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LODI DATE ALL' UMILTA' DAL SUPERBO POETA.

Il Poeta, che pure si gloria della nobiltà | gl'imperanti prestata ai sudditi non dedel suo sangue, vuol che si pensi alla terra, comune madre, e riprende i patrizj arroganti, ed insegna: Rade volte risurge Per li rami l'umana probitate. Il Poeta che risponde umilmente a re Manfredi, ancorchè reo di peccati orribili, rammenta con amore la bontà di Trajano che ascolto le querele della vedovella accorata, e le risponde: Conviene ch'io solva il mio dovere. E il lamento risoluto della donna, e la risposta dimessa del principe si fanno in mezzo alla calca di cavalieri e sotto le insegne dell'aquile mosse dal vento, come per dimostrare che l'ubbidienza da

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turpa, anzi fregia la maestà dell'impero. Perchè siccome l'umiltà, al dir di Dante, Ad aprir l'alto amor volse la chiave, e fu mezzo a recar sulla terra La verità che tanto ci sublima; così quelli de' superbi egli chiama ritroci passi, e che senza l'alimento del cielo A retro va chi più di gir s'afanna. Le due sentenze, una accosto all'altra, dimostrano chiaro, come al Fiorentino tremendo l'umiltà fosse motore unico di quel che ora noi chiamiamo progresso. Il che, quanto s'accordi con le opinioni e col sentire di certi politici d'oggidì, lascio al secolo giudicare.

NOBILTÀ DI DANTE

Attesta il Boccaccio, trovata moglie all'Allighieri quale alla sua condizione era dicevole, d'una, cioè, delle più illustri famiglie fiorentine. Nè i parenti di lui eran uomini da non badare a tal cosa: nè egli medesimo la nobiltà del sangue spregiava. E nel poema grida contro la gente nuova ch'ha generato in Firenze dannoso orgoglio; ed è vero che quando i nuovi ricchi non cercano lode per l'ampia via delle virtù cittadine, ma per titoli vani o per predominanza d'uffizi, accrescono della nobiltà le piaghe, e le diffondono per tutto quanto lo Stato. E codesta è pure sventura de' tempi nostri, che mentre la boria de titoli nelle antiche schiatte viene scemando, cresce intanto una nuova miserabile aristocrazia di commerci tirchi, di sminuzzato sapere, di lusso mercatante, di vizii ragionacchiatori, di inerzia timidamente faccendiera. E però superbo ma non inescusabile è il lamento sulla cittadinanza fiorentina, non più pura ma mista di terrazzani, e sul mal odore portato in città dal villano Da Signa. E segue lagnandosi che, per questo travasarsi della campagna nell'antica città, i conti Guidi, venduto ai Fiorentini il castello di Montemerlo (per tante amare memorie famoso), venissero a soggiornare tra loro; che Valdigrieve lasciassero i Buondelmonti, occasione, non causa, delle sette che dal MCCXV straziarono la terra, ed ebbero orribil fine sotto gli artigli di Cosimo. Sempre, dice Dante, la confusione delle persone fu principio del male della città, come al male de' corpi il cibo indigesto: similitudine che vale un trattato. Perchè

| dimostra, l'accrescersi degli Stati e il commescolarsi degli ordini sociali allora solo essere perniciosa cosa, quando i nuovi elementi non sieno fatti omogenei agli antichi, e, per dir così, digeriti; quando le nuove aggiunzioni, congiunzione non facciano ma discordia. E però dice che cieco toro cade più presto e più grave di cieco agnello. In queste due imagini è l'arcano tutto quanto e dell'antica e della moderna politica: perchè non nella quantità sta la vita, ma nell' armonia delle forze.

Ma nell'atto che della nobiltà imbastardita si duole, ed afferma con Aristotile l'alterazione precedere sempre a corruzione; confessa insieme l'Allighieri, que-、 sta essere inevitabile sorte di tutte le cose umane: nè maraviglia disfarsi le schiatte se han termine le città; tutte le cose avere lor morté. Verità che s'entrasse in mente a coloro i quali combattono per la perpetuità non del diritto ma delle schiatte, in cui dicesi incarnato il diritto, risparmierebbe molte crudeli stoltezze. E per questo senza maraviglia ma non senza dolore il Poeta va numerando gli alti Fiorentini caduti; e mentre rammenta il fugace splendore dell' altrui nobiltà e della propria, e la dice manto che sotto le forbici del tempo presto raccorcia e diventa meschino se di giorno in giorno per virtù non s'accresce, e' non può tutt' insieme non se ne gloriare.

Ma quale imagine della nobiltà si formass' egli in mente, lo dice la canzone che comincia: Le dolci rime, nella quale riconosci un Guelfo che gode in cuor suo

possono tutti gli uomini farsi grandi.

In questa canzone della nobiltà, Dante intende a riprovare il giudizio falso e vile del volgo pezzente e del volgo patrizio: e vile lo chiama perchè da viltà d'animo fortificato. E nell'atto del comentare una canzone tra amorosa e morale egli esce in dispute filosofiche, in citazioni sacre, in accenni politici, tutte parti d'un solo concetto. De nobili ragionando, e' si scaglia contro i tiranni: la nobiltà vera non solo a'nobili tristi ma insieme a' re malvagi l'Allighieri negava. Così del buon guelfismo e del ghibellinesimo buono e' raccoglieva insieme i vantaggi. E forse a tal fine, egli diventato Bianco, comentava una canzone composta da Guelfo, quasi per dimostrarci che nella contradizione apparente, l'opinione sua interna conservava una tal quale continuità; chè mutati erano i mezzi, no 'l fine. E chi ben considera, in questa che par questione de' titoli si spesso vani, sono rinchiuse tutte insieme le questioni morali e le politiche. E però Dante, sentendone l'importanza, scriveva : « Pericolosissima imprudenza è a lasciare la mala opinione prendere piede. Oh! com'è grande la mia impresa in questa canzone a volere omai così trafoglioso campo sarchiare come quello della comune sentenza! »

d'esser nobile, ma che a modo guelfo, | l'arte per cui Dante fu grande, per cui cioè più ragionevole, intende la nobiltà. E comentando la detta canzone, egli avverte: «Per mia donna intendo sempre quella luce virtuosissima, filosofia, li cui raggi fanno i fiori rinfronzire, e fruttificare la verace degli uomini nobiltà ». Qui | vorrebbe il Poeta darci ad intendere che per un amore allegorico egli tanto sospirò e pianse tanto; ma sarà lecito in ciò non credere a Dante. La canzone parla degli atti sdegnosi d'una donna vestita d'umana carne: il Convito composto da Dante, esule filosofo e politico teologante, vuol trarre ad allegoria le cantate rime d'amore, sì per secondare l'amor del tempo, che di simili avvolgimenti si dilettava, onde la scienza e l'arte talvolta parevano enimmi; poi per nobilitare con arcane interpretazioni i giovanili concetti d'amore, e far pompa di dottrina, affettazione a que' tempi comunissima e cara a Dante; da ultimo perchè veramente, come dalla Vita Nuova apparisce, nelle perfezioni di Beatrice, ancor viva, e' riconosceva il simbolo del bello e del vero ideali. Un germe simbolico si trovava già nella canzone, ma nel comento il Poeta ne fece una gran pianta che cela l'imagine viva della sua donna. Perocchè dice che in lei è tutta ragione, che gli occhi di lei sono le dimostrazioni della filosofia, e che il trasmutargli ch'ella faceva i suoi dolci sembianti, significa la scienza ritrosa a certe sue strane indagini sulla prima materia degli elementi. Questa menzogna filosofica, che corrompe e distrugge la poetica verità, non è punto bellezza: e giova notarlo. Il simbolo a tempo è cosa altamente poetica, filosofica, religiosa; ma senza misura adoperato, fa della religione e della scienza un lungo vaneggiamento, e trasmuta la viva luce poetica in nuvola opaca.

Una conseguenza bensì, e nobilissima, possiamo da queste sottigliezze dedurre; ed è, che siccome nell' amore il Poeta cercava la filosofia, così nella filosofia ritrovava l'amore: e però la definiva amoroso uso di sapienza. Amore della sapienza lo disse con italiana affettuosa modestia Pittagora: Dante, amoroso uso, perchè non è sapienza vera senz'uso, la filosofia vera è pratica tutta, e l'uso che si fa delle teorie ne giustifica la verità. Questo ridurre la sapienza ad affetto, è

Dalla torta opinione ben vedev' egli provenir molti mali della privata e pubblica vita; intendeva come gli scrittori, purgando l'errore, si facciano dell'umanità benemeriti grandemente.

Per dimostrare com'egli sopra la nobiltà della nascita e delle ricchezze e de' gradi ponesse la nobiltà delle virtù e del pensiero, nel senso del vocabolo maggiore e' comprende non solo la potestà imperiale ma la dignità filosofica. Dante cosi gl'inconvenienti del ghibellinesimo politico con un suo ghibellinesimo filosofico temperava. E il filosofo, in quanto è filosofo, non voleva che fosse alla macstà imperiale soggetto: ch'è quanto dire, le dottrine del giusto e dell'ingiusto, tutta la morale e la più alta parte della politica, essere indipendenti dagli arbitrii della rcal potestà.

Promulgatore e custode della ragione scritta poneva Dante l'Imperatore; che il popolo non gli pareva da tanto, e la nobiltà forse meno. Al principio della real

potestà er'egli dunque venuto, parte per corridori del palio la festa di San Giovanni, questo ragionamento fondato non sulle nel Sesto, cioè, di Porta a San Piero. E seuniversali ragioni delle cose, ma sulla gno d'antichità, nota il Lami, è l'avere convenienza del governo, secondo lui, abitato nel cuore dell'antica città. Più anmen disadatto all'Italia d'allora; parte per tichi e più nobili de' Buondelmonti, de' le passioni politiche, le quali al ghibelli- Bardi, degli Albizzi erano gli Alligbieri. nesimo l'avevano trabalzato. Ond'egli tra Ma chi fossero i maggiori di Cacciaguida, per sofisma di passione, tra per espedien- e donde in Firenze venissero, più onesto, te di politica pratica, diceva l'Impera- dic' egli, è tacere che dire. Altri vuole che tore essere cavalcatore dell'umana vo- Dante si vergognasse dell' essere i Franlontà e il medesimo risonava ne' versi gipani stati ligi al Pontefice forse più che dove chiama l'Italia cavalla indomita, e al novello Ghibellino non paresse onoreai preti briganti rimprovera che non la- vole. Ma forse e' tacque de' suoi antichi scino seder Cesare sulla sella. A' preti per non ne sapere gran cosa (e chi sa se briganti, non alla natura dei tempi, attri- sapesse che un ramo di questi Frangipani, buiva il Poeta quella febbre d'inquieta e forse il ceppo, era slavo, ed avevano dolibertà che travagliava l'Italia: febbre che minio sulle coste di Dalmazia ?); forse ne i principi stranieri potevano non ispe- tacque per modestia come quando de' ragnere, ma con la presenza loro irritar più gionamenti tenuti co' quattro poeti nel che mai. Se quelle contenzioni tremende limbo, dice con modo simile ch'essi anavesse l'ecclesiastica podestà temperate davano parlando di cose ch'egli è bello il con la legge divina, non inacerbite con tacere. Ma s'altri pur volesse riconoscere le umane ambizioni, Dante non avrebbe in Dante un erede dei Frangipani, poforse avuta occasione d'invocare estrani trebbe del suo silenzio trovar ragione non soccorsi, e sarebbe vissuto Italiano pretto, tanto negli aiuti da quella famiglia pree uomo tutto di repubblica; e i nomi di stati alla romana corte, quanto nel traGuelfo e di Ghibellino sarebbero in pic-dimento da uno dei Frangipani tramato ciol tempo iti in disuso.

Ma ripetiamo: se le cose politiche voleva l'Allighieri all'imperiale autorità sottoposte, libere ne voleva le intellettuali e le morali, che sono delle politiche fondamento. E però contro Messer lo imperatore Federigo argomenta, tuttochè fosse laico e chierico grande: e dimostra, le ricchezze essere vili. «Cosi fosse piaciuto a Dio che quello che domandò il Provenzale, fosse stato: che chi non è reda della bontà, perdesse il retaggio dell' avere ». Ed ecco da cinquecent'anni vaticinata la setta che prese nome dal Saint-Simon, ed ebbe, per le abusate dottrine, misera e disprezzata morte. Così largamente intendeva, almeno in teoria, il filosofo nostro le massime ghibelline.

Nobile si stimava egli dunque; e la genealogia propria tesseva là in cielo tra le gioie de' santi e le armonie delle sfere. I miei antichi, dice Cacciaguida, ed io, nascemmo nel Sesto ultimo a toccarsi dai

al misero Corradino: il quale arrivato alla spiaggia di Roma in una terra di costoro, quando una saettia navigava verso Sicilia, un di codesti Frangipani, « veggendo (dice il Villani) ch'erano in gran parte Tedeschi, belli uomini e di gentile aspetto, e sappiendo della sconfitta, s'avvisò di guadagnare e d'essere ricco: e però i detti signori prese, e saputo del loro essere, e come era tra quelli Corradino, si li menò al re Carlo prigioni: per gli quali lo re gli donò terra e signoraggio alla Pilosa tra Napoli e Benevento ». Dante, nemico d'ogni avara perfidia e d'ogni vil tradimento, dell'appartenere ai Frangipani non poteva al certo darsi vanto; e forse per questo ne tacque.

Ma a Corradino lo straniero accento fu morte, come ai nemici suoi poscia; e fu sempre più funesta a chi la proferi, che a chi l'ascoltò, la voce de' cercanti in Italia detestato imperio o vituperosa rapina.

GUELFI E GHIBELLINI

La perpetua questione italiana, agitata, quasi in urna fatale, ne' nomi di Ghibellini e di Guelfi, è questione i cui principii ed effetti furono la gloria e la sventura e la vita intera di Dante: questione che in sè racchiude i destini d'Italia e del mondo.

Dice Senofonte, i grandi al popolo eterni nemici. Aristotile narra che nelle oligarchie del suo tempo i nobili giuravano alla plebe odio eterno. Patrizi, cioè divoratori, erano, al dir di Platone, i Ciclopi; patrizi, ch'è quanto a dire invasori, erano i Dori nell'Apia terra: e l'Egitto era sede antichissima d'un' aristocrazia religiosa, dottrinale, politica; e all'Egitto in ciò rispondeva l'Etruria; l'Etruria, alla cui scuola mandavano i figliuoli loro i cittadini di Roma. Antica e perpetua è la guerra; e il dettato romano, che la salute sia legge suprema, non era alla fine che l'articolo decimoquinto della costituzione di Roma; era l'arbitrio ai pochi concesso di reprimere ogni moto di soggetti aspiranti a più giusta uguaglianza, e ciò si faceva per la salute del popolo, ben distinto, come ognun sa, dalla plebe. Or questo dettato della terribile sapienza romana, fu, se non in parole, in fatto, la legge di quante società fondarono l'autorità di pochi sull'abbassamento de' molti. Ma tutte nella prima origine e nell'età della gloria loro, le aristocrazie questo vizio ammendavano con la potenza del senno e con l'esercizio di virtù generose.

Il ghibellinesimo in Italia è, come ognun sa, cosa originariamente straniera. Le invasioni germaniche, imponendo al suolo

italiano padroni nuovi, inerti ed armati, imponevano al vinto il debito di vivere non armato se non per altrui, operoso ad utile altrui. Il nome di gentili, con che per tutto il trecento si chiamarono, denotava che nella costituzione della famiglia era l'origine così della loro come d'ogni umana potenza. Le castella da essi abitate e le torri dimostrano come straniera cosa fossero e nemica alla nazione della quale vivevano; i nomi di Ghibellini e di Guelfi troppo comprovano la straniera origine delle italiane discordie. Nè fortuita, nè tutta imputabile alla civiltà de' regnanti e de' popoli, è quell'antica smania di chiamare arbitra delle intestine liti la spada straniera. Ai militi italiani non estrani gl'imperatori tedeschi; e' non facevano che invocare il capo della famiglia, alla quale si conoscevano appartenere: ei pontefici dal canto loro, invocando la gente di fuori, imitavano l'offerto esempio. E per tal modo il Ghibellino dava fomite continuo al Guelfo, non solo per la ragion de' contrarii, ma per il contagio degli esempi.

erano

O si riguardi pertanto come straniero, o si riguardi come fondato sopra un'inuguaglianza insopportabile a popolo di vivi spiriti, il Ghibellinesimo era contrario all'indole della nuova civiltà italiana. Ho già toccato come il nostro Poeta le ghiBelline massime temperasse parte con la rettitudine dell'animo suo, parte con le guelfe memorie della sua giovanezza. Avvertirò solamente, che nè quella rettitudine nè quelle memorie lo salvarono da certe opinioni crudeli che appena a' poli

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