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fondersi di virili a teneri affetti. Nel 1289 Dante guerriero in Campaldino; nel 90 Dante trasfigurato dalle angosce d'amore; nel 91 Dante scrittore di cose politiche a' re della terra. Combattendo per la patria, egli amava; amava, per la patria scrivendo: l'imagine della bellezza faceva più intenso il valore, l'imagine della morte faceva l'amor della patria più santo e più doloroso. La bellezza appunto che pare al volgo degli uomini si lieta cosa, la bellezza così posseduta come perduta, è all'anime forti sorgente d'affannosi desiderii, e d'arcani terrori, e di penetranti rimorsi, e di acute mestissime rimembranze. Oh come bene s'affratellano la bellezza e il dolore! Indotto dai congiunti e dagli amici, for. se desideroso egli stesso di trovar posa nel porto dell'affetto legittimo alle lunghe tempeste, e a' brevi e terribili riposi dell'altro amore, il Poeta delibera di farsi marito. Ma intanto che Dante Allighieri all'onor del suo letto assumeva la congiunta di Corso Donati, quale sarà stato il cuore della giovane donna che aveva tanta pietà dimostrata di lui, che impallidiva alla vista del suo dolore? Questa pietosa, della qual Dante ci tacque il nome, avrebbe forse meglio intesa l'anima sua, che la Gemma, e meglio forse che Beatrice stessa. E quando il giovane devoto a Beatrice estinta, per iscrupolo di dolore cansò di mirare al pallore di lei, chi sa quant'ella soffriva nel silenzio dell'anima ! E quando le sarà giunta la novella delle nozze di Dante, e avrà veduto l'affaccendarsi degli amici e la gioja delle due case, e sentita la solennità de' conviti, chi mi sa dire quale affetto su lei prevalesse, se dispetto od invidia, o quel mansueto dolore ch'è non meno profondo in donna, che il dolor disperato? E chi ci vieta imaginarla accompagnante sempre con le rimembranze pie, co' taciti augurii, colle dolci preghiere, la vita dello sventurato

cittadino, dell'esule celebrato? Chi ci vieta imaginare il pensiero di lei che lo segue e quand'e' varcava gli Apennini e quando le Alpi, e quando per le città di Toscana pellegrinava, intorno a Firenze volgendosi come uccello intorno al nidio conteso; e quando il Friuli lo accoglieva, e quando Padova e quando Verona; e quando le stanche ossa posavano dai dolorosi errori in Ravenna? Egli è dolce pensare fra lo strepito delle armi e i tormenti dell'odio e le tetre speranze della vendetta, fra le vergogne dell'esilio e le strette della povertà, pensare il cuor d'una donna che, misero anch'esso, i vostri dolori indovina, che con l'imaginazione dell'amore li esagera, quasi innamorata del tormentarsi. E chi sa che, in quell'ore che l'anima corre, come in rifugio fidato, nelle memorie degli anni più giovani, chi sa che a Dante stesso non tornasse alla mente in atto d'amore il turbamento della nobile giovanetta? E l'infelice uomo, in rincontrando qualche suo cittadino, dopo interrogatolo della famiglia, de' figliuoli, della patria, avrà forse domandato se quella pietosa fosse ancor viva; e sognando il ritorno, avrà sperato di rivederla, e poi temuto di parere troppo mutato agli occhi di lei già mutata. Ma destino era ch'e' non si dovessero rincontrar sulla terra. Che dunque è la vita se le poche anime che parevano nate a consolarsi di mutuo compatire, sono dall'impeto de'casi disperse, e costrette a cibarsi di mesto desiderio e di rimembranze? Ma quelle rimembranze sono tanto santamente tenaci, che la gioja del bene posseduto non ne potrebbe la soavità pareggiare. Non lamentiamo la condizione nostra quaggiù; ma accendiamoci un vivo lume di nobili affetti, che ci scorgano in fino al luogo ove tutte incontreremo le creature che avremo amate in silenzio, che ci avranno in silenzio amati.

DANTE E IL PETRARCA

Là dove l'acque spumavano, una scossa di fiamma sotterranea fa balzar le montagne; e rimangono le conchiglie fra le alte rupi; e da vulcani novelli scorre nel mare la lava; le isole più e più si dilatano e si congiungono alla terra lontana; i massi ignudi si vestono di musco, di macchia, di grande foresta. Similmente dall'anima agitata le passioni prorompono; e la rovinosa forza è pur tuttavia creatrice, che porta in alto il vero latente: e poi, freddato il primo impeto, le rovine, per benefizio del tempo e per la fatica dell'uomo, s'ingentiliscono di coltura fruttuosa. Per simil modo altresì, dal dolore e dall'amore violento si generano a poco a poco i grandi concetti e le imagini belle; quasi ripide alture seminate di fiori, quasi prospetti da' quali lo sguardo domina gran tratto di cielo, e vagheggia tra 'l verde il raggio d'oro, e s'insinua tra valli amene, guidato dalla lucida striscia delle acque correnti.

l'Italia più s'onora: Dante sospirando amaramente alla patria perduta; il Petrarca freddamente gli inviti di lei rifiutando.

Certo che in tutta Toscana non facilmente potevasi trovare ricetto più ameno di Arquà. Ugo Foscolo, che in un de' Saggi intorno al Petrarca descrive si vivamente Valchiusa, nelle Lettere di Jacopo Ortis non dipinge la bellezza de' luoghi sì che il pensiero li riconosca, e salga e scenda per essi. Non vedi i poggi, ma l'aura ne senti. E in que' tocchi stessi che son più rettorici, è notabile, massimamente in giovane, la parsimonia, pregio ignoto agli abbaiatorelli ammiratori del Foscolo, e che fino i più comuni concetti fa parer singolari. Il vero si è che, tranne l'unico Dante, i poeti nella rappresentazione de' luoghi assai sovente tralasciano le particolarità minute e più proprie; e colgono que' punti di bellezza che sono comuni a numero grande d'ogSui colli euganei non a caso vennero getti; ma li scelgono tali che il comune a riposare le stanche ossa del Fiorentino tenga dell' universale anzichè del triviale, che amò di doloroso amore Laura e l'I- del semplice anzichè dell'abietto. In Dante talia. Nulla è caso nel mondo: ma nella la forma universale conserva insieme la vita degli uomini singolari appariscono in fedeltà del ritratto; e tanto più mirabile singolar modo distinte le cagioni e gli è l'efficacia del suo dipingere, che poche effetti delle vicende che paiono essere ab- pennellate gli bastano, o pure una sola, a bandonate alla fortuna cieca. Nella re- far balzare alla mente l'imagine intera; gione euganea memorie diverse di diverse laddove nello Scott ed in altri moderni età dovevano lasciare vestigi da Fetonte (senz' eccettuare il sommo nostro Manal Foscolo, e da Antenore a Napoleone. zoni) la cura del particolareggiare disPadova e Roma e Firenze erano, secondo perde, anzichè raccogliere, l'attenzione la favola, colonie di Troja: gli Euganei e de' leggenti; e per aggiungere chiarezza, gli Etruschi erano forse davvero il mede- scema parecchie volte evidenza. simo sangue. Nelle medesime mura dovevano a breve intervallo di tempo trovarsi due esuli fiorentini, del cui verso

Non è parola che valga a rendere le tinte, con si delicata e sì ricca varietà digradanti, dell'azzurro e del verde; il co

lor delle nubi, e la forma de' colli, che, o soli o appoggiati l'uno all'altro fraternamente, s'abbelliscono con la mutua bellezza; le rapide chine, i dolci declivii; le cime o salenti quasi gradini d'altare magnifico, o ratto levantisi come un pensiero ispirato; i grandi alberi che da lontano appaiono come macchie, da vicino ondeggiano come mare fremente per vento; la pianura che lieta per breve spazio si distende come viandante che posa per ripigliare la via; e le vallette rimote che paiono, quasi un angusto sentiero, correre sinuose tra monti.

La casa del Petrarca volge le spalle a tramontana: ha da mezzogiorno un prospetto assai ampio di piano leggermente ondeggiato, con di fronte un colle men alto; che solo s'innalza, e par che renda l'imagine della lirica petrarchesca, solinga e gentilmente pensosa. Laddove l'epopea dell' Allighieri è catena di montagne, l'una sull'altra sorgenti, con ghiacci e verde, nebbia e sereno, ruscelli e torrenti, fiori e foreste, ardue cime e caverne cupamente echeggianti. Da manca a levante, altre case tolgono la vista de' colli, che forse un tempo era libera; e certo quelli d'allora erano men poveri e meno ineleganti edifizi: dacchè tuttavia ci rimangono frammenti di stile archiacuto, siccome altrove pe' colli riscontransi tuttavia macerie e lapidi romane. Da ponente a diritta, i poggi vengono più presso alla casa, e la rallegrano delle lor forme snelle: a ponente è l'orto, il quale avrà allora avuto certamente un più vago disordine che i giardini moderni, e altre piante che i giuggioli e i fichi d'adesso. A ponente era lo stanzino dello studio, dove il vecchio onorando, inchinando il capo o a preghiera o a meditazione non dissimile dalla preghiera, mori. Grato all'anime meste l'aspetto del sol cadente; grata quell'ora di sereno e stanco riposo, ch'è come augurio di morte placida, consolata da luminose speranze.

In queste stanze, digiunando sovente a pane ed acqua, vigilando sempre dalla mezza notte, limando con isquisita cura i suoi versi, e meditando la morte, egli visse quattr' anni: se non che a mal suo grado talvolta ne lo chiamavano a Padova o a Venezia le faccende de' suoi protettori ed amici. A Venezia già nel 1363 gli crano passati tre mesi della state in com

pagnia d'un amico, povero, ma illustre assai più de' principi protettori; di quel Boccaccio, la cui novella di Griselda egli, vecchio e famoso, doveva nella solitudine d'Arquà tradurre in latino; quel Boccaccio al qual egli nel testamento lasciò da comprarsi una zimarra pel verno. E nella Venezia del trecento, nella quale tuttavia sobbollivano de' popolani spiriti antichi, più mirabile assai di quella che noi vagheggiamo, fitta già d'armate galee gravide del commercio d'Europa, fitta di genti animose, infaticate, fitta di templi e di civili edifizii, ogni giorno sorgenti con semplice e puro disegno (chè i Longhena e i Becconi erano lontani ancora), nella Venezia del trecento passeggiava il Petrarca, ripensando forse alla Francia, e a Parigi trent'anni fa visitata, il cui sudiciume doveva, come a lui, far uggia all'Alfieri quattrocento e venti anni dopo.

Alla parete forse di questa piccola stanza di fronte ai poggi, a ponente, era appesa l'imagine della Vergine, egregia dipintura di Giotto, la quale il Petrarca morendo lasciò al signor di Carrara; dono da poeta, e più che da principe. A quella imagine riguardando (oh! perchè non l'abbiamo noi? perchè non possiamo affisar gli occhi a quella bellezza dolcemente austera, nella quale s'affisavano commossi gli occhi di Francesco Petrarca? e la pietà degli sguardi del vecchio ritornerebbe a noi quasi riflessa dalla tavola cara), a quella imagine riguardando, ed or alla parete, or al monte, or al ciclo sereno volgendo il viso, egli avrà ripensati, e come santa preghiera ridetti nell'anima i versi: Vergine bella; dove ad ogni stanza è ripetuto con instante fervore e con soavità penetrante il dolce nome di Vergine.

In questa camera accanto dormiva col marito la figliuola che Francesco ebbe da illecito amore, d'altro amore che quello di Laura. Come potesti, o Fiorentino, adorare la figlia del Sindaco di Avignone, e con tutti i desiderii del cuore e dei sensi desiderarla, e sospirare di lei in ogni valle, e spargere ai quattro venti i sospiri; e in questo mentre abbracciarti ad un' altra donna, ed avutone un figlio, riabbracciarleti ancora? Ed averne questa figliuola, che adesso, mentre tu, vecchio e pentito, correggi, cantando, un sonetto in morte di Laura, entra nella tua stanza, e nc'

suoi lineamenti ti porta altri rimorsi e l'imagine di un'altra bellezza? Oh Poeta, tu che hai tanto pianto d'amore, hai tu in verità amato mai?

La tavola di Giotto che ornò la casa del Petrarca è perita, è perita la signoria Carrarese; ma consoliamoci: la gatta del Petrarca non ha abbandonato il suo posto. E molti di coloro che visitano Arquà, non per amore del dolce tuo canto, o Poeta, e dell'ameno soggiorno, ma lo visitano perch'altri l'ha visitato; guarderanno più attentamente alla gatta che ai colli, più alla gatta che ai due terzetti dell'Alfieri, che sono de' meglio temprati e più antichi versi ch'abbia la moderna poesia; più alla gatta che al nome di Giorgio Byron, che senza titolo nè altra parola sta confuso fra tanti e dice più d'ogni lode. Tale è il destino della gloria mondana, acciocchè gli uomini se ne svoglino: che quando ell' ha vinto la calunnia e l'invidia, quando non le può più dar noja nè la rabbia de' deboli, nè la paura

de' forti, rimangano a perseguitarla l'ammirazione stupida, la fode sguaiata e profanatrice. Accorrevano da molte parti di Europa e del mondo a vedere la casa di Francesco Petrarca, ed intanto lasciavano che la pioggia e le lucertole entrassero nella sua sepoltura. Ma il conte Carlo Leoni, padovano, assumendo co' titoli gli obblighi aviti, fece quello che un da Carrara avrebbe fatto potendo, riparò la tomba cadente: nè con questo esempio soltanto raccomandò agl'Italiani pochi il proprio nome. Possano le ossa di colui che riposa in mezzo a poveri contadini, di colui che aveva pregiato tanto il contadino di Valchiusa e l'orefice di Bergamo, possano rammentarci com' uno de' più grandi ingegni d'Italia sia morto, morto nella solitudine, dopo aver conosciute le dimore di certi grandi; dopo avere, se non lusingate, almen viste senza sdegno le loro crudeli ingiustizie, e accettata da loro l'ospitalità, e ricusatala dalla propria repubblica, e sofferto da essi il nome d'amico.

LODI DATE ALL'UMILTÀ DAL SUPERBO POETA

Quanto più grande è l'oggetto che la mente considera, e quanto la mente è più piccola, tant'ella più lo disforma sforzandosi d'adattarlo alla sua poca capacità: ond'è sovente che noi con la stessa ammirazione offendiamo, vituperiamo lodando. Questo avviene segnatamente degli uomini e de' tempi antichi, i quali ciascuna generazione giudica secondo le esperienze e le affezioni proprie, e cerca in quelli o consolazione ai propri difetti o scusa agli eccessi, ossivero alle nuove idee e a' fatti nuovi puntello di esempi. Di quant'io dico son prova le opinioni che corrono intorno all'animo e agl' intendimenti di Dante, il quale a taluni del tempo nostro parve uomo che non prendesse allegrezza se non dall'ira feroce e superba, e le sue imagini tingesse tutte di fosco colore, ed ogni religiosa autorità rigettasse. Ma a chi ben legga la parola di Dante, appar chiaro come egli altamente sentisse ad ora ad ora e l'umiltà generosa e la letizia quieta ed il mite affetto e la divozione pensatamente sommessa. Ma noi per ora di sola una cosa vogliam fornire le prove, dell'affetto che quest' anima altera ebbe alla virtù creatrice della vera grandezza, l'umiltà. Lascio stare lo strazio che agli orgogliosi iracondi egli destina in inferno (1); lascio stare i tre canti del Purgatorio, serbati tutti all'espiazion del peccato della superbia, del quale egli confessa sé reo, ma pur esce in un lungo quasi sermone contr'esso, abbandonando l'usata via della narrazione e del dialogo, abban

(1) Quanti si tengon or lassù gran regi,

donando quella parsimonia di sentenze
che tanto gli è cara. Ma rammento con
quanta dolcezza risuoni nella Vita Nuova
il titol d'umile, dato alla donna delle me-
ditazioni sue intense e ardenti, come se in
quel titolo, come frutto nel fiore, tutte le
lodi fossero contenute, quasi per farla
più prossima alla luce di quella che fu
Umile ed alla più che creatura. Ed egli,
l'anima sdegnosa, si diletta di riguardare
le imagini che gli parlano al cuore umiltà,
e si discosta un po' da Virgilio, la scienza
profana, per meglio contemplarle. Uscito
appena d'inferno, come ghirlanda di spe-
ranza, gli si cinge alla froute l'umile pianta
del pieghevole giunco, della quale si cin-
gono tutte le anime che vanno a farsi de-
gne di salire alle stelle. Virgilio con pa-
role e con mani e con cenni Reverenti
gli fè le gambe e il ciglio dinanzi a Ca-
tone; e vuol dire che, come a fanciullo
si fa, lo mette ginocchioni e gli china la
testa. E Dante, l'austero priore della re-
pubblica fiorentina, per tutto il ragionare
che fanno Catone e Virgilio, se ne sta gi-
nocchioni a capo chino; e sparito il vec-
chio, senza parlare si leva, e come fan-
ciullo porge il viso al maestro, che gliene
terga con la recente rugiada. Similmente
Sordello, anima altera e disdegnosa, s'in-
china con affettuosa ammirazione a Vir-
gilio, Ed abbracciollo ove il minor s'ap-
piglia; e non gli domanda del suo venire,
che prima non dica: S'io son d'udir le
tue parole degno. Virgilio stesso, tuttochè
turbato da un doloroso pensiero, dà retta
all'avviso di Dante, e lo guarda, ma senza
adontarne, e con libero piglio risponde

Che qui staranno come porci in brago,
Di se lasciando orribili dispregi.—INY. VIII. | che va per chiedere di quel ch'egli ignora.

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