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puro e somigliante alla giustizia divina; ma egli e giusto avvertire che colpevoli di per sé le non sono, e che quella stessa dolcezza dell'ira può essere fino a un certo segno benignamente interpretata. Vero è che chi fa cosa per ira la fa con tristezza (1); e che, se spiegazione è, non sarebbe scusa quell'altra sentenza del Filosofo (2): L'ira assai più dolce di miele che stilla abbonda nei pelli degli uomini. Ma la pena attuta l'impeto dell' ira mettendo soddisfazione in luogo di tristezza (3). Punizione esclude ira (4), ben nota la Somma; cioè, che punizione giusta esclude l'ira maligna; ma il concetto della punizione certa alla quale è destinato il colpevole, questo concetto soddisfacendo alla ragione con l'idea dell'ordine, acqueta le tempeste dell'ira. Ed in questo senso è detto da Dante con forma più cruda del suo pensiero che la vendetta nascosa fa dolce l'ira; cioè, che la pena preordinata fa ragionevole, e però non iniquo, lo sdegno. Delle umane passioni parlando L'ira chiusa in silenzio dentro alla mente arde più veemente (5). Ma l'ira ragionevole può essere rattenuta in sè allorchè il giudizio della ragione è si forte che, sebbene non spenga il desiderio di punire, raffrena però la lingua dal dire inordinato. Se la pena è pre

sente, il soddisfacimento dello sdegno per essa è pieno; ma può la pena presentarsi all'animo in isperanza, perchè lo sdegno stesso non avrebbe luogo se non l'accompagnasse speranza di punire

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chi l'ha provocato, e può presentarsi nel continuo pensiero, dacchè a chiunque desidera è dolce dimorare nel pensiero del suo desiderio (1).

tutte queste giova però, ed è dovere, soggiungere sentenze più sicure e più miti, massimamente dove si parli non dell'ordine esterno della giustizia o di que' pochi che sono chiamati con la parola o con l'opera a compierlo sulla terra, ma delle misere stizze umane che sovente si velano con nomi grandi e si divinizzano vòlentieri (2). All'uomo è colpa godere delle altrui pene, e lode il sentirne dolore (3). Nell' uomo viatore è pericoloso godere dell'altrui pena, anco giusta, sebbene anch' egli possa riguardare nella pena il bene che ne consegue all'ordine umano e divino; ma pericoloso è fermarsi a tale godimento in quanto in lui per la debolezza di sua natura possono insorgere passioni che lo rendano colpevole, il che non può essere nè in Dio nè nelle anime che hanno compiuta la prova (4).

Quando il Foscolo dunque dice del carme che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco, mettendo insieme la dolce ira d'Ugo Capeto, e la vendetta allegra di Capaneo (5), oltre al dire cosa che non è vera, dacché i fatti dimostrano che l'ira del suo carme a Dante non fu fatta allegra, egli accoppia, come gl' imitatori fanno, idee disparate, ed abbassa l'intendimento del Poeta, come sogliono gli animi e gl'ingegni men alti.

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CANTO XXI.

Argomento.

Trovano Stazio poeta. Questi dichiara come il tremare del monte non abbia le solite cause terrestri, ma sia soprannaturale indizio d'un' anima liberata. Stazio conosce Virgilio affettuosa accoglienza, dimostrante e l'amore che aveva Dante a Virgilio e la riverenza ch'e' teneva debita agli ingegni grandi.

Il nome di poeta stima più durevole e più onorando di tutti. Quest' è la più bella parte del Canto, men pieno che gli altri. Anco l'apparizione di Stazio è poetica. Le allusioni mitologiche abbondano, perchè questo colloquio di pagani. La fine del Canto rammenta il decimonono.

Nota le terzine 1 alla 5; 8, 13, 14; 20 alla 23; 32, 35, 36, 37, 45.

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1. (L) SETE di sapere.

del sommo vero.

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(F) NATURAL. Conv. I, 1: Coloro che sanno... sono quasi fonte vivo, della cui acqua si rifrigera la natural sete (del sapere). Arist, de Metaphys.: Tutti gli uomini naturalmente desiderano sapere. Questo passo è il cominciamento di più d'un trattato del secolo XIV. Ma la scienza umana non si sazia, dice il Poeta, se la grazia divina non vi si aggiunga. SAZIA. Conv., IV, 15: Nell' acquisto (della scienza) cresce sempre lo desiderio di quella. Joan., IV, 15: Chi bee di quest'acqua avrà sete ancora... Per essa significansi i beni temporali che avuti si sprezzano e bramansene altri. SE. Som. Se si vedesse Dio che è principio e fonte di tutta verità, riempirebbe così il natural desiderio di sapere, che non si cercherebbe altro.

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SAMARITANA. L'Ottimo traduce il passo di Giovanni : Una femmina venne di Samaria per prendere acqua alla fontana, e Gesù le disse: Donna, dammi bere... La femmina disse: Comę mi chiedi tu bere, che se' Giudeo, e io Samaritana?... Gesù le rispose, e disse: Se tu conoscessi il dono di Dio, e chi è colui che ti chiede bere, tu li domanderesti ch'elli ti desse acqua di vita... La femmina disse: Signore, dammi quest'acqua, ch' io non abbia sete e che non mi sia mestiere venir più qua a cavare acqua (Joan., IV, 7-15). Aug.: Chi berrà del fiume di Paradiso, resta che in lui la sele di questo mondo sia spenta. Conv. I, 1: Siccome dice il filosofo nel princípio della prima filosofia, tutti gli uomini naturalmente disiderano di sapere. La ragione di che puole essere, che ciascuna cosa, da provvidenzia di propria natura impinta, è inclinabile alla sua perfezione: onde, acciocchè la scienza è l'ultima perfezione della nostra anima, nella quale sta la nostra ultima felicità, lutti naturalmente al suo desiderio siamo suggetti... Coloro che sanno porgono della loro buona ricchezza alli veri poveri ; e sono quasi

2. Mi travagliava; e pungémi la fretta,
Per la 'mpacciata via, dietro al mio duca;
E condolémi alla giusta vendetta.

3. Ed ecco, si come ne scrive Luca

Che Cristo apparve a' duo ch'erano 'n via,
Già surto fuor della sepolcral buca,

4. Ci apparve un' Ombra: e dietro a noi venia,
Dappiè guardando la turba che giace;
Nè ci addemmo di lei, si parlò pria,
5. Dicendo: - Frati miei, Dio vi dea pace.
Noi ci volgemmo subito; e Virgilio
Rendė lui ' cenno ch'a ciò si conface.

fonte vivo della cui acqua si rifrigera la natural sete
che di sopra è nominata. Altrove: È naturale desiderio
dell'uomo di volere saper le cose occulte. De Monarchia :
Aquam nostri ingenii ad tantum poculum haurientes.
Per l'acqua della Samaritana i teologi intendono la
grazia divina; Dante, la verità: prima ed ultima grazia.
2. (L) PUNGÉMI: mi pungea.
CONDOLÉMI: 10 mi con-
dolevo. VENDETTA pena.

(SL) PUNGÉMI. Inf., XXXI, t. 9: Alquanto più te stesso pungi.

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Se voi siete Ombre che Dio su non degni, Chi v'ha per la sua scala tanto scorte? 8. E' dottor mio: Se tu riguardi i segni Che questi porta, e che l'Angel profila, Ben vedrai che co' buon' convien ch'e' regni. 9. Ma perché lei che di e notte fila

Non gli avea tratta ancora la conocchia Che Cloto impone a ciascuno e compila; 10. L'anima sua, ch'è tua e mia sirocchia', Venendo su, non potea venir sola, Però ch'al nostro modo non adocchia. 11. Ond' io fui tratto fuor dell' ampia gola D' Inferno, per mostrarli; e mostrerolli Oltre, quanto 'l potrà menar mia scuola. 12. Ma dinne, se tu sai, perchè tai crolli

Dié dianzi 'l monte; e perchè tutti ad una Parver gridare infino a' suoi piẻ molli? 13. Sì mi dié, dimandando, per la cruna

Del mio disio, che pur con la speranza
Si fece la mia sete men digiuna.

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(SL) PARTE. Inf., XXIX, t. 6: Parte sen gia, ed io retro gli andava, Lo duca. DEGNI, Semint. Degnare dell'onore de' tempii. Buc., IV: Nee Deus hunc mensa, Dea nec dignata cubili est.

8. (L) I SEGNI : i P. PROFILA: delinea.

(SL) REGNI. Ad Timoth., II, II, 12; Conregnabimus.

9. (L) LEI: colci (Lachesi). AVEA TRATTE: avea, tirando, finito di filare il pennecchio che Cloto, altra parca, impone alla rocca e perchè stia, lo stringe ed aggira, che è il compilare.

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11. (L) MOSTREROLLI: gli mostrerò, (SL) GOLA. La più alta parte del ventre della terra, il più alto giro di tutti. V. Inf., IX. SCUOLA, Purg., XVIII, t. 16: Quanto ragion qui vede, Dir ti poss' io,..

12. (L) AD UNA: insieme. MOLL dal mare.

(SL) DiÈ. Il suono diè dianzi, di terremoto parlando, non e forse a caso.

13. (L) MI DIÊ...., PER LA GRUNA DEL MIO DISIO: imbrocco in quel ch'io volevo sapere. SPERANZA di sapere.

(SL) DIE. Boce.: Oh quanto cotal domanda dicde per lo mio desio! DIGIUNA. Purg., XV, t. 20: lo son d'esser contento più digiuno.

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Ordine senta la religïone

Della montagna, o che sia fuor d'usanza. 15. Libero è qui da ogni alterazione:

Di quel che 'l cielo in sè da sè riceve, Esserci puote, e non d'altro, cagione. 16. Perchè non pioggia, non grando, non neve, Non rugiada, non brina, più su cade, Che la scaletta de' tre gradi breve. 17. Nuvole spesse non paion nè rade,

Né corruscar, nè figlia di Taumante, Chè di là cangia sovente contrade. 18. Secco vapor non surge più avante, Ch' al sommo de' tre gradi ch'io parlai, Dov' ha ' Vicario di Pietro le piante.

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(SL) LIBERO. Purg., XXVIII. - Lucan., II: Nubes excedit Olympus. — SĖ. Cagione del tremare son l'anime che il cielo riceve in sè, venenti da sè di lor libero moto. Ovvero, come l'Ottimo : La cagione di ciò che paia lassi esser moto non è... da strano in strano, ma da sẻ in se; perocchè il cielo la cosa sua e non strana in sè riceve; l'anima dal cielo discende, mandata o creata da Dio; e il cielo in sè la riceve, ritornante à lui che la ered... Il modo è oscuro e somiglia a quel del XXXII del Purgatorio: E quel di lei à lei lasciò legato. Che un passo dia luogo a troppe interpretazioni letterali non è lode.

(F) ALTERAZIONE. Arist. Phys., VII: Alterazione è un immutare della materia. - Alterazione è il moto della quantità. - Diciamo alterato quel che si fa più ealdo, più denso, più secco, più bianco. - È alterazione il generarsi l'aria dall'acqua.

16. (L) GRANDO: grandine. LA SCALETTA DE THE GRADI BREVE quella che sta alla porta del Purgatorio. (SL) NON. Aug., de Civ. Dei, XIV, 26: Nel pu radiso terrestre non calore në gelo. — NEVE. Omero, Odiss.: Non neve nè inverno forte, nè mai pioggia, ma sempre d'un zeffiro dolce spirante, l'aure dall' Oceano inviate. CADE. Georg., 1: Salit grando, - SCALETTA.

Purg, IX, f. 26.

(F) PIOGGIA. Dal ciel della luna al centro della terra son quattro regioni, al dire di Pietro. Calda, fredda, fredda e calda, il sen della terra. La pioggia scende dalla regione calda e fredda, la grandine dalla fredda. 17. (L) PAION: appaiono. ́· CORRUSCAR: lampo. FIGLIA DI TAUMANTE: arco baleno. DI LA CANGIA SOVENTE CONTRADE: nel mondo si vede or di qua or di là, sempre opposto al sole.

(SL) FIGLIA, Ovid. Met., IV: Thaumantias Iris. (F) RADE. La nube rada è vapore aequeo, dico Pietro. Qui l'Ottimo cita Aristotele e Beda. 18. (L) 'L Vicario di Pietro: l'Angelo.

Pietro.

(SL) PIETRO. Inf., I, t. ult.: La porta di san

(F) Secco. Aristotele (de Metaphys., II) distingue l'umido vapore dal secco: dall' umido la pioggia, la neve, la grandine, la rugiada, la brina; dal secco, il vento vento se il vapore è sottile; se più forte, tre

muoto.

19. Trema forse più giù poc● od assai:

Ma per vento che 'n terra si nasconda, Non so come, quassù non tremo mai. 20. Tremaci quando alcuna anima monda Si sente, si che surga, e che si muova Per salir su; e tal grido seconda.

21. Della mondizia il sol voler fa prova,

Che, tutto libera, a mutar convento L'alma sorprende; e di voler le giova. 22. Prima vuol, ben: ma non lascia 'I talento Che divina giustizia, contra voglia, Come fu al peccar, pone al tormento. 23. Ed io che son giaciuto a questa doglia Cinquecent'anni e più; pur mo sentii Libera volontà di miglior soglia. 24. Però sentisti 'l tremolo, e li pii

Spiriti per lo monte render lode A quel Signor, che tosto su gl'invii. 25. Così gli disse. E perocchè si gode

Tanto del ber quant'è grande la sete, Non saprei dir quant'ei mi fece prode. 26. El savio duca :" Omai veggio la rete Che qui v'impiglia, e come si scalappia: Perché ci trema, e-di che congaudete.

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27. Ora chi fosti piacciati ch'io sappia:

E perchè tanti secoli giaciuto Qui se', nelle parole tue mi cappia. 28. Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto Del sommo Rege, vendicò le fora Ond' uscì 'l sangue per Giuda venduto; 29. Col nome che più dura e più onora, Er' io di là (rispose quello Spirto) Famoso assai, ma non con fede ancora. 30. Tanto fu dolce mio vocale spirto,

Che, Tolosano, a sè mi trasse Roma, Dove mertai le tempie ornar di mirto. 31. Stazio la gente ancor di là mi noma. Cantai di Tebe, e poi del grande Achille; Ma caddi 'n via con la seconda soma.

27. (L) NELLE PAROLE TUE MI CAPPIA: sia contenuto nel tuo dire, perchè...

FORA: ferite.

SAN

(SL) CAPPIA. Bocc., I, : Ti cappia nell'animo. Altrove Nel mio giudicio cape. 28. (L) SOMMO REGE: Dio. GUE di Gesù Cristo. PER: da. (SL) Buox. Il buon Tito sta tra il buono Augasto e il buon Barbarossa (Inf., I; Purg., XVIII). — TITO. Ott. Nel cui tempo fu tanto riposo, che sangue di neuno uomo si sparse. Questi insino da piccolo fu di chiaro ingegno di cavalleria e studioso in lettere; umile fu, liberale ed onorifico, dispregiatore di pecunia; nullo di fu che non donasse... ; fu pietoso e misericordioso perdonatore a quelli ch’avevano giurato d'ucciderlo. SONMO. Æn., H: Superi Regnator Olympi. FORA. Som.: Perforatio, omicidio di trafittura.

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29. (L) NOME di poeta. DI LA: vivo. MUTAR CONVENTO : L'ALMA Stazio.

21. (L) DELLA MONDIZIA IL SOL VOLER FA PROVA: sa d'esser monda perché vuol salire.. ire al cielo. CONVENTO: Consorzio d'anime. SORPRENDE: il volere prende l'anima a un tratto.

(SL) CONVENTO. Virgilio, degli Elisi: Conventus trahit in medios (En., VI). — Giova. En., III: Juvat

cvasisse.

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(SL) DURA. Lucan., IX: 0... magnus vatum labor! omnia fato Eripis, et populis donus mortalibus

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(SL) SPIRTO. Prop., III, 45: Qualis Pindarivo spiritus ore tonal. Hor. Carm., II, 16: Spiritum Grajæ leRuem Camœna. TOLOSANO. Era di Napoli (Stat., Silv., III, 5). Ma Placido Lattanzio commentatore di Stazio lo fa tolosano: Insegnò rettorica' în Gallia con molla celebrità : ma poscia, venulo a Roma, si diede a poesia. Confuse Stazio Papinio con un altro. Sbaglio fin dai tempi dello Scaligero quasi comune. Bocc., Am. Vis., V Stazio di Tolosa. Nè le Selve di Stazio al tempo di Dante erano forse note. TEMPIE. ED., VII: Tempora ramo Implicat. MIRTO. Non come poeta amoroso, ma come men nobile. Buc., II: Et vos, o lauri, carpam, et le proxima myrte. Nel Convito lo chiama dolce poeta. Stat., Silv., III: Nunc ab intonsa capienda myrlo Serta. [Buc., II; Petr, nel sonetto: La gola e'l sonno...] 31. (L) Dr LÀ: al mondo. CADDI 'N VIA CON LA SÉCONDA SOMA: non finì l'Achilleide."

(SL) TEBE. Giovenale, che nominerà poi, amico di Stazio, dice: Curritur ad vocem jucundam et carmen amicæ Thebaidos, lætam fecit cum Statius Urbem, Promisitque diem: tanta dulcedine captos Afficit ille animos (Sat. VII). Stat., XII: O mihi bissenos multum vigilata per annos Thebai! — GRANDE. È in Virgilio ed in Stazio: Magnus... Achilles. Voleva condurre il poema da Sciro fin dopo la rovina di Troia. SOMA. Vulg.

32. Al mio ardor fur seme le faville

Che mi scaldår della divina fiamma, Onde sono allumati più di mille. 33. Dell' Eneïda dico: la qual mamma

Fummi, e fummi nutrice poetando: Senz' essa non fermai peso di dramma. 34. E per esser vivuto di là quando

Visse Virgilio, assentirei un sole,

Più ch'i' non deggio, al mio uscir di bando.— 35. Volser Virgilio a me queste parole

Con viso che, tacendo, dicea: •
. Taci..
Ma non può tutto la virtù che vuole,
36. Chè riso e pianto son tanto seguaci

Alla passion da che ciascun si spicca,
Che men seguon voler ne' più veraci.

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34. (L) Di LÀ: al mondo. - ASSENTIRE UN SOLE... AL MIO USCIR DI BANDO: piglierei di stare un anno più in Purgatorio.

(SL) SOLE. Inf., VI, t. 23.

35. (L) LA VIRTÙ CHE VUOLE: la volontà,

(SL) DICEA. Ovid. Amor., I, 4: Nutusque meos, vultumque loquacem. - Verba superciliis sine voce loquentia dicam. [Taci. Con un solo verso esprime una fina operazione dell'anima; dove uno de' nostri verseggiatori n' avrebbe impiegato dieci, seppure gli avesse la Provvidenza ispirata l'idea.]

(F) VUOLE. Petr. E chi discerne è vinto da chi vuole. Qui tempera il detto più sopra della libertà umana; non contraddice però.

36. (L) DA CHE CIASCUN SI SPICCA: che li produce. MEN SEGUON VOLER NE' PIÙ VERACI: i più sinceri non sanno dissimulare.

(SL) SEGUACI. Petr., Trionfo d'Am.: Come in un punto si dilegua, E poi si sparge per le guance il san gue, Se paura o vergogna avvien che'l segua. VERACI. Osservazione retta e lode all'anima del Poeta.

-

(F) PASSION. Som.: Passione ogni impressione. Ogni moto dell'appetito sensitivo è passione. - Passioni dell'animo come gioia, amore o simili.

37. Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca; Perchè l'Ombra si tacque, e riguardommi Negli occhi, ove 'I sembiante più si ficca. 38. E: Se tanto lavoro in bene assommi, Disse, perché la faccia tua testeso Un lampeggiar d'un riso dimostrommi?39. Or son io d'una parte e d'altra preso: L'una mi fa tacer, l'altra scongiura Ch'i' dica: ond' io sospiro; e sono inteso. 40. — Di', 'l mio maestro, e non aver paura, Mi disse, di parlar; ma parla, e digli Quel ch'e' dimanda con cotanta cura. — 41. Ond'io: Forse che tu ti maravigli,

Antico spirto, del rider ch' io fei:
Ma più d'ammirazion vo' che ti pigli.
42. Questi che guida in alto gli occhi miei,
È quel Virgilio dal qual tu togliesti
Forte a cantar degli uomini e de' Dei.
43. Se cagione altra al mio rider credesti,
Lasciala per non vera, ed esser credi
Quelle parole che di lui dicesti. -
44. Già si chinava ad abbracciar li piedi

Al mio dottor: ma ei gli disse: - Frate,
Non far: che tu se' Ombra, e Ombra vedi.-

37. (L) PERCHÈ onde. 'L SEMBIANTE PIÙ SI FICCA: più l'anima nascosta si legge.

(SL) AMMICCA. Ammiccare non è sorridere; ma sorridendo per cenno si può ammiccare con gli occhi.

(F) FICCA. Conv., III, 8: L'anima dimostrasi negli occhi tanto manifesta che conoscer si può la sua presente passione, chi bene la mira. Plin. In oculis animus inkabitat. Som. Quelle membra nelle quali più espressa vede l'orma del cuore, come negli occhi e nella faccia e nella lingua. Segneri: L'occhio, visibile ritratto dell'a nimo non visibile. Sembianti le somiglianze degli atti esterni con l'affetto dell' animo. Ficcarsi non è ben chiaro; par dica: si nasconde e cercasi trarnelo fuori con l'occhio quando gli altri segni della persona non dicano l'animo.

38. (L) SE così tu. — ASSOMMI: finisca. - TESTESO:

or ora.

(SL) LAMPEGGIAR. Petr. Il lampeggiar dell' angelico riso. Tasso: Mostrò Ciprigna lampeggiando us riso. Ma lampeggiare con angelo non istà; e nel secondo l'imitazione è troppo letterale; dacchè Dante qui aveva ragione di dire dimostrommí il lampeggiar d'un riso come di cosa fuggevolissima e l'un rende chiaro il concetto. Ma mostrare un riso, da sẻ, non par modo compiuto. Se non che qui la rima in ommi stuona un po'. 39. (L) L'UNA: Virgilio. INTESO da Virgilio. 40. (SL) DIGLI. Ripele parla e di per vincere il ritegno di Dante messogli dal divieto tacito del maestro. 42. (L) FORTE A CANTAR: a cantar alto.

(SL) OCCHI. Modo biblico.

TOGLIESTI. Inf.. I,

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