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sentire a correzione del passato lor vizio: e udrete in essi rammentare e la modesta povertà di Maria, e la severa povertà di Fabrizio, e la generosità di Nicolò nel dotare le fanciulle pericolanti; e poi dell' avarizia gli esempi contrarii che cantano nella notte (perchè nella luce del giorno si celebra la gioja del bene, e alle tenebre meglio s'addice il pentimento del male); gli esempi contrarii sono il tradimento e il latrocinio di Pigmalione, la ridevole miseria di Mida, il furto d'Acamo, la morte d'Ananía e di Saffira, le busse di Eliodoro, e Polinestore e Crasso. Ed è cosa notabile che questa commemerazione de' danni dall'avarizia portati, è, al dir di Dante, l'amarissima tra le pene del purgatorio; col qual verso è mirabilmente significata si la turpitudine di quel vizio e sì la potenza che ha al pentimento pure il pensiero del male sull'anima dal terreno carcere liberata. Ora siccome gli esempi del bene sono dedotti dalla madre di Gesù, da un vescovo, da un cittadino romano; e gli esempi del male da tre principi, da un cittadino di repubblica, da un ministro di principi rubatore di cose sacre, da un guerriero, da una donna; così nella lupa è figurata l'avarizia e di preti e di laici, e di ricchi e di poveri, e di guerrieri e di donne. E siccome tra gli esempi della virtù contraria sono rammentati e poveri continenti e poveri liberali con virtù; similmente col vizio dell' avarizia è insieme punita la prodigalità tra purganti, non meno che tra dannati. Sapiente accoppiamento, perchè tanto il prodigo quanto l'avaro oltrag giano la giustizia e la umanità: l' uno e l'altro raccoglie, quegli per isperdere, questi per nascondere; l'uno e l'altro defrauda i meritevoli; l'uno e l'altro conduce a rovina gli Stati. Così nelle cose morali serbava il Poeta quella imparzialità che sovente nelle politiche lo fa singolare. E notate che nessuno altro vizio Dante accoppiò al suo contrario come fece la prodigalità e l'avarizia; perchè nessuno altro è così chiaramente e così dannosamente cagione del suo contrario, ed effetto. Il prodigo è costretto patire le cupide angherie dell' avaro per pascere le voraci sue voglie: l'avaro accumula materia e tentazione agli stravizii del prodigo. In bene ordinata repubblica non si conosce nè prodigalità nè avarizia,

ma gli animi, contenti del poco, ogni soverchio consacrano ad utile e onor del comune; ne' popoli depravati sorgono insieme, e insieme si tormentano, e si divorano, e si corrompono prodighi e avari. E nella medesima persona i due vizii talvolta miserabilmente s'alternano, ridevolmente s'accoppiano. E però le parole di Virgilio: « A che non traggi, o maledetta fame dell'oro, l'appetito degli uomini?», parole dette dell'avarizia, Dante le stende alla prodigalità: tanto a lui parevano que sti due vizi gemelli; e di qui meglio intendesi come Dante chiami i più tristi de' concittadini suoi, gente avara; e poi le disoneste magnificenze ne pianga, e le squisite lussurie. Gli era a' suoi occhi un medesimo male sotto faccia diversa. Così alla smodata cupidigia d'avere i danni d'Italia imputando, e alle ricchezze negando potere di crear libertà, e dimostrando questo essere delle preminenze sociali infedel fondamento, l' Allighieri traeva dal seno delle morali le sue civili dottrine, e la morale verità con le sentenze d'Orazio, di Giovenale, di Seneca e della Bibbia convalidava.

Maledette chiama nel Convivio il Poeta le ricchezze, e nella Commedia maledetta lupa l'avarizia, e con Virgilio sacra, cioè maledetta, la fame dell' oro, e Pluto lupo maledetto, e maledetto il fiorino coniato dalla sua patria; e alle ricchezze egli im puta fare gli uomini odiosi o per invidia ch'altri porta al ricco, o per desiderio di quei beni miseri. Or se la ricchezza partorisce odio, da essa è sciolto il vincolo delle repubbliche, dico l'amore; ed è tolto delle repubbliche il sostegno, vo' dire il coraggio; perchè fa gli uomini vili e ad ogni movere di foglia tremanti. E qui cita i tre versi di Lucano che spirano la sapienza delle cristiane dottrine circa la sicurezza beata e libera della innocente povertà :

O vitæ tuta facultas Pauperis, angustique lares, et munera nondum Intellecta Deum!

A' quali versi mirabili accenna nel Paradiso, laddove gli accade di esaltare la povertà di Francesco d'Assisi. Francesco egli riguarda come inviato dalla Provvidenza che governa il mondo, con quel consiglio che è inscrutabile ad occhio di creatura, inviato acciocchè la sposa ritor

nasse al suo Diletto che l'ha sposata col sangue. E raccontate le geste dell'ammirabile uomo (che insieme con una istituzione altamente religiosa fondava una società altamente civile, e, chi ben pensa, tutrice della popolare dignità), scende a mordere i vizj della degenerante famiglia. Non le ricchezze adoprate a bene malediceva il Poeta, non la sordida e turpe inopia lodava. Ma perchè ne religiosi, principalmente, l'abuso della ricchezza e della potenza è scandalo grave e pericolo; perciò contro le ricchezze ambiziose de' preti e' s'avventa, e ad esse imputa le calamità dell'Italia e del mondo. E chiaramente lo fa dire a Marco Lombardo, il quale lagnandosi che l'arco dell'umana volontà non è più teso alle nobili cose, e interrogato da Dante perchè sia il mondo coperto e gravido di malizia, risponde, questo non essere influsso reo di pianeti prepotenti; che se 'l mondo si svia, negli uomini è la cagione; e questa è l'avara abbiettezza del clero. La libertà morale egli colloca fondamento della civile, e nega che i mali degli uomini e de' popoli sieno cieca necessità. In un luogo del Convivio rincontriamo i concetti, e talvolta le parole stesse dette nel Purgatorio da Marco, e da tale corrispondenza raccogliamo che questa idea delle cose umane soverchio desiderate da quelli che meno desiderarle dovrebbero, sempre sotto forme varie s' aggirava ne' pensieri di Dante.

Siccome all'orgoglio diabolico, così all'umana avarizia egli dà compagna l'invidia; e dice l'invidia avere dipartita d'inferno primieramente la lupa. E veramente l'avaro non può non essere invido, e l'invido è una razza d'avaro, è un superbo vigliacco: funesta fratellanza e terribile maritaggio d' iniquità. Col nome d'invidia intendeva significare il Poeta il peccato più direttamente contrario all'amore; perchè siccome amore è voler bene, invidia è non solo non volere, ma non poter vedere il ben del fratello. E siccome all'invidia, così all' avarizia e alla superbia è contrapposto l'amore; vizj pertanto insociali tutti e tre, più ch'altri, e di libertà distruttori. Per meglio vedere come Dante credesse collegata l'invidia con l'avarizia, udite laddove, degl' invidi ragionando, esclama: «O gente umana, perchè poni tu

il cuore in beni o che non si possono godere in consorzio, o se l'uomo li vuol per sè solo, conviene che agli altri tutti l'uso promiscuo ne interdica »? Il desiderio de' beni esterni reputava egli nemico alla vera uguaglianza; non come la possessione della virtù e dell'ingegno, che la vera aristocrazia costituiscono, perchè nè accomunare si possono senza merito a tutti, nè di forza restringere in pochi; son beni per natura loro diffusivi di sè, e quanto più diffusi, altrettanto più giovevoli a coloro da' quali si partono. La ricchezza all'incontro è vantaggio che sul divieto si fonda, e per sè medesima tende a incutere, in quelli che meno ne sono forniti, il desiderio di materiale consorzio, di material parità. Dalla falsa inuguaglianza che le ricchezze pongono, procede adunque una falsa idea d'uguaglianza, che i meno aventi cominciano a vagheggiare come felicità suprema, com'unica libertà.

Le tre teste bicorni spuntate sul timone del carro mistico là sul monte del Purgatorio, simboleggiano anch'esse l'avarizia, la superbia, l'invidia; e il carro trasformato, è in parte il medesimo che la donna veduta nell'Apocalisse fornicare coi re. Se non che il simbolo stesso dell'Apostolo ha ne' due luoghi interpretazione un po' differente. Nell' Inferno le sette teste significano i sacramenti, e le dieci corna, istrumento alla donna e argomento di sua divina origine, i dieci comandamenti della Chiesa fin tanto che l'osservarli piaceva ai pontefici sposi di lei. Nel Purgatorio, all' incontro, il carro della Chiesa, ricoperto della piuma dell'aquila, diventa mostro con sette teste che sono i peccati mortali. Quel variare l'interpretazione d'un simbolo si perdoni all' oscurità del simbolo stesso (chè al tempo spetta dilucidare le verità nascoste sotto i profetici veli del contemplante ispirato); oscurità che fino ai comentatori prosaici allarga a libero volo la fantasia; poi si perdoni all' amore de' simboli che ne' tempi di rinnovata civiltà si fa sentire più ardimentoso che mai.

Del resto se la donna fornicante era degna di biasimo e di compianto, degni di non minor vilipendio e di pena erano i drudi feroci.

MONUMENTO A DANTE IN FIRENZE

Se quando, in sul primo salire del sacro monte, l'infelice Poeta ascoltava da re Manfredi quelle dolenti parole dove al pastor di Cosenza è rinfacciato che, più rigido della divina giustizia, trasportasse di fuori del regno le ossa del vinto nemico e le sperdesse alla pioggia ed al vento; se il cuore in quel punto avesse predetto all'esule che al suo proprio cadavere si sarebbe, dopo solennemente sepolto, minacciata uguale onoranza! Se quando impaziente del lungo irritato dolore, egli invocava sulla patria sua le armi d'Alberto e imprecava a colui la vendetta di Dio per aver lasciato in abbandono il giardino dell'imperio, lo spirito del Poeta avesse potuto vedere l'Italia del secolo decimonono, e vedere sovra il bel fiume d'Arno nel seno della gran villa onorato il suo nome con più splendida pompa che non avrebbe ardito egli medesimo desiderare! Ben gli diceva una voce, che non per merito del grande amore che lo legava alla patria, non per mercè di durati travagli e di nobili uffici, ma per la gloria del sacro suo canto egli sarebbe con altra voce ritornato poeta. Ma se in uno di quegli istanti terribili, quando il grande ingegno abbandonato dalla sua forza par che rimanga men ch'uomo, quando l'intensità del sentimento infaticabile si profonda nella contemplazione delle miserie presenti e dell'avvenire; quando l'ingiustizia degli uomini e la veemenza delle proprie passioni, quasi congiurando insieme, strascinano l'anima a tale stato al cui paragone la disperazione parrebbe un sollievo; se in uno di quegli istanti la voce del suo genio gli avesse gridato: Tu ri

tornerai, ma non quando nè come tu speri; e dal sepolcro uscirà più potente e più sacra per antichità la tua voce; e n'echeggerà tutta Europa; e i tuoi dolori, cittadino derelitto e mendico, saranno dell' intera nazione il compianto e la gloria !

Un monumento è egli forse la più eloquente significazione della gratitudine c dell' ammirazione de' popoli? Il Boccaccio che cinquant'anni dopo la morte dell'esule ne comenta in una chiesa di Firenze il poema e con i proprii rischiara i rimproveri di Dante dinnanzi ai cittadini che non temono d'ascoltarli; il Boccaccio, che per commissione solenne della repubblica reca a Ravenna un sussidio alla figliuola di Dante; il Boccaccio, che la Divina Commedia manda al Petrarca, trascritta di sua mano, come il più caro de' doni; e Michelangelo, che in nome della patria, chiedendo a Leone X le ceneri del Poeta, si offre fare la sepoltura sua condecente in loco onorevole in questa città; Michelangelo, che con le sue pitture comenta le visioni della Cantica; Michelangelo, che afferma preporrebbe le sventure di Dante al più felice stato del mondo: ecco testimonianze d'onore più desiderabili d'ogni splendido mausoleo. Ma il monumento dell'esule era debito di Firenze. Solennemente conveniva riaprire le sue porte a colui al quale il Cielo, come Michelangelo canta, le sue non contese. Ch'ella di quel nome andasse superba, cel dicono le sue memorie, i libri de' suoi scrittori, i suoi palagi, i suoi templi. Ove si trattasse d'altr' uomo sarebbe lecito affermare che un busto, un ritratto, una

lapida, una edizione delle opere, un'annua commemorazione, e sopra tutto l'imitarne gli esempi, è de' monumenti il migliore; giacchè questa tanta prodigalità che si pone in un masso, quest' ammirazione fredda ed immobile come il marmo che n'è unico indizio, sembra quasi ludibrio in tanta degenerazione della gloria, in tanto bisogno d'incuorare con segni efficaci di riverenza la timida e negletta e invidiata industria dei vivi. Ma qui di Dante si tratta: e il monumento di lui è quasi il decreto solenne di sua rivocazione, è atto di politica ammenda. In un tempio egli profetava a sè stesso di dover essere incoronato poeta, e il suo monumento fu collocato in un tempio. Qui cominciano le censure. Non è nostro pensiero nè approvarle, nè ribatterle, nè tutte ridirle. Ognun sa che a raccogliere insieme i pareri i quali all'esporsi d'un nuovo lavoro dell'arte gli si affollano d'intorno, e cozzano tra loro, ne risulterebbe soggetto di dolorose considerazioni sulla scarsità di giudici atti a formarsi un'opinione indipendente dall' altrui detto e dalle proprie passioni. Ognun sa che negli onori offerti alla gloria dei sommi l'ammirazione e la riconoscenza tacciono sovente soffocate dalla smania di riprovare, di deridere; o danno luogo a certo entusiasmo fattizio, sacrilega cosa. C'era chi non in un tempio ma in un portico, dal Poeta denominato il portico di Dante, avrebbe desiderato rizzare il simulacro; c'era chi a ciò destinava la loggia del l'Orcagna, ringhiera un tempo delle civili solennità, e degna nicchia alla statua del libero cittadino. Chi voleva nella piazza di Santa Croce collocata l'effigie colossale del Poeta, sopra un gran masso, da cui, quasi Ippocrene, spicciasse la fonte. A chi dispiaceva per monumento una tomba, quando Firenze non ha le ceneri, indarno desiderate, dell' uomo al quale un cardinale minacciava di togliere la sepoltura, e un cardinale poi più magnifica la rifece. Havvi chi la Poesia al suo sepolcro avrebbe amato non piangente, ma lieta: havvi chi il portamento dell'Italia stima composto a troppa maestà: e chi non vorrebbe il Poeta ignudo: e chi non vorrebbe che il gomito gli stesse appoggiato sull'aperto volume. Alle quali cose altri potrebbe rispondere, che all'autore del poema sacro, degno luogo di monumento era un tempio;

che a Dante un cenotafio in Firenze doveva sorgere quasi indizio del 'desiderio inesaudito della patria; che la Poesia mezzo prostesa sul monumento, per Dante non piange, ma piange le sventure, retaggio dei disprezzati e perseguitati annunziatori d'austere verità; che l'Italia spira gravità virile e religione imperiosa, perché tale spirava ne' suoi pensieri; che ignudo siede il Poeta, quasi imagine delle anime altere e forti, viventi in tempi di calunnia e di discordia; che il gomito gli posa sull'opera che l'ha fatto per più anni macro, per denotare che le avversità della vita e la smania di legittime speranze miseramente deluse, tanto possono sul cuore de' più sofferenti, da far loro dimenticare ogni idea di conforto e fino il sentimento della propria grandezza. Insomma, mi si mostri lavoro al quale non si possa con un po' d'ingegno e di buon volere apporre censura, o censura da cui non si possa trar soggetto di lode. La passione è ingegnosa quasi come l'affetto. Basta talvolta un'idea del meglio perchè paia deforme anche il bello; e la fantasia preoccupata arriva a scoprire molte più bellezze in un'opera, che non eran forse nella fantasia dell'autore.

Nel giorno che la patria, lieta insieme e dolente, celebrava l'espiazione di un' antichissima e dolorosa memoria, ai canti d' espiazione religiosa era forse conveniente soggiungere inni di civica gioia e pubblico festeggiamento; e una voce poteva innalzarsi, e con più efficaci parole che io non saprei dire alla gioventù fiorentina: « Educatore dell'ingegno, cote alle anime forti è il dolore ». Oh se sopessero coloro i quali la propria viltà condanna a tormentare una grandezza ch'e' non possono comprendere; se sapessero di quanta gloria è ministra, di quanti fecondi affetti nutrice la loro incauta vendetta! Oh chi l'avesse detto a quel Baldo d'Aguglione, che il cittadino da lui tante volte condannato, calunniato, ridotto nel dispregio che segue anco all'immeritata indigenza, a fremere di dolore e ad arrossir di dispetto, avrebbe dalla sventura dedotto nuove forze all'ingegno, e anch'egli alla sua volta giudicati, ma di ben altro giudizio, i suoi nemici, e alla lontana posterità tramandato il puzzo della lor villana superbia e della codarda arroganza! Ma Baldo d'Aguglione si credeva

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propria impotenza, e tanto più intollerante ed altero; acre, severo, talor anco crudele contro la fama di chi lo aveva oltraggiato.

Nè tra' suoi sprezzatori e nemici eran tutti villani e vili: v'eran uomini provati anch'essi dalla sventura, educati a gentilezza, atti ad indovinare se non comprendere il pensiero e il cuore di Dante;

di percotere un più vano e più inesperto di sè; reduce lo temeva, non esule; e il titolo di poeta, di dotto, non sarà stato nella sua mente che un nuovo titolo di disprezzo. E que' potenti d'Italia a cui la fama del nome metteva riverenza dapprima, poi la povertà ben presto destava irriverente confidenza, e la severità de' modi o sdegno o sospetto; que' potenti d'Italia che con sguardo di pietà insul-e i coetanei li onoravan costoro, e di loro tatrice l'avranno veduto sedere alla mensa loro e mangiare il loro pane; come ne avranno in ogni atto spiati i pensieri, e frantesi, e interpretati al peggio, e preso ad onta il suo dolore, a noja la sua presenza, a scherno il suo senno? Quante volte assetato di libertà, dalla stolta magnificenza di custoditi palagi, dallo schiamazzare di giocolari e di parassiti, dalla pressa de' vili tumultuanti per adulazione, ed ebbri di servitù, l'infelice sarà uscito quasi anelante con l'animo prostrato, non ritrovando più sè in sè medesimo, sarà corso a sfogare il dolore nella solitudine fida de' campi inabitati; e quivi riavutosi, avrà ripigliati, quasi scoltura intermessa, i suoi versi, e con accento disperato fattigli risuonare per quelle stesse campagne che, ricreate dalla civiltà, dovevano ancora dopo cinquecent'anni echeggiarne! Quante volte nelle lunghe e povere peregrinazioni che lo facevano esperto de' costumi avviliti, e delle irreparabili sventure d'Italia, incontratosi in uno sconosciuto viandante, e accompagnatoglisi, egli avrà riconosciuto un concittadino, e con l'ansia dell'amore non corrisposto, l'avrà interrogato della divisa repubblica, della moglie, de' figli, degli amici, di quanto egli ignorava, e di quanto da gran tempo sapeva; e l'ira, il dolore, assai più che l'accento, l'avran dato a conoscere per Fiorentino, per Dante Allighieri! Nè la fama grande, nè la riverenza sincera, e le ospitali accoglienze de' pochi degni di lui bastavano a temperare l'inesausta amarezza de' suoi rancori: sospettoso, diffidente, torbido lo rendea la sventura; nauseato e pur avido degli onori; mortificato dalla esperienza lunga della

parlava la fama, e nella boria di loro dottrina si tenevano ben più grandi, si speravano ben meglio immortali di lui. Ma di costoro non resta che una smorta ricordanza nelle memorie di qualche erudito; e tanto ne suona il nome, in quanto amareggiarono la vita di Dante Allighieri. E però voi che potete, rispettate nel genio voi stessi, e la vostra fama avvenire. Troppo già della grandezza sua lo puniscono, e l'inerzia de' molti, più ingegnosa ad offendere e meno evitabile dell'invidia, e il dolore del non essere compreso, e la tormentosa ricerca del meglio ch'anco in mezzo all'orgoglio lo riduce sovente a tremare e a disperar di sè stesso, e le smanie che dentro gli suscita il soprabbondare della fervida vita. E voi che per la via de' grandi, mossi da irresistibile impulso, v'incamminate, apprendetene da Dante gli uffizii, i pericoli, i tardi ma incommutabili compensi: pensate che il vero può e deve omai dimostrarsi non più minaccioso tra le fiamme dell'ira e della vendetta, ma limpido ne' raggi vivifici dell'amore. Non confondete col desiderio del meglio la torbida passione dell'orgoglio sdegnoso: siate coraggiosi, ma a tempo, ma per affetto del bene: parlate a' coetanei un linguaggio che consuoni alle più nobili parole del passato, e preparateli ad intendere altre più nobili ancora nel tempo avvenire. Non isperate però risanare i rancori, e sperdere la ca lunnia; ma potrete innanzi a lei levare sicuri la voce e la fronte, vivrete re di voi stessi: e avranno luce i pensieri, e le parole autorità, dalla pace generosa dell'anima vostra.

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