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TRIONFO DI DANTE

Il Poeta ritto sulla cima di un colle guarda verso oriente a Beatrice che in mezzo a luce modesta gli appare dal cielo qual egli la dipinge sull' alto del monte. Non intera appar la figura, ma parte celata di lucide nuvolette, e perchè l'occhio del riguardante più fosse chiamato verso la bellezza del viso, e perchè all'amore son fomite i veli, e all'immaginazione il limite talvolta aggiunge grandezza. La luce della donna si spande di lontano sulla fronte al Poeta per mostrare che dall'affetto gli venne l'ispirazione all'ingegno. E quella luce, non ramo d'alloro, gli è corona, si perchè veramente la corona desiderata mancò all'esule sulla terra, perchè non c'è premio più vero di quello che viene dalla degnamente amata bellezza. Il lume della donna e del cielo si spande d'intorno perchè le imagini d'alto amore che la giovane fiorentina raggiò nella mente all' infelice, si diffussero feconde in altri intelletti per lo spazio de' secoli. La cima del colle è scoperta, ma dietrogli selva amena, e fiori e arbusti all'intorno, con qua e là qualche pianta robusta ed antica. Egli appoggia la manca ad un tronco scapezzato e sfrondato, ma forte, il qual mette dalla radice polloni novelli. Il che significa e il vecchio mondo sul quale egli per meditazione e per ammirazione s'appoggia, e la sventura che tempestosa scrollò e disfrondò la sua vita. La destra mano non tesa in atto di declamatore o di saltimbanco, ma lungo la persona, allentata, non cascante, siccome d'uomo che non ha timori oramai nè speranze. Il viso non di vecchio accipigliato, ma quale nel palazzo del Comune l'hanno scoperto

or ora dipinto di mano di Giotto. Egli guarda all'angelo suo, senza rovesciare il capo all'indietro, senza furore nè stupore, ma in atto umile e consolato. Lo sdegno dà luogo all'affetto sommesso, alla pietà mansueta. Appiedi, due libri, l'uno della scienza divina, dell'umana l'altro; un compasso a simbolo del suo sapere di cose naturali e della misura mirabile ordinata a' suoi pensieri ed imaginamenti; una spada spuntata, per rammentare le giovanili battaglie e l'inutilmente bellicoso esilio; uno scudo che copre una croce, non sai se a proteggerla od a celarla; sopra lo scudo e vicino alla spada una penna nera, e da cima, non in punta, un po' macchiata di sangue; sotto, e accosto alla croce, una penna bianca e più grande.

Sul colle, ma men alto di Dante, Giotto, Casella, Guido da Polenta, e Dino Compagni. Giotto riceve dall'alto più luce, e con in mano la matita ed un foglio guarda al cielo, non a Beatrice però. Casella ha sulle ginocchia un liuto e guarda a Dante con amorevole domestichezza. Dino, concittadino di lui, e narratore onesto e piamente sdegnoso della reità della patria, tien gli occhi a terra. I tre son seduti. Guido sta ritto e s'inchina all' esule venerato; Guido che diede l'ultimo e tollerato ospizio ai sempre più intolleranti dolori dell'esule stanco; Guido che con onore regio onorò la sepoltura del povero maledetto dalla patria sua. I tre seggono a dimostrare la famigliarità con cui sono trattati da' coetanei, que' che le generazioni avvenire non senza religioso pudore da lontano ameranno. Giotto e Guido alla destra di Dante, Casella e Dino a manca.

A man manca, alquanto lontano e un po' più giù (a significare la distanza e del l'età e dell'ingegno), stanno e il Petrarca e il Boccaccio; quegli coronato d'alloro riguarda non Dante, ma fra settentrione e occidente non so che in aria, e si tiene con la manca la corona sul capo: il Boccaccio, men prossimo a Dante, lo rimira fisso con amore, ed accenna con mano al Petrarca che riguardi a lui. Sul pendío del colle, ma non sì che la vista del Poeta ad essi sia tolta, stanno a diritta Michelangelo e Leonardo da Vinci, a manca l'Ariosto ed il Tasso. A diritta i due artisti, perchè Leonardo con l'ingegno meditante e inventore abbracciò più grande spazio del senno umano e della intellettuale bellezza che non l'Ariosto ed il Tasso; e perchè Michelangelo fu di que' due cittadino più vero e più devoto alla memoria di Dante. Il da Vinci è seduto, a dimostrare la pace interiore di quell'ampio e sereno intelletto, con appiede un liuto e la sesta, e in mano il pennello; e'guarda non Beatrice, ma in alto, come se vedesse un'imagine di donna amata. Michelangelo ritto mostra a Dante con pietà disdegnosa i mali del pendio e della valle. Il Tasso guarda a Beatrice, e volge quasi a Dante le spalle: l'Ariosto le volge alla donna, s'affisa in Dante. Perchè l'uno reca del vecchio Poeta in alcuna parte lo spirito intimo, l'altro in alcuna parte l'estrinseca forma. L'Ariosto è seduto, a dimostrare la sbadata tranquillità di quell'anima che poco conobbe le ispirazioni terribili del dolore: il Tasso è ritto, per dire gli errori della volontariamente inquieta vita sua.

In cima del colle, alla destra di Dante, e più su, sorge un tempio gotico; a manca, pari di lui, un castello. Dalla parte del castello comincia la selva, che si distende per lo scosceso pendío: selva forte in sul primo di grandi alberi, e alquanto luminosa, poi sempre più buja e fitta e selvaggia. Tra la selva appariscono bastite e armature; lontano, un tempio in fiamme, e una rocca assaltata. Scendendo pel colle, due schiere in battaglia, più giù ca

valieri alla spicciolata duellanti con lance, più giù fanti con daghe, più giù con pugnali; e uomini appostati tra 'I folto delle piante col fucile spianato: nel fondo della valle gente che s'accapiglia, corridori al pallio che si danno il gambetto, e spettatori che fischiano e urlano, e fanno atti sconci. Sulle alture del colle aquile, da capo della selva leoni e tigri, poi lupi, poi volpi e gufi. Più scende, e più la selva si fa stenta, e di piante basse e spinose qua e là qualche giardino, ma tra l'oro degli arangi gialleggiano gli occhi d'una tigre: rusignuoli tra gli allori, e appiè dell'alloro vipere e gallinacci.

Nel fondo della valle gente che dorme, e dormendo si stira e dà de' pugni al vicino; gente che sbadiglia, e sdrajata mangia e trinca. Altri ballano, e ballando calpestano capi umani. Chi raccatta monete nel fango, chi soffia nel fuoco e fa fumo, chi ginocchioni dinanzi a un Mercurio; chi arde incenso a un torso di Venere smozzicato. Più si scende e più la nebbia s'addensa; qua e là qualche spera di luce che sfavilla da uomini solinghi, seduti in un rialzo, e ritti in una colonna come il paziente Stilita. Dall' altro lato la valle lenta lenta alza in costa, e la costa in poggio; la costa ed il poggio coperti di macchie e di spine, sempre salendo più rade, e miste di giovane bosco, e distinte di fiori. Il Parini tra le spine penosamente col bastone s'apre un sentiero; l'Alfieri, da manca, con la spada; il Byron sdrajato tra i fiori e le spine in abito di pari d'Inghilterra, con un berretto greco alla mano e con un velo di donna. Più su il Manzoni seduto, guardando dalla parte di Dante, ma con lo sguardo più alto del capo di quello; e Beatrice a Dante lo accenna e della luce di Beatrice piove più su lui che sugli altri di sotto. In cima del poggio di contro a Dante un altare ed un globo; e il Vico, a manca, posa la mano sul globo e quasi tutto lo prende: perchè quest'uomo tempi prevenne, e fu come in visione trasportato nei mondi dell'umanità passati e negli avvenire.

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PREFAZIONE ALL'EDIZIONE DI VENEZIA

In questo comento m'ingegno di stringere in poco le cose sparse per molti volumi. Interpreto sovente citando: perchè le citazioni dichiarano la lettera, illustrano il concetto, mostrano onde Dante l'attinse, o con quali intelligenze e fantasie l'intelligenza e fantasia di lui si rincontrò, e come egli fu creatore imitando. Cito sovente lui stesso; chè nelle prose e nelle rime e ne' luoghi simili del poema si riconoscono gl' intendimenti suoi e le forme dello stile. Più frequenti a rammentare mi cadono la Bibbia e Virgilio, S. Tommaso e Aristotele. M'ajuto di fonti inedite e preziosissimo m'è un comento attribuito a Piero figliuolo di Dante, dal quale attingo esposizioni e allusioni nuove, o le già note, ma non certe, confermo. Quant' ha di necessario l'Ottimo e gli altri vecchi, quanto i moderni, rendo in poche parole. Cerco nella prosa antica gli esempi di quelle che finora parvero licenze poetiche; le cerco nel toscano vivente. E di tutte queste citazioni escono insegnamenti e considerazioni ed affetti, quali nessuna parola di critico può suscitare: si conosce quello che è proprio all'uomo, quello che al secolo; quale e quanta armonia tra la imaginazione e l'intelletto, la natura e l'arte, la dottrina e l'amore. Le nuove mie interpretazioni difendo in breve, senza magnificarne la bellezza; nè le contrarie combatto. Prescelgo le più semplici: e solo là dove è forte il dubbio, ne pongo due. Le lezioni del testo conformo all'autorità di più codici e stampe; ligio a nessuna. Se circa le lezioni o le interpretazioni mie cadrà disputa, potrò sostenerle o correggerle: ma lo spediente del citare parvemi buono appunto a troncar molte liti; e la brevità parvemi debita cosa nello illustrare uno de' più parchi scrittori che onorino l'Italia e la natura umana.

PREFAZIONE ALLA NUOVA RISTAMPA

Del presente comento aggiungerò poche cose. Ai concetti e alle locuzioni di Dante io soglio spessissimo porre a riscontro i concetti e le locuzioni del suo maestro Virgilio. Questa corrispondenza potrà parer a taluni troppo frequente, e però immaginaria più d'una volta. Io, dopo aver rammentato i molti studii da Dante fatti (come nel Convito accenna) sopra Virgilio, e le chiare proteste del bello stile, da lui tolto, e dell'alta tragedia ch'e' sapeva tutta quanta a memoria, dirò che, se in uno o in altro luogo la locuzione virgiliana non pare ch'abbia ispirata la dantesca, fa almen vedere come quelle che in Dante pajono licenze o stranezze, egli possa giustificarle con autorevoli esempii. Ma il lettore s'accorgerà che il più delle volte la convenienza de' modi dell' Eneide con quelli della Commedia non è casuale: nè per essere questo così frequente, se ne farà maraviglia. Dall' ingegno profondo son tratte le più delle stesse imitazioni di Dante; tanto con la forza propria egli le doma; e, ruminate, le converte in propria sostanza. Perchè non è da dimenticare che, siccome in tutte le opere umane, nella Commedia le bellezze, se così posso chiamare, relative occupano non picciol luogo e si congiungono alle assolute ed eterne e natie in modo che a nessun amico dell'arte è lecito tutte disprezzarle.

Un'altra cosa io credetti necessaria in questo comento: di togliere quel pregiudizio che sovente taccia l'Allighieri di licenzioso quanto alle forme dello stile e della lingua; al qual fine, ad ogni apparente licenza che ne' suoi versi s'incontra, io m'ingegno dimostrare com' essa sia, o direttamente o per ragione evidente d' analogia, confermata dall' uso della lingua del suo secolo e spesso della parlata oggidì. Tempo è che l'ingegno di Dante cessi di sembrar singolare di quasi diabolica bizzarria: tempo è che le doti comuni a lui con gl'ingegni dell' età sua, cessino di parere proprie a lui solo.

In questa ristampa, per ajuto ai comincianti e agli stranieri, pongo distinte dalle note letterarie e storiche alcune glosse dichiaranti la lettera. Superfluo

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