida ora quiêrunt. Tumida ex ira tum corda residunt. Proprio de' vecchi quando sono inquieti, è agitare le gote. Cosi Madama Perticari.LANOSE. Apoc., I, 14: Capelli candidi come lana bianca. Stat., II: Vellera nota Thiresiæ. NocCHIER. En., VI: Navita... tristis. -LIVIDA. Æn., VI: Vada livida. Catull., XVII, 10: Putidæque paludis 1 Lividissima maximeque est profunda vorago.]—PALUDE. Georg., IV: Tardaque palus inamabilis unda. RUOTE. En., VI: Stant lumina flamma. XII: Ardentes oculorum acies.

34. (L) RATTO: tosto.

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(SL) NUDE. Nel 1304 allo spettacolo del ponte alla Carraja rappresentante l'Inferno altri aveano figure d'anime ignude.» (Vill. VIII, 69.) — Denti. Aug., Vit. Erem.: Stant miseri stridentes dentibus, nudo latere palpitantes, aspectu horribiles, dejectique pudore. 35. (L) PARENTI: genitori. SEME: la prossima, la lontana generazione, l'umana natura; il luogo e tempo del nascere.

(SL) PARENTI. Vit. ss. Pad.: Bestemmiare la madre. SEME. Reg., I, XXIV, 22: Ne delcas semen meum. Isai., XIV, 22: Perdam Babylonis nomen et reliquias et germen et progeniem.

(F) INDIO. S. Tommaso, nella Somma, tocca della bestemmia de' dannati. (2, 2, 15.) 36. (SL) RITRASSER. Eran venute sparte, nota il Boccaccio. ATTENDE. Hor. Carm., III, 11: Seraque fata, Quæ manent culpas etiam sub Orco. - Teme. Comune, nella Bibbia e ne' Padri, timore di Dio. 37. (L) BRAGIA: fiamma.

ADAGIA indugia.

(SL) BRAGIA. Æn., XII: Oculis micat acribus ignis. RACCOGLIE. En., VI: Navita sed tristis nunc hos nunc accipit illos; Ast alios longe summotos arcet areREMO. Æn., VI: Ratem conto subigit. ADAGIA. En., VI: Alias animas, quæ per juga longa sedebant, Deturbat.

na.

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(F) DIMONIO. Virgilio (Æn.,VI) lo chiama Dio: per Dante, questo, come tutti gli altri enti mitologici,

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