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41. Come avarizia spense a ciascun bene

Lo nostro amore, onde operar perdési, Cosi Giustizia qui stretti ne tiene, 42. Ne' piedi e nelle man' legati e presi: E quanto fia piacer del giusto Sire, Tanto staremo immobili e distesi. 43. lo m'era inginocchiato, e volea dire; Ma com' i' cominciai, ed e' s'accorse, Solo ascoltando, del mio riverire, 44. — Qual cagion (disse) in giù così ti torse? Ed io a lui : - Per vostra dignitate Mia coscienza dritta mi rimorse. 45. Drizza le gambe, e lévati su, frate (Rispose). Non errar. Conservo sono Teco e con gli altri ad una potestate. 46. Se mai quel santo evangelico suono

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Che dice Neque nubent, intendesti, Ben puoi veder perch' io così ragiono.

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45. (L) FRATE: fratello. AD UNA POTESTATE: a Dio. (F) CONSERVO. Nell' Apocalisse (XIX, 10) inginocchiandosi Giovanni all' Angelo, questi lo vieta: Vide, ne feceris: conservus tuus sum, et frutrum tuorum. Act. Apost., X, 26: Surge; et cgo ipse homo sum.

46. (F) NUBENT. A' Sadducei domandanti se sarà matrimonio nell'altra vita, Gesù Cristo risponde: Neque nubent, neque nubentur (Marc., XII, 25; Matth., XXII, 30). Luc., XX, 55: Neque nubent, neque ducent uxores. Le umane inuguaglianze, intende, sono di là dileguate.

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47. (L) STANZA: dimora. - DISAGIA: turba. la grazia.

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(SL) STANZE. Bocc.: Temendo non la troppa stanza gli fosse cagione di volgere l'altrui diletto in tristizia. Gio. Vill.: Riprendendolo della sua stanza. — Ciò. Terz. 51: Quel senza 'l quale a Dio tornar non puossi.

(F) DISAGIA. Som. Sup. : L'affetto con cui si desidera il sommo bene dopo questa vita nelle anime sante è intensissimo, perchè l'affetto non è ritardato dalla mole del corpo, e perchè il termine di fruire del sommo bene già sembra venuto, se qualcosa non l' impedisce, e però del ritardo si dolgono grandemente. Altrove: Quanto maggiormente la cosa è desiderata, tanto l'assenza di quella è molesta. Nel Purgatorio sarà doppia pena: di danno, in quanto l'anima è ritardata dalla visione divina, e di senso.

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48. (L) PER ESEMPLO: coll'esempio.

(SL) ALAGIA. Pelli, p. 119. Moglie di Moroello Malaspina, figliuol di Manfredi, il qual Manfredi era figliuolo di Corrado Malaspina l'antico (Purg., VIII, 40). Non a questo Malaspina intendeva Dante dedicare il Purgatorio; chè questi teneva da Guelfi. Egli loða la moglie che visse lungamente dal marito lontana: non da ciò segue ch'egli amasse il marito. Il quale favorì il Cardinale del Fiesco, contrario a Franceschino, l'amico di Dante. ESEMPLO. Juven.,XIV: Citius nos Corrumpunt viliorum exempla domestica. MALVAGIA. Un del Fiesco nel 1287 venne a Firenze vicario generale dell' imperatore Rodolfo, abitò in casa Mozzi, condannò la città ricusante il giuramento all' imperio in sessantamila marchi d'argento: ma come di famiglia guelfa, era sospetto a' Ghibellini. Tornò scornato in Germania a Rodolfo.

49. (L) SOLA buona,

Avarizia.

Nel giro dell'accidia non è maraviglia che Dante sia preso da sonno: e nel sonno vede una donna, la concupiscenza de' beni terreni. E' la personifica nella Sirena e nella Vita Nuova afferma lecito a' poeti personificare le cose inanimate e gli affetti. A simboleggiare i tre vizii in cui si distende la concupiscenza, egli fa quella femmina balba e guercia con pallore, e monca (1), nel primo adombrando la gola, nel terzo l'avarizia, la

(4) Inf., VII: Questi (gli avari) risurgeranno del sepulero Col pugno chiuso; e questi (i prodighi) co' erin' mozzi.

lussuria nel secondo. Il Poeta pur col guardarla le fa spedita la lingua e la raddrizza e colorisce d'amore, perchè l'uomo col fermarsi a guardare į beni terreni, se li fa parere belli di vili che sono, Nella donna che apparisce a respingere l'antica strega (che è molto più dire che vecchia), Pietro riconosce la virtù intellettuale; l'Ottimo, la ragione. Virgilio denuda la turpitudine della femmina; perchè basta a ciò la ragione, in quanto l'effetto conosciuto del male sveglia l'umana coscienza.

L'avarizia che, bramando i beni materiali per farne strumcuto a tristi godimenti e del corpo e

dello spirito, è quasi mezzo tra peccati spirituali e carnali (1), e giustamente qui collocata dall'un lato tra ira ed accidia, e dall'altro gola e lussuria, e più prossimamente tra accidia e gola, perch'avarizia è fame di ricchezza, e cura sollecita insieme ed inerte con dolore uggioso (2). L'avaro desidera ogni bene il cui prezzo si può misurare con moneta (3); onde questo è vizio che comprende in certo senso tutti i beni esteriori; ch'anzi Agostino vede avarizia in tutte quante le cose che smodatamente desideransi (4); perch' egli s'attiene alla vera origine della voce aveo, sbagliata da Isidoro (5), che fa avarus, aeris avidus.

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Avarizia nasce da altri peccati, come brama di satollare l'ambizione o la gola (6). Avarizia nasce or da orgoglio, or da timore (7). L'oro precipitò di molti nella libidine e in ogni altro vizio: per contrario, la povertà arrestò molti che correvano al male velocemente (8). Ma può un vizio capitale nascere da altri vizii, e dare poi ad altri vizii nascimento (9). Ad un vizio possono tendere colpe altresì d'altro genere ́ (10). — Avarizia è radice di tutti i mali (11), per sua natura (12) ordinaria, non sempre però; perchè siccome nelle cose naturali non si cerca quello che sempre avviene, ma quello che il più delle volte, essendochè le cose corruttibili possono essere impedite che non sempre operino nel modo medesimo; così e nelle cose morali considerasi ciocchè avviene per lo più, non ciocchè sempre, dacchè la volontà non ha necessarie le sue operazioni. Può dunque l'avarizia da altro male venire come da ràdice, e non per questo è men vero che ella sia il più spesso radice de' mali tulti (13).

L'avarizia essendo amore soverchio (14) d'avere, eccede in due versi. Eccede nel tenere (15), e di qui nasce la durezza del cuore, non mosso da compassione a sovvenire di ricchezza i necessitosi. Poi eccede in pigliare; e quest'eccesso può essere nel desiderio, onde nasce inquietudine (16) e ansiela superflua; e può essere nel fatto, onde vengono

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(1) Paolo (Ad Ephes., V la pone tra i peccati carnali: la Somma (2, 2, 118), quasi ponte tra gli uni e gli altri. - (2) Inf., 1: E quale è quei che volentieri acquista, E giunge 'l tempo che perder lo face, Che 'n tutti i suoi pensier piange e s'attrista; Tal mi fece la bestia... (3) Som., 1. c. (4) Aug., de lib. arb., III. -(5) Etym., X.- (6) Som., 2, 1, 84. — (7) Greg. Mor., XV. - Inf., 1 Questa (la lupa) mi porse tanto di gravezza Con la paura ch' uscia di sua vista, Ch' i' perdei la speranza dell'altezza. (8) Basilio. (9) Som., 2, 2. 118. - Inf., I, t.54: Molti son gli animali a cui s'ammoglia; E più saranno ancora. (10) Som., 1. c. 411) Purg., XX, t. 4: Che più che tulle l'altre bestie kai preda. (12) Inf., I, t. 35: Ha natura si malvagia. 13) Som., 2, 1, 84. (14) Inf., VII,'t. 16: In cui usa varizia il suo soperchio. (15) Inf., VII, t. 20: Mal dare e mal tener. (16) Inf., I, t. 20: Bestia senza pace. - Terz. 55: Mai non empie la bramosa voglia.

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nell'acquistare le violenze (1) e le frodi. La frode se è di semplice parola, è fallacia; se con giuramento, è spergiuro. Se il dolo è in fatti e se riguarda le cose, dicesi frode; se le persone, tradimento (2), come in Giuda che tradi per avarizia Cristo (3). Di qui si vede il come dall' avarizia germogli tutto l'Inferno di Dante. E Tommaso, dopo numerate le colpe che sono più propriamente figlie d'avarizia, numera con Aristotele quelle che sono più propriamente specie di lei. Primo grado dell'avarizia è il difetto nel dare; che chi poco dà chiamasi stretto; chi nulla, duro; chi con gran difficoltà, quasi venditor di cumino (4), cioè uomo a cui le cose leggieri paiono gravi. Chi eccede in pigliare, o lo fa con lucri turpi, o con esercitare opere abiette, o da alli viziosi traendo guadagno (5), o lucrando su quel che è dovere dare gratuito, come fa l'usuraio (6); ovvero facendo forza altrui, siccome i ladroni; o spogliando i cadaveri, o togliendo agli amici, come i giuocatori fanno (7).

Domandando a sè l'Aquinate se l'avarizia sia de' peccati il gravissimo, risponde con la solita sapienza: In doppio rispetto può riguardarsi la gravità delle colpe: in uno, dalla parte del bene che per la colpa dispregiasi o tentasi corrompere, il qual bene quant'è maggiore, tanto più grave è la colpa: in questo rispetto il peccato contro Dio è più grave di tulli; e poi viene quello che offende l'uomo nella persona sua; poi quello che nelle cose all'uso degli uomini destinate (8): e qui cade avarizia. In altro rispetto i gradi delle colpe po ssonsi misurare dal bene al quale inordinatamente si sottomette l'umano appetilo; il qual bene quant'è minore, tanto il peccato è più deforme: dacchè più turpe cosa è soggiacere a bene dappoco che a bene grande. Ora il bene delle cose esteriori è tra gli umani l'infimo; da meno che il bene del corpo; e questo è da meno che il bene dell'anima, e al bene dell'anima il bene divino sovrastà. In questo rispetto l'avarizia che si sottomette alle cose esteriori ha certa peggiore deformità. Ma perchè la privazione o la corruzione del bene è forma del peccalo, e il desiderio inordinato del bene è materia di quello; però la gravità sua dee piuttosto misurarsi dal bene violato che dal malamente desiderato. E però l'avarizia non è assolutamente il· gravissimo de' peccati (9): ma in questo, tra gli altri rispetti, è gravissimo che le ricchezze paiono essere bene per sè sufficiente, in quanto di loro ci serviamo come di mallevadori a ottenere gli altri

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(1) Inf., XII, t. 55: Che dier nel sangue e nell'aver di piglio. (2) In Malebolge la frode, il tradimento nel pozzo. (3) Som., 2, 2, 118. — (4) Notabile che questa imagine si rincontri e in Aristotele e in Gesù Cristo, ove parla de' Farisei avari. — (5) Inf., XVIII,'XXX. (6) Inf., XVII. (7) Som., I. c. (8) Inf., XI, t. 14: A Dio, a sè, al prossimo si puone Far forza: dico in sè, ed in lor cose. — (9) Som., I. c.

beni lutli (1); ond'esse hanno una certa sembianza di felicità suprema (2). Per le ricchezze l'uomo acquista la facoltà di commettere più mali e fomite a più mali desiderare (3). Nel desiderare le ricchezze può essere reità il concetto indeterminato de' mali che per mezzo d'esse speransi fare; maggiore reità che il desiderio d'un male determinato (4).

Nello spiegare quello agli Efesi avarizia è servire a idoli (5), la Somma soggiunge: Avarizia si sottomette alle cose esteriori per utile non per culto che presti ad esse (6). Se non che nell'avaro inviziato la brama del tenere e del prendere danaro diventa culto e superstizione fanatica; e tanto, in certo rispetto, più rea dell'idolatria che ogni moneta, ogni picciolo di moneta a lui si fa idolo (7), e che la sua passione gli dà più frequenti tentazioni a mal fare che non dia all'idolatra il suo culto, il quale può anch'essere di mera ignoranza e accompagnato con sensi di benevolenza verso i fratelli; e può, oltre al materiale oggetto della venerazione, mirare più alto a una virtù ignota maggiore della materia e ch'è il bisogno dell'anima: dove l'avarizia torce il pensiero dall'alte cose e lo rattiene in sè stesso e fa l'anima continuamente a sè e agli altri arida e dispietata.

La reità e la irragionevolezza insieme di questo vizio consiste in ciò che le ricchezze riguardando l'utile (8), e cercandosi da principio come mezzo d'altri godimenti (9), da ultimo diventano fine, ecome fine, si giacciono inutili: il che adombrasi nella miseria di Mida (40); ed è notabile che codesta miseria ridicola, frutto d'avarizia, tocchi al re dagli orecchi asinini.

L' Ecclesiaste tradotto dall' Ottimo dice: Infermitade pessima, la quale io vidi sotto il sole, cioè le ricchezze, conservate in male dal loro signore (11); e poi: Chi ama le ricchezze non avrà frutto da esse. Onde Dante nel Convivio le chiama false meretrici, e ricchezze maledette (12). E perchè la cupidigia di ricchezza è tenebra all'anima (13), gli avari nel Purgatorio cantano per la notte gli esempii dell'avarizia odiosa e punita, nel di chiaro quelli della liberalità virtuosa (44).

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(1) Boet., de Cons., III. — (2) Arist. Eth., V. (3) Som., 2, 1, 84. (4) Som., 1. c. (5) Ad Ephes., V. (6) Som., 2, 2, 118. —(7) Inf., XIX, t. 58: Egli uno, e voi n'orate cento. (8) Som., 1. c. (9) Som., 2, 1, 84. -(10) Purg., XX, t. 36: Ela miseria dell'avaro Mida, Che segui alla sua dimanda ingorda, Per la qual sempre convien che si rida. — (11) Eccle., V.—(12) Purg., XX, t.4: Maladetta sie tu, antica lupa. E di qui vedesi la corrispondenza della lupa nel primo dell' Inferno con la donna del XIX dell'Inferno e del XXXII del Purgatorio. - (15) Chrys. Hom. - Purg., XX, t. 3: Tutto 'l mondo occúpa. — (14) Psal. XCI, 3: Ad annuntiandum mane misericordiam tuam, et veritatem tuam per noctem. Verità sovente suona giustizia.

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L'avarizia sempre cresce (1). L'appetito delle naturali ricchezze, come il cibo e il vestire e simili, non è infinito perchè in certa misura bastano alla natura: ma l'appetito delle ricchezze artificiali, come del danaro, è senza fine (2), perche serve alla concupiscenza inordinata, la quale non ha modo, come dice il filosofo nel primo della Politica (3).. · Le ricchezze, in luogo di saziamento e refrigerio, danno e recano sele (4). I Crisostomo assomiglia l'avaro all'ossesso; e Dante (5) assomiglia a un ossesso il Fucci ladro; e l'avaro è ladro nel rispetto che Basilio notò: Pane del famelico è quello che tu ritieni, e veste dell'ignudo quella che tu rinchiudi; è argento dell'indigente quello che tu possiedi: onde tu fai ingiustizia a tanti a quanti potresti giovare (6). Avarizia è furlo, quando l'uomo è tenuto per debito legale di distribuire il suo a'poveri, o perchè la necessità li metta in pericolo, o perchè egli possegga superfluo (7). La Somma accenna al debito morale e al legale che ha il ricco di soccorrere ai poveri; ma per legale io tengo che s'abbia ad intendere quell'obbligazione morale più stretta che è imposta dalla legge divina nella società de' Cristiani, non già quella estrinseca legalità che lascia morir nella strada di freddo e di fame il figliuolo della vedova intanto che il vescovo inglese circondato dalla moglie e da' figli sta, dopo un buon pranzo, leggendo la Bibbia. Ad avarizia é contrapposto da Paolo benedizione (8); ed è un principio d'avarizia, cioè una maledizione incoata, il dare poco, e del dato dolersi (9). Nulla dimostra tanto angusto animo e piccolo quanto amare danari (10). Vecchiaia e tutta sorla impotenza fa gli uomini avari (44). Più l'uomo è debole e più s'appoggia sui beni di fuori (12). E però Dante fa nel Purgatorio gli avari cogli occhi alla terra, e co' diretri al cielo, e questa parola mette in bocca d'un papa (13); e' mette in tale atto un papa genovese; e li fa legati piedi e mani (14), a significare l'inerzia e fiacchezza vo

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(1) Seneca. -Inf., I, t. 35: Dopo 'l pasto ha più fame che pria. (2) Purg., XX, t. 4: Fame, senza fine, cupa, - (3) Som., 2, 1, 2. (4) Conv. e Cic. tradotto nel Convito In nullo tempo si compie nè si sazia la sele delia cupidità. Inf., I, t. 53: Ed ha natura si malvagia e ria Che mai no empie la bramosa voglia. Dove malvagia potrebbe voler indicare il male del danno, ria il male di colpa. (5) Inf., XXIV. (6) Basil., Serm. in Evang. (7) Som., 2, 2, 118. Ma con la solita equità il Cristiano soggiunge: L'avarizia come il furto può essere peccato veniale. (8) Ad Cor., II, IX, 5. (9) Glos. a quel passo. (10) Cic., de Off., I. (11) Arist. Eth., IV. (12) Som., 2, 2, 118. (13) Altra famigliarità d'esso papa: Drizza le gambe, e lévati su, frate (Purg., XIX, t. 45). E così forse nel francese Capeto giuggia per giudica, ed altre forme, sono usate apposta. - (14) Matth., XXII, 45: Ligatis manibus et pedibus ejus, mittite eum in tenebras exteriores. Psal. CXVIII, 61: Funes peccatorum circumplexi sunt me. Aug., Serm. Mort.: Malis vincti. Dell'amor del danaro,

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lontaria degli avari. E nel comune linguaggio tenere le mani strette, avere il granchio al borsellino, e simili, dipingono l'avarizia che è una specie d'artritide, o di podagra. E Dante, che la moralità sempre volgeva a senso civile, sentiva bene come codesto vizio, proprio della vecchiaia e che fa anzi tempo invecchiare, rendesse impotenti e decrepiti, con gli uomini, i popoli (4). Il furto d'Acam rammentato fra gli esempi dell' avarizia punita porta a tutto il popolo d'Israello debolezza e sconfitta: Ceciderunt per prona fugientes... Surge, sanctifica populum... Anathema in medio tui est Israel: non poteris stare coram hostibus tuis (2). E quand' Ugo Capeto esclama: O avarizia, che puoi tu più farne, Po' ch'hai il sangue mio a te si tratto, Che non si cura della propria carne? (3) risuona quello di Salomone: Nulla più scellerato

Orazio Imperat aut servit collecta pecunia cuique; Tortum digna sequi potius quam ducere funem ( Epist., I, 40). Ma qui eade, più ch'altro, quell'altro de'Salmi: Ad alligandos reges eorum in compedibus, et nobiles corum in manicis ferreis (Psal. CXLIX, 8).

(1) Inf., I, t. 47: Emolte genti fe' già viver grame. (2) Josue, VII, 5, 13. — (3) Purg., XX, t. 28. Eceli, X, 10: (Avarus) in vita sua projecit intima sua.

dell'avaro; nulla più iniquo dell' amare danari; che costui ha venale anche l'anima (1).

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I danni civili dell'avarizia erano al Poeta e per esperienza e per dottrina tremendi; dacchè se ella è un volere più di quello che all' uomo si debba (2); ognun vede come avarizia s'opponga continuamente a giustizia; ch'è sentenza e d'Aristotele e del Crisostomo (3). Nelle esteriori ricchezze non può l'un uomo soprabbondare, che l'altro non ne manchi; perchè i beni temporali non possono essere insieme posseduti da molti (4). La liberalità è nell'uso di ricchezze non grandissime, e così il suo contrario, l'illiberalità: onde i tiranni che fanno violenza a' sudditi e guastano le cilla e pigliano le cose sacre, non si chiamano illiberali, ma ingiusti (5). Ma per crudellà ed avarizia massimamente gli uomini cadono nella tirannide. Principes ejus in medio illius, quasi lupi rapientes prædam ad effundendum sanguinem.... et avare sectanda lucra (6).

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(1) Eccli, X, 9, 10. Purg., XX, t. 27: Vender sua figlia, e palleggiarne Come fanno i corsar' dell'altre schiave. Purg., XIV, t. 20: Cacciator di que' lupi... Vende la carne loro essendo viva. (2) Som., 2, 2, 118. (5) Arist., Eth., V. Chrys. Hom., XV. (4) Som, 1. c. Nello stato presente di società. (5) Som., 1. c. XXII, 27.

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(6) Ezech.,

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CANTO XX.

Argomento.

Sente cantare esempi di povertà e di generosità, poi d'avarizia punila. Parla ad Ugo Capeto, il qual maledice alla sua progenie, origine di molti mali all'Italia. Poi trema il monte, e tutti del monte cantano: Gloria; perchè un'anima ha finita la sua pena, e sale in cielo `: l'anima, vedremo, di Stazio. D'ora innanzi gli esempi del bene premiato o del male punito saranno cantati dall'anime stesse. Ci avviciniamo al cielo. E qui pure il primo esempio è Maria, poi un profano, uno sacro: poi quattro sacri e quattro profani, simbolo della doppia indole del Poema.

1.

Nota le terzine 2, 3, 4, 6, 7, 8, 15, 25, 25; 27 alla 30; 32, 39, 40, 41, 43, 44, 45, 47, 48, 50.

Contra

miglior voler, voler mal pugna : Onde contra 'l piacer mio, per piacerli, Trassi dell'acqua non sazia la spugna. 2. Mossimi; e'l duca mio si mosse per li Luoghi spediti, pur lungo la roccia, Come si va, per muro stretto, a' merli. 3. Chè la gente che fonde a goccia a goccia Per gli occhi 'I mal che tutto 'l mondo occúpa, Dall'altra parte in fuor troppo s'approccia.

4. Maladetta sie tu, antica lupa

Che più che tutte l'altre bestie hai preda
Per la tua fame, senza fine, cupa!

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3. (L) 'L MAL: l'avarizia. — DALL'ALTRA PARTE IN FUOR TROPPO S'APPROCCIA: a andar di là c'è pericolo di cadere. (SL) OccÚPA. Bocc.: Da avarizia insaziabile occupati. IN FUOR. Gli avari giacciono verso l'orlo, a indizio che l'inerzia loro stessa è prossima a ruina. 4. (L) SIE: sii. LUPA avarizia. CUPA. (SL) SENZA. Æn., II: Sine fine furenti. Tasso: Della sua cupa fame ancor non sazio. Ma cupa preposto perde.

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(F) FINE. Baruch, III, 18: Argentum thesaurizant, el aurum, in quo confidunt homines, et non est finis acquisitionis eorum. Som.: Desiderio che mai non vien meno pare infinito; il che massimamente ritrovasi nelle ricchezze.

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5. (L) Per cui questa disceda? l'uomo per cui que sta se ne vada?

(SL) CIEL. Forse accenna alla sfera cui volge la Fortuna (Inf., VII).

6. (SL) SCARSI. Bartoli: A passi deboli e scarsi. 7. (SL) DOLCE. Vite ss. Padri: Il tuo dolce Cristo. PARTORIR. Isai., XIII, 8: Torsiones et dolores tenebunt: quasi parturiens, dolebunt. - XLII, 14: Sicut partsriens loquar. Jer., IV, 31: Vocem... quasi parturientis audivi, angustias ut puerperæ. Psal., XLVII, 7: Ibi dolores ut parturientis.

8. (L) OSPIZIO: stalla. SPONESTI: deponesti. (SL) SPONESTI. Inf., XIX, t. 44: Spose il carco. — PORTATO. Vive in Corfù.

(F) SPONESTI. Luc., II, 7: Partori il figliuol suo.... e in panni lo rinvoltò, e lo posò nel presepio; chè non c'era luogo all'albergo per essi.

9. (L) SEGUENTEMENTE : poi. ANZI: piuttosto. (SL) BUON. Così lo chiama e Gio. Villani. - FABRIZIO. Veget., de Re milit., IV: Sprezzò l'oro di Pirro

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