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4. Veramente, quant' io del regno santo Nella mia mente potei far tesoro, Sarà ora materia del mio canto. 5. O buono Apollo, all'ultimo lavoro Fammi del tuo valor si fatto vaso, Come dimandi a dar l'amato alloro. 6. Infino a qui l'un giogo di Parnaso Assai mi fu: ma or con amendue M'è uopo entrar nell'aringo rimaso. 7. Entra nel petto mio, e spira túe, Si come quando Marsia traesti Della vagina delle membra sue. 8. O divina virtù, se mi ti presti Tanto che l'ombra del beato regno, Segnata nel mio capo, io manifesti:

4. (L) VERAMENTE: pure.

(SL) VERAMENTE. Purg., VI, t. 15. TESORO. Inf., II, t. 3. Agostino: Traggo dalla mia memoria, quasi da tesoro, le cose. Albert., 1, 50: Tesauri del tuo sapere. 5. (L) FAMMI DEL TUO VALOR...: ispirami com'è richiesto perchè tu dia l' alloro amato da te per amore di Dafne.

(SL) BUONO. En., I.: Bona Iuno. Ha senso amplissimo di bene. - LAVORO. Buc., X: Extremum hune, Arethusa, mihi concede laborem.-VASO. Eccli., XLIII, 2: Sol... vas admirabile opus Excelsi. Inf., II, t. 40: Vas d'elezione. COME: ED., VI: Pii vates, et Phobo digna locuti,- - AMATO. Ovid. Met., I: Semper habebunt Te coma, te citharæ, te nostræ, laure, pharetræ.

(F) APOLLO. Pietro per Apolline intende la virtù intellettiva delle cose celesti. Apollo e le Muse in Dante son simboli.

6. (L) CON AMENDUE: coll'aura che spira d'ambedue.

(SL) Gioco. Ovid. Met., I: Mons ibi verticibus petit arduus astra duobus, Nomine Parnasus, superatque cacumine nubes. Lucan., III : Parnasusque jugo... desertus utroque. V: Gemino petit æthera colle. Stat. Theb: Bicorni jugo. Pers., Prolog.: Bicipiti Parnasso. Buc., X: Parnassi... juga. En., VII: Pandite nunc Helicona, Dece, cantusque movete. Elicone e Citerone, Cirra e Nisa sono i due gioghi. Con Bacco sul Citerone stavano, dice Probo (al III delle Georgiche, v. 45), le Muse, invocate da Dante sinora. Ora chiama ad Apollo. Ovid. Met., X. Nunc opus est leviore lyra. Georg., III: Nunc, veneranda Pales, magno nunc ore sonandum. CON. Entrar nell' aringo co' gioghi, non pare bello.

(F) GIOGO. Parnaso, dice Pietro, è l'universale dottrina: l' un giogo, la scienza; l'altro, la sapienza. Agostino (de Doct. Chr.) distingue la scienza umana e la sapienza di Dio.

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7. (L) TUE: tu.-MARSIA: lo vinse nel canto e scorticò. (SL) PETTO. Æn., VI: Stimulos sub pectore vertit Apollo. SPIRA. Æn., VI: Sit mihi fas audita loqui, sit numine vestro Pandere res... - - MARSIA. Ovid. Met., VI. Gl' indotti audaci. Nel 1 del Purgatorio rammenta le piche. Sempre la vendetta accanto alla gloria. 8. (L) MI TI: me a te. L'OMBRA: il po' che rammento.

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9. Venir vedrámi al tuo diletto legno, E coronarmi allor di quelle foglie Che la matéra e tu mi farai degno. 4C. Si rade volte, padre, se ne coglie Per trionfare o cesare o poeta (Colpa e vergogna dell'umane voglie). 11. Che partorir letizia in su la lieta Delfica Deità dovria la fronda Peneia quando alcun di sè asseta. 12. Poca favilla gran fiamma seconda. Forse diretro a me con miglior' voci Si pregherà perchè Cirra risponda.

13. Surge a' mortali per diverse foci

La lucerna del mondo: ma da quella,
Che quattro cerchi giunge con tre croci,

TUO DILETTO LEGNO:

9. (L) VEDRAMI: mi vedrai. l' alloro. CHE LA MATERA E TU MI FARAI DEGNO: che l'alto soggetto e la tua ispirazione mi faran degno di te. 10. (SL) PADRE. Titolo di tutti gli Dei, dice Servio. CESARE. Petr., son. 225: Onor d'imperatori e di poeti. Metti a paro poeta e Cesare, ma il nome di poeta è quel che più dura e più onora. Purg., XXI, t. 29.

11. (L) CHE PARTORIR LETIZIA... DOVRIA...: che tu dovresti rallegrarti quando alcuno desidera la tua corona. IN SU: nella.

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LUCERNA. (SL) Foct. Quasi fiume di luce. En., III: Phobea lampadis. Segneri: Il sole che e un mondo di splendore, con tutto ciò nel concavo del suo cielo non comparisce quasi più che una lampana sospesa dalla sua volta. Mal biasima il Casa questo lucerna, che non è lucernina d'olio, nè lanterna di sbirro, ma suona luce, e con la piccolezza dell' imagine fa anzi risaltare la grandezza de' mondi, e presenta al di là della dottrina tolemaica la copernicana.

(F) QUATTRO. Il Sole nell' Ariete, al tempo dell'equinozio, nasce alla foce del Gange: entra nel primo grado dell'Ariete, dove i quattro circoli s'incontrano, l'orizzonte, quello dello zodiaco, l'equatore; e il coluro degli equinozi, tagliando l'equatore, fa una croce; il zodiaco, tagliando l'equatore medesimo, un'altra l'orizzonte collo zodiaco, la terza. L'Anonimo: Li quali quattro circoli s'intersecano in uno punto, cioè nel principio dell'Ariete, quando è in Ariete che tocca l'orizzonte. Quivi, dice Pietro, il sole ha la sua maggiore efficacia. I Postillatore Caetano per le tre croci intende le virtù teologiche, perchè la croce è il segno della fede; pe' quattro circoli, le virtù cardinali; e il sole di giustizia che le illumina.

14. Con miglior corso, e con migliore stella Esce congiunta, e la mondana cera Più a suo modo tempera e suggella. 15. Fatto avea di là mane e di qua sera Tal foce quasi; e tutto era là bianco Quello emisperio, e l'altra parte nera: 16. Quando Beatrice in sul sinistro fianco Vidi rivolta, e riguardar nel sole. Aquila si non gli s'affisse unquanco. 17. E si come secondo raggio suole

Uscir del primo, e risalire insuso, Pur come peregrin che tornar vuole; 18. Cosi dell'atto suo, per gli occhi infuso

Nell'immagine mia, il mio si fece;

E fissi gli occhi al sole oltre a nostr'uso. 19. Molto è licito là, che qui non lece Alle nostre virtù, mercè del loco Fatto per propio dell' umana spece.

14. (L) LA MONDANA CERA PIÙ A SUO MODO TEMPERA E SUGGELLA: con vivifico lume dispone ed informa le cose mondane.

(SL) MIGLIOR. Perchè rende uguale il giorno a tutti gli abitatori della terra. — STELLA. L'Ariete prossimo all'equatore. Conv., II, 4: Le stelle... sono più piene di virtù... quando sono più presso a questo cerchio. Poi nella primavera è più piena la vita. Inf., I, t. 45: E'l sol montava in su con quelle stelle... Conv.: Altrimenti é disposta la terra nel principio della primavera a ricevere in sè la informazione dell' erbe e delli fiori, e altrimenti lo verno. Petr., Canz. 28: Alla stagion che il freddo perde, E le stelle migliori acquistan forza.

15. (L) DỊ LÀ MANE E DI QUA SERA: sul monte sorgeva il sole, sulla terra nostra cadeva. - QUELLO EMISPERIO del Purgatorio. L'ALTRA: la nostra.

16. (L) UNQUANCO : mai.

(SL) SINISTRO. Il Purgatorio è antipodo a Gerusalemme. Quella, posta di qua dal tropico di Cancro ; onde il monte dev'essere di là dal tropico di Capricorno e come di qua sorge il sole a destra, di là deve a manca. - AQUILA Agostino, dell' aquila (In Joan., XXXVI): Chi degli aquilotti guarda fisò il sole è riconosciuto per figlio; se l'occhio gli trema, è lasciato dall' artiglio cadere.

(F) BEATRICE. Quella il cui nobile amore gli innalzò l'anima al cielo, al cielo gli è guida. Ecco ragione perchè Beatrice era simbolo della scienza divina; perchè veramente ella a Dio lo innalzò. Conv.: Per cielo intendo la scienza, e per cicli le scienze.

17. (L) Sì COME SECONDO RAGGIO... FISSI GLI OCCHI AL SOLE: Come raggio riflesso segue al diretto e risale, così vedendola guardare in su, in su guardai.

(SL) PEREGRIN. Bella imagine e affettuosa nella bocca d'un esule.

18. (L) IMMAGINE senso e pensiero. STR USO: non abbagliato.

OLTRE A NO

(SL) INFUSO. Stat. Achill., I: Oculi infusum sen

sere diem.

(F) Occu. La scienza di Dio guarda in alto; l'uomo in lei, e s'innalza. La scienza sacra, dice Agostino, perfeziona l'intelletto e indirizza l'affetto. 19. (L) Loco: paradiso terrestre.

(F) LICITO. Aug.: A' viventi in questa carne, e con inestimabile virtù crescenti nell' attività della contemplazione può farsi vedere della chiarezza di Dio.

20. I' nol soffersi molto, nè si poco,

Ch'io nol vedessi sfavillar dintorno, Qual ferro che bollente esce del fuoco. 21. E di subito parve giorno a giorno Essere aggiunto, come Quei che puote Avessel ciel d'un altro sole adorno. 22. Beatrice tutta nell'eterne ruote

Fissa con gli occhi stava; ed io, in lei Le luci fisse, di lassù rimote, 23. Nel suo aspetto tal dentro mi fei Qual si fe' Glauco nel gustar dell'erba, Che'l fe' consorto in mar degli altri dei. 24. Trasumanar, significar per verba Non si poría; però l'esemplo basti A cui esperienza Grazia serba. 25. S'io era sol di me quel che creasti Novellamente, Amor che 'l ciel governi, Tu'l sai che col tuo lume mi levasti. 26. Quando la ruota che tu sempiterni Desiderato, a sè mi fece atteso Con l'armonia che temperi e discerni;

20. (L) I' NOL...: il sole io non... 21. (L) QUEI: Dio.

(SL) GIORNO. Entra nella sfera del fuoco per salire alla luna.

22. (L) DI LASSÙ RIMOTE: levate da guardar il sole. 23. (L) GLAUCO. Al veder che i pesci da lui presi in toccare dell' erba saltavano in mare, mangiò di quel l'erba e fu Dio marino.

(SL) GLAUCO. Ovid. Met., XIII, v. 903. Virgilio due volte lo nomina (Georg., I; Æn., V).

(F) TAL. Aug. Quando sarai tale che nulla di terreno l'alletti in quel punto di tempo, credimi vedrai quel che brami.

24. (L) VERBA: parole. - PORÍA: potrebbe. - EsemPLO di Glauco. A CUI ESPERIENZA GRAZIA SERBA: a chi la Grazia riserba di provarlo.

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(SL) SIGNIFICAR. Som.: Significatio quæ est per verba. VERBA. Jacopone Di Dio le sante verba. GRAZIA. Grammaticalmente ambiguo ma non oscuro. 25. (L) S' 10 ERA SOL... col corpo lassù, od in ispirito. Tu'L SAI: io nol so.

(F) SOL. Ad Corinth., II, XII, 2: So ch' uomo è stato rapito in Cristo insino al terzo cielo. Se nel corpo, non so, nè so se fuori di quello: Dio il sa. Bolland., 196: Ero posta in codesto altissimo stato inenar rabile: e non so s'io fossi nel corpo o fuori d'esso. Nel comento di Iacopo, Paolo dicesi aver visitato altresì l'inferno. NOVELLAMENTE. Nel canto XXV del Purgatorio, terz. 24, l'anima ragionevole infusa nel feto umano già formato, la chiama spirito nuovo. — GOVERNI. Boet.: O qui perpetua mundum ratione gubernas, Terrarum cœlique sator, qui tempus ab ævo Ire jubes. 26. (L) RUOTA de' cieli. SEMPITERNI: fai eterna. TEMPERI: fai una e varia.

(SL) TEMPERI. Hor. Epist., I, 12: Quid temperel annum. - Carm., III, 4: Qui terram inertem, qui mare temperat. Ovid. Met., IV: Siderea qui temperat omnia luce. Cic., Somn. Scip.; Sol... mens mundi et temperatio. Cic. volgar. Tempera la cetera.

(F) DESIDERATO. Aggeo, II. - Iddio, secondo Aristotele, move come amato e desiderato. E Platone dice che i cieli si movono sempre cercando l'anima del

27. Parvemi tanto allor del cielo acceso

Dalla fiamma del sol, che pioggia o fiume
Lago non fece mai tanto disteso.

28. La novità del suono, e'l grande lume,
Di lor cagion m'accesero un disio
Mai non sentito di cotanto acume.
29. Ond'ella che vedea me sì com'io,

Ad acquetarmi l'animo commosso,
Pria ch'io a dimandar, la bocca aprio.
30. E cominciò: - Tu stesso ti fai grosso

Col falso immaginar, si che non vedi Ciò che vedresti se l'avessi scosso. 31. Tu non se' in terra, sì come tu credi; Ma folgore, fuggendo 'l proprio sito, Non corse come tu ch'ad esso riedi. 32. S'io fui del primo dubbio disvestito Per le sorrise parolette brevi, Dentro a un nuovo più fui irretito. 33. E dissi: Già contento requievi

Di grande ammirazion: ma ora ammiro Com'io trascenda questi corpi lievi. 34. Ond'ella, appresso d'un pio sospiro,

Gli occhi drizzò vêr me con quel sembiante
Che madre fa sopra figliuol deliro;

mondo, e desiderano trovarla, perché non è in luogo determinato, ma spassa per tutto: la qual' anima è Dio. Nel Convivio dice che l'empireo è cielo immobile e luogo di Dio; onde il primo mobile ch'è sotto, si move velocissimo, per lo ferventissimo appetito che ha di unirsi a quello.-TEMPERI. L'armonia è varietà e proporzione di parti; onde conviene che si discernano, cioè si moderino a legge certa. Platone e Cicerone (Somn. Scip.) pongono l'armonia delle sfere. E il simile Orfeo. Aristotele (De cœlo et mundo) nega codesti suoni de' cieli. Aggiungeva Platone che le muse contemprano l'armonia mandata dagli astri.

27. (L) TANTO spazio.

28. (L) Suono delle sfere.

(SL) ACUME. Purg. XXIV, t. 37: Voglia acuta. 30. (L) TI FAI GROSSO: t' aombri d'ignoranza. L'AVESSI SCOSSo: avessi scosso l' imaginar.

(SL) FALSO. Dante, Rime: - L'imaginar fallace. Scosso. Boet. Tunc me discussa liquerunt nocte Tenebræ.

31. (L) 'L PROPRIO SITO: la sfera del fuoco. — AD ESSO RIEDI: di qui scende nel corpo l'anima tua.

(F) SITO. Arist. E la terra come il centro del mondo nel mezzo di tutte le cose, intorno alla quale ľ 'acqua, intorno all' acqua l''aria, intorno all' aria il fuoco, qui puro e chiaro, che giunge infino alla luna. CORSE. L' elevazione della scienza è volo dell' anima. Abacuc è trasportato dall' angelo in impetu spiritus (Dan. XIV, 55).

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32. (L) DiSVESTITO: Sviluppato. SORRISE PAROLETTE: parolette dette sorridendo. -IRRETITO: avviluppato. (SL) DISVESTITO. La Chiesa: Peccatis exuas. - Indui i Latini per entrare nel laccio. IRRETITO. Prov., VII, 24: Irretivit eum multis sermonibus. Som.: Laqueis erroris.

33. (L) RequÏEVI: riposai. lo mortale.
34. (L) APPRESSO: dopo, DELIRO: delirante.

(SL) Pio. Hor. Epist., 1, 18: Veluti pia mater. --MADRE. Psal. CII, 15: Quomodo miseretur pater filio

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Che l'universo a Dio fa simigliante. 36. Qui veggion l'alte creature l'orma Dell'eterno valore, il quale è fine Al quale è fatta la toccata norma. 37. Nell'ordine ch'io dico sono accline Tutte nature per diverse sorti, Più al principio loro e men vicine. 38. Onde si muovono a diversi porti

Per lo gran mar dell'essere; e ciascuna Con istinto a lei dato che la porti. 39. Questi ne porta 'l fuoco invêr la luna; Questi ne' cuor mortali è promotore; Questi la terra in se stringe e aduna. 40. Nè pur le creature che son fuore D'intelligenzia, quest'arco saetta, Ma quelle ch'hanno intelletto e amore.

rum, misertus est dominus timentibus sc. -Petr.: Delira impresa.

DELIRO.

(F) FIGLIUOL. Prov. 1, 22: Usquequo, parvuli, diligitis infuntiam...? Conv, I, 4: La maggior parte degli uomini vivono secondo senso, e non secondo ragione, a guisa di pargoli: e questi cotali non conoscono le coserse non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la quale a debito fine è ordinata, non veggiono perchè hanno chiusi gli occhi della ragione.

35. (SL) COSE. Tutte le cose hanno un fine, dell'uomo é Dio. Però l'uomo tende a salire. FORMA. Da unità e vita al mondo.

36. (L) Qui: in tale ordine. la norma dell' ordine detta.

-

LA TOCCATA NORMA:

-

(SL) ALTE. Terz. 40: Ch' hanno intelletto e amore. (F) ORMA. Som, Siccome nella creatura ragionevole trovasi la somiglianza dell' imagine, così nella irragionevole la somiglianza dell'orma divina. — FINE. Prov. XVI, 4: Universa propter semetipsum operala est Dominus. NORMA. Boezio, a Dio: Mundum mente gerens, similique in imagine formans. 37. (L) ACCLINE: disposte. -SORTI di dignità. PRINCIPIO LORO; a Dio.

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AL

(SL) ORDINE. Conv., I, 10: La differenza delle cose in quanto sono ad alcuno fine ordinate. — ACCLINE. Hor. Sat., II, 6: Acclinis falsis animus. SORTI Som. Sortes possessionum.

38. (F) PORTI di più o meno profonda quiete e letizia. Psal. CVI, 30: Deduxit eos in portum voluntatis corum. Segneri, Iner.: Senza questo supremo intelletto nessuna delle nature inferiori potrebbe andare si diritta al suo fine quasi nave al porto. 39. (L) QUESTI: l'istinto, promotore di vita che vien dal cuore.

(SL) PORTA. Arist. Phys., VIII.: Il moto di luogo dicesi portamento: popd.· Fuoco. Lo credevano imponderabile, e che tendesse alla sua sfera lassù (Purg..., XVIII). ADUNA. Postill. Cassin.: Congiutinal in globum el pendulo sustinet. Nel dialetto Corcirese radunarsi è raccorsi del corpo in minore spazio.

(F) LUNA. Conv. Ogni cosa ha il suo speciale amore. Come le corpora semplici hanno amore naturato in sè al luogo proprio. E però il fuoco ascende alla circonferenza di sopra, lungo il cielo della Luna, 40. (L) CHE SON FUORE D'INTELLIGENZIA: irragionevoli. ARCO d'amore.

(SL) Anco. Nel Convivio parla dell'amore delle piante al suolo in cui nacquero.

44. La Providenzia che cotanto assetta,

Del suo lume fa 'l ciel sempre quieto Nel qual si volge quel ch'ha maggior fretta. 42. Ed ora li, com'a sito decreto,

Cen porta la virtù di quella corda Che ciò che scocca, drizza in segno lieto. 43. Vero è che, come forma non s'accorda Molte fiate alla 'ntenzion dell'arte, Perch'a risponder la materia è sorda;

41. (L) COTANTO ASSETTA: dispone si gran cose. QUEL CH' HA MAGGIOR FRETTA: il primo mobile.

(SL) ASSETTA. Gio. Vill. Rassettare il reame. (F) QUIETO. Boet.: Tu cuncta superno Ducis ab exemplo, pulerum pulcherrimus ipse Mundum mente gerens... Tu requies tranquilla piis; tu....... finis, Principium, vector, dux, semita, terminus. Conv.: Il cielo immobile è luogo di quella somma Deità che se sola compiutamente vede. — FRETTA. Conv.: Il quale per lo suo ferventissimo appetito d'essere congiunto col divinissimo cielo e quieto, in quello si rivolve con tanto desiderio che la sua celerità è quasi incomprensibile.

42. (L) DECRETO segnato. 43. (L) FORMA concepita. celto.

VIRTÙ divina. SORDA restia al con

(F) FORMA. Conv., II, 1: Impossibile è la forma renire se la materia, cioè lo suo soggetto, non è prima disposta ed apparecchiata; nè la forma dell'arca v nire, se la materia, cioè to legno, non è prima disposto ed apparecchiato.

44. Così da questo corso si diparte

Talor la creatura, ch' ha podere Di piegar, così pinta, in altra parte 45. (E si come veder si può cadere

Fuoco di nube), se l'impeto primo A terra é tôrto da falso piacere. 46. Non dei più ammirar, se bene stimo, Lo tuo salir, se non come d'un rivo Se d'alto monte scende giuso ad imo. 47. Maraviglia sarebbe in te, se privo D'impedimento, giù ti fossi assiso, Com' a terra quieto fuoco vivo. — 48. Quinci rivolse invêr lo cielo il viso.

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44. (L) DA QUESTO CORSO: d'in alto. -PINTA: spinta al male.

(F) PODERE. Il libero arbitrio non toglie la grazia, nè questa quello. 45. (L) E SÌ COME VEDER SI PUÒ CADERE, sebben tenda in su di natura...

(SL) TORTO. Purg., XII, t. 32: O gente umana, per volar su nata, Perchè a poco vento così cadi? 46. (L) COME D'UN RIVO... come cosa naturale. (SL) Rivo. Nota le similitudini che non pure sono ornamento ma argomento.

(F) IMO. Som. 2, 2, 175. Il ratto è paragonato al salir della pietra. 47. (SL) IMPEDIMENTO. Figuratamente, la colpa.

Altra macchina del Poema.

L'invocazione che è nel Canto secondo dell' Inferno non piglia più di tre versi, perchè il Poeta s'affretta ad esprimere le cose ond' ha grave l'anima: e nel principio più che altrove intende che sia popolare il suo canto, nè si compiace tanto, nelle memorie dell'arte: ma nel XXXII dell' Inferno un'altra invocazione s'allarga per quattro terzine; e di li a quattro Canti il Purgatorio si apre con un'altra invocazione di terzine quattro; e nel ventinovesimo n'abbiamo un'altra di due: e il Paradiso incomincia da una di nove, e nel secondo Canto eccotene un' altra di diciotto versi e una nel vigesimo terzo di dodici. Nella invocazione che apre il Paradiso non comprendo i primi sei versi; che sono una intonazione e lirica ed epica delle più alte che abbia la poesia d'ogni secolo e d'ogni gente: ma da quell'altezza è misera cosa cadere a Marsia scorticato, imagine e corporalmente e moralmente turpe. Nè il verso Poca favilla gran fiamma seconda (1) è, per disgrazia dell'Italia, riuscito un vaticinio, se non

(1) Terz. 12.

come i falsi oracoli de' pagani, dacchè troppo somiglia all'Ajo te Æacyda...., nè sai se a poca favilla debbe seguire gran flamma, o a gran fiamma poca favilla. Fatto è che dalle altezze e religiose e civili della poesia di Dante nessuno spiccò il volo più in alto, quasi tutti si tenessero troppo più giù.

Beatrice dalla cima del monte altissimo riguarda al sole oriente; e ci riguarda anch'egli il Poeta; e vede quasi un giorno raddoppiato e un sole nuovo aggiungersi al sole: e rivolge gli occhi alla donna, e in quel mirarla si sente trasumanato. Allora quella luce di sole soprafiammante gli si dilata tutt' intorno com' acqua di lago, e per quelle correnti di luce egli vola, e parla e ascolta volando. E qui un'altra macchina del Poema, giacché quel maraviglioso che nella epopea pagana è in sua meschinità dal principio alla fine sempre il medesimo, e si vien ripetendo in atti o uguali o talvolta l'uno dell'altro minori tanto quanto più si procede innanzi nel canto, quel maraviglioso nel Poema di Dante si viene nella ampiezza ed altezza sua variando e rappresentando in aspetti nuovissimi, sicché pare tutt'altra cosa, e nel suo

intimo è uno. A dichiarare perchè Dante vola in su più leggiero de' corpi leggieri, ecco il ragionamento che Beatrice gli fa.

Tutte le cose sono ordinate fra loro; e l'ordine è che informa l'universo, e lo fa simile a Dio, a Dio che è fine di tutto. A questo grand' ordine tendono per varii gradi e vie le nature varie degli enti; l'istinto dell'ordine è un moto d'amore, che opera e su i corpi inanimati, e sugli animali, e sugli spiriti che intendono ed amano liberamente. Dal cielo superno sono governati tutti i moti inferiori, e ad esso tendono tutti, e gli umani massimamente, se la libertà abusata nell'uomo, o altra forza ne' corpi, non ne li storni. Ed è però, Beatrice conchiude, che tu sali in alto, e il tuo salire è come scorrer di ruscello alla china; e il non salire, purificato come tu sei, sarebbe come vedere la punta della fiamma piegarsi alla

terra.

Or ecco le dottrine a cui questo passo accenna, e che lui rischiarano: Le cose tutte quante hanno ordine tra loro. - Quello che è ottimo nelle cose, il bene dell'ordine universo (4). L'ordine dell'universo è proprio intento di Dio e non accidentale successione delle cose (2).

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E questo è forma Che l'universo a Dio fa simigliante (3). » Nella mente divina è la forma alla cui similitudine il mondo è fatto: e in ciò sta la ragione dell'idea (4). - Alla forma consegue l'inclinazione, al fine l'azione (5). - La forma è il fine che la cosa ha dalla propria natura (6). Delle cose che non si vogliono generate dal caso e necessario che una forma o idea sia fine della generazione di ciascheduna di quelle (7). Il fine è all'oggetto al quale è ordinato come la forma alla materia (8).

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Qui veggion l'alte creature l'orma Dell'eterno » valore, il quale è fine Al quale è fatta la toc> cata norma (9). » - L'universo delle creature è ordinato a Dio come a ultimo fine (10). Tutti gli enti appetiscono assomigliarsi a Dio, come ad ullimo fine e primo principio (11). Del savio è l'ordinare, come dice il Filosofo (12): or non si ordina che ad un fine (13).

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(4) Arist. Met., XII. (2) Som., 1, 1, 15. (5) Terzina 35. (4) Som., I. c. (5) Som., 1, 1, 5. (6) Som., 1, 1, 18. (7) Som., 1, 1, 15. - (8) Som., 1, 2, 4; 2, 2, 4. (9) Terz. 36. (10) Som., 1, 2, 2. (11) Som., 1. c. - Som., 2, 1, 119: Ogni cosa tende ad assomigliarsi a Dio, secondo il suo modo. Som., 1, 2,3. · (12) Arist. Met., I. (13) Som., 1, 2, 102. (14) Terz. 37. - (15) Som., 1, 59.

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Nè pur le creature che son fuore D'intelligenzia, quest'arco saetta, Ma quelle ch' hanno

> intelletto e amore (11). » — Tutte le cose, nell'ap petire le proprie perfezioni, appetiscono Dio, in quanto le perfezioni delle cose sono certe somiglianze dell'essere divino. Altre conoscono lui secondo lui stesso, che è proprio della creatura ragionevole. Altre conoscono alcune partecipazioni della bontà di lui, che si estende anche alla cognizione sensibile. Altre hanno l'appetito naturale senza la cognizione, come inclinate ciascuna al suo fine da un conoscente superiore (12). - Propinquius attingere ad Deum per cogitationem et amorem (13). - Non può essere volontà negli enti privi di ragione e d'intelletto, perchè non possono apprendere l'universale (14).

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Quest'arco saetta... La virtù di quella corda Che ciò che scocca, drizza in segno lieto (15). » L'intelletto e la natura operano ad un fine. Necessario è che nell'operante per natura sia predeterminato il fine da un intelletto superiore, siccome alla saetta è predeterminato il segno ed un certo moto dal saettante (16).

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2, 5. (7) Som., 2, 1, 62. (8) Som., 2, 2, 102. (9) Terz. 39. (10) Som., 1, 1, 19. - (11) Terz. 40. (12) Som., 1, 1, 6. (15) Som., 5, 7; 1, 2, 1. (14) Som., 1, 2, 1. (15) Terz. 40, 42. (16) Som.. 4, 1, 19; 1, 1, 2.

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