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ticanti pagani si possono perdonare. Perchè l'Allighieri nella Monarchia chiaro insegna, citando la politica d'Aristotile, che « certuni non solo uomini individui, ma popoli interi, son atti e nati a comandare, altri a stare soggetti e servire; e che a tali uomini e popoli, l'essere retti non solo è spediente, ma giusto, quand' anco visi dovessero condurre per forza, etiamsi ad hoc cogantur ».

Del resto, le due parti che appariscono si nettamente distinte ne' due vocaboli nobili e plebe, nel fatto si confondevano insieme, per lo avvolgersi degli affetti, e per la instabilità degli uomini, e per la incertezza delle idee, e pel mutare de' tempi, e per la varia natura delle razze e dei paesi, causa perpetua delle italiane glorie e sventure. Ond'è che il medesimo nome sovente due cose diverse significava; ond'è che l'uomo nelle sue dottrine costante doveva nel fatto parere mutabile, e coloro che per un verso condannava, per un altro lodare o compiangere. La qual considerazione ci giova a conoscere e la storia d'Italia e l'animo di Dante, italiano uomo e ne' difetti e nelle virtù, s'altri mai.

grandi, non operarono, ma affrettarono la sveva ruina. Che se quella famiglia avesse vinto, e disteso in tutta o in parte d'Italia il poter loro, avrebbero la parte ghibellina o negletta, o fors' anche oppugnata. L'impero servivasi de' Ghibellini come di freno allo inalberarsi delle ringiovanite città; non già che ad alcuna delle due parti egli credesse sicuro procacciare vittoria assoluta. Purchè docili al cenno imperiale, poco importava ai Tedeschi se a popolo si reggessero o a nobili le città: ch' anzi l'inquieto agitarsi dei molti poteva al loro futuro dominio parere più conducevole dello stretto e bene assodato governare de' pochi. Che se i viaggi e le spedizioni straniere non erano in Italia tanto frequenti quant'avrebbero i Ghibellini bramato, se ne dà cagione parte alle guerre germaniche, parte, ripeto, a quel sentimento vero che agl' imperatori tedeschi diceva, l'Italia essere il giardino dell'imperio, non il palazzo; l'Italia meritar tante cure quante bastassero a trarne danaro, ma non essere terreno dove la speranza germanica potesse mettere profonde radici. E quando una germanica dinastia si fosse in Italia stabilmente fondata, e gl'imperatori si sarebbero accorti quanto nemica a loro fosse la parte ghibellina, e i Ghibellini si sarebbero sentiti languire sotto la vicina ombra della imperiale potestà. Quando avessero le due unite forze domato le ributtanti volontà della plebe, si sarebbero azzuffate tra loro; e o l'aristocrazia avrebbe tradito i principi, come fece gli Svevi nel regno; o se ne sarebbe sordamente alienata, come fece sotto Leopoldo E di qui si comprende come non sola in Toscana; o li avrebbe fatti alle sue cupidigia de' dominii germanici, non sola voglie ministri: e, se ribelli, strozzatili, negligenza di quel che dovevano fare; ma come seguì in altre parti del mondo; osun presentimento delle lor vere e legit- sivero, perdendo ogni politica e sociale time utilità abbia sviati dal potentemente potenza, si sarebbe ristretta ai vantaggi favoreggiare parte ghibellina gl'impera- miseri della ricchezza, e fatta venale ed tori alemanni. Dopo la Lega Lombarda, ignobile, e avrebbe trovato o un Luigi XI l'Italia, se savia era, più non aveva a te- che la fiaccasse, o un Luigi XIV che la mere d'estera prepotenza. Ma non era an- vilipendesse, o un Napoleone che la ficora mezzo secolo passato, ed ecco sor- nisse di disfare, ricreandola. Io non son gere co' nomi di Ghibellino e di Guelfo qui per vantare i benefizi resi da' Guelfi la vendetta dello scornato Barbarossa. Gli | all'Italia: anch'io ne so tutti i danni, ne Svevi dominanti in un angolo d'Italia, so le vergogne, e le piango: ma dico che combattevano pei loro utili propri di di- i Guelfi sono l'Italia, che l'Italia cristiana nastia, non per amore de' grandi, nemici è nazione popolana per essenza sua. loro. La parte guelfa, immedesimata allora nella causa de' papi, e i tradimenti de'

Da questo confondersi di parte ghibellina con guelfa seguiva che un'intera città paresse or guelfa ed or ghibellina, guelfi i nobili, ghibellina la plebe; che l'una parte sull'altra sortisse vittorie si brevi, e poi sconfitte si facili; che tra' pontefici stessi taluno a' Ghibellini inchinasse; che gl'imperatori punissero i Ghibellini; che i pontefici da ultimo alla causa de' nobili e dell'impero si dessero, abbandonando quella del papato e de' popoli.

Pensano: l'Italia ghibellina si sarebbe a poco a poco composta in unità di for

tissimo regno; nazione, non gente; società, non gregge. Altri potrebbe recare in dubbio se gli Svevi o altra forza di re potesse tutta comporre in volontaria soggezione l'Italia; se la soggezione forzata potesse a lungo durare in tanto concitamento di popoli, in tanta cupidigia di principi forestieri. Ma poniamo l'unità del dominio bastava ella forse a felicitare l'italiana famiglia? Una era pure sotto i Romani la Grecia, una la Grecia sotto i Turchi, una l'Italia sotto i Cesari, sotto Napoleone. Il regno d'un solo risuscita o rinsanica i popoli, non perchè d'un solo ma perchè buono; or chi mi guarentisce la bontà degli Svevi?

Par fatale all'Italia che ogni sorta di gioie, di sventure, di libertà e di tirannide, e d'orrori e di gentilezza, dovesse nella storia di lei rinvenire un esempio. Aristocrazie sacerdotali, militari, senatorie, mercatanti, natie, forestiere, non ben forestiere e non bene natie; aristocrazie pacifiche, bellicose, invaditrici, proteggitrici, castellane, cittadine, consentite da popoli, da popoli combattute. Democrazie aristocratiche e plebee, parche e lussurianti, selvagge e gentili; gioco dei re, ai re tremende; viventi d'industria, di commercio, di rapina; con armi proprie, con mercenarie; con propri, con istranieri magistrati; potenti d'astuzia, potenti di lingua; vivaci e conscie di sè fino all'ultimo, o morenti in obliviosa agonia. Regni e brevi e lunghissimi, alternati da reggimento popolare o da usurpazione straniera; invocanti l'usurpazione, o ad essa ricalcitranti, e poi confederati con essa. Bandi, esilii, confische, saccheggi, rapine, supplizii, discordie italiane con nomi stranieri, discordie straniere sotto colore d'interessi italiani; giochi inaspettati dell'arte, del valore, del tradimento: e, le questioni dilatandosi in importanza, réstringersi il numero di coloro che prendevano parte a dibatterle; le moltitudini stanche degli odii, della libertà, della gloria, delle sventure, sdraiarsi in disperata pace, e non si riscuotere a quando a quando, se non per sentire lo strepito e il peso delle catene. Dov'è la nazione a cui la Provvidenza abbia data tanta varietà di dolori? La storia d'Italia ora simile all'Inferno, ora al Purgatorio, ora al Paradiso di Dante, ora alle caste leggiadrie del Petrarca, or agli animosi ca

pricci di Lodovico, ora ad un desolato periodo del Bembo, ora ad un'ampolla del secento, ora alla gioia raffaellesca, or alla muscolosa gagliardia del Buonarroti, or alle incalzanti e svariate melodie del Rossini; per tutti gli sperimenti e pensieri ed affetti trasporta il contemplante, e lo getta, quasi affannato da visione tra splendida ed angosciosa, sulla soglia del tempio in cui si nascondono i misteri degli anni avvenire. Piangiamo le guelse e le ghibelline arroganze; delle guelfe e ghibelline glorie, là dove ci appariscono, col pensiero godiamo; ma non osiam ricreare il passato, non desideriamo all'Italia quella unità che dalla natura de' tempi e delle stirpi era alle sue provincie interdetta. Pensiamo che guelfo, non ghibellino, era il germe di quella vita in cui le repubbliche del medio evo esultarono baldanzose; pensiamo che senza il contrasto di quelle due forze, l'Italia giacerebbe forse tuttora nel letargo in cui l'abbandonava l'incuria de' suoi imperatori; pensiamo che se Mario era plebeo, patrizio era Silla; ed era monarca Caligola, e Romolo Augustolo anch'egli monarca pensiamo che se le repubbliche del medio evo non fossero, l'Italia non avrebbe forse nè Dante nè Giotto; che i popoli per acquistare nell' avvenire, convien che smarriscano alcuna cosa del passato, e la memoria si restringa acciocchè s'ingrandisca l'intelligenza.

Ho detto che allo spirito guelfo noi dobbiamo l'ingegno di Dante Allighieri. Guelfo egli nacque e Guelfo crebbe, Guelfo combatte, Guelfo amò, Guelfo governò la sua patria: infino a mezzo il cammin della vita fu Guelfo. Come Ghibellino, egli odia; come Guelfo, ama. La sua lingua stessa, che pur vorrebb' essere ghibellina, è guelfa tutta: e basta leggere senza pregiudizi d'amore nè d'odio i libri della Volgare Eloquenza per rinvenirne ivi stesso la prova.

Or per conoscere quanto d'illiberale fosse di necessità nel ghibellinesimo del'Allighieri, basta rammentare la lettera da lui scritta ad Arrigo, quando sceso in Italia, indugiava di venir a quetare con le armi gli odii della tumultuante Toscana. Al santissimo trionfatore, egli, Dante Allighieri e i suoi consorti, baciavano i piedi, e in lui credevano e speravano; e Dante rammentava con vanto quando le

anime incerte o indugianti. Così Virgilio accanto a magnifiche lodi del nuovo imperio, pone le lodi di Fabrizio e di Curio

sue mani trattavano i piedi d' Arrigo: | ed esultò in me lo spirito mio quando dissi fra me: Ecco l'agnello di Dio, ecco chi toglie i peccati del mondo». Ed eglie di Catone, la morte del quale ad uomo medesimo quell' Allighieri che in inferno. cacciava, stranamente sbigottito e con la lingua tagliata, Carione, il qual vinse i dubbi di Cesare consigliandolo in Rimini alla guerra civile, egli medesimo il consiglio di Carione ripete ad Arrigo col verso del suo Lucano. E si noti che Cesare alla guerra da Carione consigliata dovette la fondazione dell'imperio tanto esaltato da Dante. Ma Dante e gl'istigatori e gli uccisori di Cesare fa degni di pena; e se al pensiero di lui venerabil cosa era l'impero, non meno venerabili gli apparivano le virtù dell'antica repubblica; e Catone, il nemico di Cesare, era da lui collocato alle falde del santo monte a guidare o a sospingere a purgazione le

cristiano doveva parere men bella. Ma checchè di ciò sia, non resta che non paia irriverente ed atroce il consiglio dato ad Arrigo dall'esule di portar diritto la guerra contro la sconoscente sua patria, ch'egli chiamava insieme e volpe e vipera e pecora scabbiosa, e Mirra e Amata e Golia, contro lei l'ira e l'arme dell' imperatore imprecando. E se tale era il ghibellinesimo in Dante, or qual sarà stato in uomini men retti e men alti! Ma Dante nell' atto stesso di vituperare Fiorenza, la loda come la città più potente d'Italia, e conferma il testimonio del Villani, del Compagni, e d'altri, che Firenze dicono delle lombarde sommosse efficacissima istigatrice.

DOTTRINE POLITICHE DI DANTE

ལ་ཡམ་ ་

Il Poeta che con Lucano afferma le civili discordie mosse dalla ricchezza, ch'è la vilissima delle cose, non poteva nè commendar nè soffrire la nobiltà derivata da ricchezza sola. E però loda i tempi quando Firenze viveva sobria e pudica. Quella era nel pensiero di Dante la stagione dell'ideale felicità, quando alle donne leggiadre e agli agi si mescevano i cavalieri valenti i bellici affanni. Spenta piuttosto che degenerata voleva egli l'antica nobiltà: e della nuova non a tutti i rampolli malediceva, ma a quelli che reputavano potersi l'onore della stirpe da virtù scompagnare; a quelli che in ricchezza ponevano studio soverchio, ch'è d'ogni nobiltà corruttore. E rammentava con lode grande la liberalità del Saladino, cui solo vide sedere in disparte tra gl'illustri del limbo, come se la liberalità l'avesse salvato dalle fiamme infernali. Tra' liberali annovera egli anco quel Galasso da Montefeltro che nel MCCXC andava podestà in Arezzo, domata dalla sconfitta di Campaldino, e s'interponeva tra Guelfi e Ghibellini conciliatore di pace. Dante nel MCCXC nemico d'Arezzo, nel MCCCVIII loda il podestà d'Arezzo ghibellina, già Ghibellino anch'egli: nè questa è la sola volta che a lui cada di commendare la virtù de'nemici. Più circa le persone che circa le cose (avvertimento importante ad intendere l'opere dell'Allighieri), più circa le persone che circa le cose rinvengonsi mutabili e contraddittoriį i giudizii di Dante. E circa le persone stesse assai retta ne' contrarii giudizii è serbata la norma d'una leale giustizia. Bertrando d' Hautefort è cacciato in inferno come reo consigliere, ma lodato al

trove come scrittore valente e com'uom liberale. Carlo II in tanti luoghi e per tanti versi vituperato come vile tiranno, è due volte lodato siccome liberale uomo: tanto in questa virtù del dare, che allora chiamavano cortesia, trova di commendevole l'Allighieri; si perchè contraria all' avarizia de' nobili nuovi e dei preti malvagi e de' re tristi; sì perchè l'animo non alieno dal donare sembra altresì non alieno dalla generosa compassione, dalla socievole affabilità, dall' ambizione di perdonare e di essere benedetto, e di creare la gioia de' suoi fratelli. Poi questa virtù della larghezza, oltre all' essere direttamente opposta all' angustia degli uomini chiusi d'affetto, d'imaginazione, d'ingegno, era virtù nobile veramente, che poneva tra grandi e popolo una perpetua e, secondo il Poeta, desiderabile ineguaglianza; che gli ordini sociali congiungeva senza confondere; che i pericoli e i mali della strabocchevole ricchezza e della cupida povertà temperava. Queste cose dich'io, interpretando i principii di Dante; non già ch'io creda potersi tale stadio di società tra patriarcale e feudale, quando la stagione ne sia già passata, rinnovare a talento. Possono bene i ricchi, almeno in parte, rappresentarne un'immagine, anco nelle società mature, anco nelle decrepite: possono la liberalità proporre a sẻ stessi non come fine ma come passaggio ad un ordine nuovo di cose, ad una non materiale uguaglianza d'averi, ma virtuale armonia di doveri e d'affetti.

Contro le ricchezze autrici d'ignobile aristocrazia spesso tuona il Poeta e le chiama false meretrici, e piene di tutti i

difetti. Or ecco la lupa carica di tutte brame: ecco colei che pecca co're, la impudicamente abbracciata al gigante e da lui flagellata; ecco in somma le ricchezze meretrici per sè, e in chi le onora infonditrici d'animo meretricio. Nell' avarizia era dunque, al parer di Dante, la piaga d'Italia; nell' avarizia come toglitrice di beni e come apportatrice di mali; e nella lupa non era figurata soltanto l'avarizia d'una corte, ma di tutte le corti, di tutti i nobili guasti, degli uomini tutti.

E però nel luogo dove stanno raccolti, fitti, tanti travagli, dove gli avari co'prodighi si riscontrano come l'onde che si frangon con l'onde, quivi non tutti gli avari son chierici, sebbene in molti chierici e papi e cardinali l'avarizia dimostri il soperchio suo. E sebbene Nicolò III papa sia per tal cupidigia capovolto tra simoniaci ne' fori infiammati; sebbene tra gli avari sia legato il pontefice Adriano V de' Fieschi, tra gli avari purganti è anche posto un re famoso, Ugo Capeto, radice della mala pianta, che, al dire di Dante, aduggia la terra cristiana tutta». Coloro che nella lupa non videro altro che l'avarizia di Dante stesso, falsarono al certo o restrinsero il concetto di lui; ma coloro ch'altro non vi conoscono se non l'avarizia d'una corte, lo restringono anch'essi. Dante, siccome poeta dell'universale giustizia, rappresenta in sè quasi la natura dell' uomo cristiano, combattuto da' vizii del suo secolo; tra' quali il più dannoso era la cupidità dell' avere. Bestia senza pace la chiama; siccome nel Convivio le ricchezze dimostra essere d'inquietudine perpetua cagione: e soggiunge che a molti animali s'ammoglia, cioè a molti vizi, e ad uomini molti. S'accoppia l'avarizia all'abusata religione e a' sacerdoti perversi; s'accoppia all' orgoglio regio e a principi tristi; s'accoppia alla sete de' piaceri, e alle corrotte donne, e agli effeminati e prodighi cittadini.

Siccome pertanto la lonza rappresenta forse, con la sensualità del Poeta, i vizii de Brunetti e la lussuria delle Cianghelle e d'altre sfacciate donne del tempo suo, e la frode crudele de' corruttori di giovanette, e il soverchio lusso delle ammollite repubbliche, e la gola de Ciacchi e de Martini e de' Buonaggiunta; e siccome il leone rappresenta, insieme col non ingiusto orgoglio di Dante stesso e di Odo

rico da Gubbio, l'orgoglio iracondo di Filippo Argenti, o invidioso di Sapía, o incredulo di Cavalcanti, o impostore di Michele Scotto, o suicida di Pier delle Vigne, o torbido del villan d'Aguglione, o ambizioso del Salvani e di tutti gli occupatori di libere città, od invasore de' re stranieri e italiani, o barbarico de' tiranni, o falso de' perfidi consiglieri e seminatori di scandali; così la lupa simboleggia quanti mai cittadini e principi e popoli peccano d'avarizia; e nell'avarizia è compreso ogni smodato desiderio, ogni violento o frodolento acquisto d'averi.

La lupa sono i tiranni che diedero nell'avere di piglio, la lupa son gli assassini da strada, la lupa gli usurai collocati da Dante co' sodomiti e co' bestemmiatori di Dio. Nella lupa son figurati quelli che per danaro mercanteggiano l'onor delle donne, gli adulatori avidi e vili che giacciono nello sterco, i simoniaci che adulterano per oro e per argento le cose di Dio. La lupa sono i barattieri che vendono la giustizia, e con moneta o con lucro qual sia la barattano. La lupa sono i ladri, la lupa i folli, che da ogni cosa si studiano di trarre oro; la lupa i falsarii, la lupa i traditori per vil cupidigia; ed ultimo, in bocca a Lucifero stesso, Giuda il traditore avarissimo. Quante mai dunque ha generazioni l'avarizia, sia privata, sia pubblica, sia violenta, sia vile, di tutte è simbolo la trista lupa. Questo tra' vizii il peggiore, fece già vivere misere molte genti, anche prima che in corte romana, secondo Dante, annidasse; e, unico perchè principale, tolse a Dante l' andar del bel monte. Il qual simbolo ben risponde alle dottrine nel Convivio toccate circa la ricchezza e il pericoloso godimento di quella. E però restringere ad una corte il concetto sarebbe un renderlo e men filosofico e men poctico di quel ch'egli era nella mente dell'esule. Al modo ch' io dico, le due opinioni si conciliano, non si distruggono: non è dal simbolo esclusa nemmen l'avarizia della tracotante schiatta che s'indraga contro chi fugge, e si placa a chi mostra il dente o la borsa; la schiatta degli Adimari, un de' quali occupò i confiscati beni dell'Allighieri sbandito, e sempre per vil cupidigia stette avverso al suo

nome.

Se ne volete altra prova, ascoltate quei canti che nel Purgatorio gli avari fanno

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