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pone il Petrarca Beatrice con Dante, e Selvaggia con Cino: di che si scandalezza il Castelvetro; e il Tassoni con la solita sveltezza risponde: «Quanto al dire che Beatrice e Selvaggia non riconoscessero gli amanti e poeti loro, altro testimonio che quello di loro stessi non ne abbiamo; tanto degno di fede, quanto merita l'insaziabilità degli amanti, che sempre ingrate e crudeli chiamano le donne loro ». Ma non è affatto vero, ben nota uno storico de' danteschi amori, che Dante, insaziabile sempre, chiamasse Beatrice ingrata e crudele. E sebben dica nelle sue Rime: Con lei non state, che non v'è Amore, narra pure altrove e l'arridere delle labra e l'arridere degli occhi di lei; narra come Beatrice al vederlo si facesse d'una vista pietosa e d'un color pallido; e fa dire a lei stessa che Amore le ha fatto sentir de' suoi dardi. Nè si tenace sarebbe durato nel Poeta l'affetto, se da qualche apparente lusinga almeno c' non fosse stato allettato od illuso. Dante, non bello, alla bellezza era non solamente amico, ma accetto, piucchè a poeta teologo non dovesse parere desiderabile. Nella Vita Nuova vediamo una schiera di donne sospirar de' suoi mali, una donna gentile piangere di compassione al suo letto, due donne chiedergli de' suoi versi; vediam poscia a lui dall'amore non so s'io dica rasserenato o contristato l'esilio. Ma quanto a Beatrice, rade e mal certe, e dal pudor della donna e dalla timidezza stessa di lui temperate gli venivano quelle gioie, onde cresceva e intensità e purità al desiderio che moveva vestito d'un velo quasi religioso, e come sull'ali della fede portato. Se a lui crediamo, questo culto tenevasi a lei dovuto da quanti la conoscessero: e quando passava per via, le persone correvano per veder lei: e dicevano molti, poichè passata era: « Questa non è femmina, anzi uno delli bellissimi Angeli del Cielo ».

La morta donna egli colloca nel ciel dell'umiltà dov'è Maria; e prega il Sire della cortesia « gli piaccia che la sua anima se ne possa gire a vedere la gloria della sua donna ». Religiosa è la più bella parte d'una bella canzone ch'egli indirizzava a lei morta, e alle donne gentili. Questa santa speranza nell'amor d'un'estinta, questa ferma fede nella corrispondenza del mondo visibile coll' invisibile,

e della terra col cielo, aggiunge all'amore altezza e tenerezza nuove.

E da questa altezza e parsimonia di concetti e di stile io non so se voi vorrete conchiudere meco, la lirica dantesca essere della petrarchesca e più virile e più schietta e più ispirata e più varia: non so se vorrete dar piena ragione al Tasso laddove dice: «Io ho Dante e l'Ariosto nel numero di coloro che si lasciano cadere le brache ». Ma se il Tasso se le fosse lasciate talvolta al medesimo modo cadere, si sarebbe, cred' io, mostrato e meglio uomo e meglio gentiluomo. Il Muratori pone le Rime di Dante accanto alla Commedia, e non erra; e quelle dove si riconosce il cantor de' tre mondi, pajono degne di più attento amore, che fin ora non abbiano dai critici venerandi impetrato. A farne pregiar la bellezza, quel semplice quasi romanzo della Vita Nuova conferisce assai, perchè mostra l'occasione che ne detto parecchie e ne svolge il primo germe, e il concetto insieme ne rivela, e la ispirazione del poeta a filosofiche considerazioni assoggetta. Nella Vita Nuova abbiamo varianti, nella Vita Nuova abbiamo frammenti. Abbiam la canzone da lui cominciata, quando pareva che amore gli si facesse più lieto, e interrotta per morte dell'amata donna. Intuona egli un inno di gioia; ed ecco la morte a troncarglielo: tant' era fatale alla sua vita il dolore.

L'anno in cui questa donna moriva era di grandi fatti ripieno e di grandi sventure, per le quali si venivano maturando i destini della sfortunata Italia e del suo sfortunato poeta. I popoli dall' un lato abusanti della libertà, mano mano condotti o dall'imprudenza propria o dagli altrui avvolgimenti a presceglier volontarii come rimedio la tirannide; i tiranni dall'altra o impunemente audaci o infruttuosamente puniti. Scorrerò brevemente e i colpevoli successi loro, e le colpe sventurate de' popoli.

Guglielmo, marchese di Monferrato, incorreva nel Novarese e in quel di Milano e in quel di Piacenza. Se non che in Alessandria, da precipitata sommossa di cittadini sopraffatto, egli è preso e chiuso in gabbia di ferro; quivi freme per ben diciassette mesi, quivi lo coglie, preceduta certo da' rimorsi della vergogna. e forse dal pentimento, la morte. Perchè

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la gabbia di ferro era nel medio evo la scure e lo scoglio di Sant'Elena preparato ai principi soggiogati. E i popoli d'allora, nella forza propria e nella costanza del proprio volere sicuri, temevano il dominio, non il nome dell'uomo; contenti di togliergli ogni strumento di nuocere. Barbara, chi lo nega? era quella gabbia di ferro: men barbara forse de' moderni spedienti, e certo men vile. Fintanto dunque che Dante Allighieri piangeva sulla tomba della leggiadra donna fiorentina, fremeva in gabbia il reo Guglielmo: e giova collocarsi dinanzi alla mente cosiffatti contrapposti, perchè in essi è il mistero e la poesia della vita.

Il giovane figliuolo di Guglielmo fuggiva intanto in Provenza ad invocare il soccorso straniero; antica e sempre funesta speranza degli italiani signori. Intanto i Beccaria s' impadronivano della pavese libertà; ed un Visconti si faceva per cinque anni capitano, cioè signore di Vercelli; e Obizzo da Este, signore di Modena e di Ferrara, dai discordanti cittadini di Reggio, in ciò solo concordi, era eletto signore: e signore perpetuo di Piacenza sorgeva fra i tumulti civici Alberto Scotto: e signore di Pisa per tre anni il conte Guido da Montefeltro, il dannato da Dante; onde il Papa scomunica e gli eleggenti e l'eletto. E intanto che questo Nicolò IV fulminava la città toscana al dominio suo non soggetta per aver voluto ubbidire a quella volpe astutissima, egli, il Papa, ubbidiva ai Colonna, e i Colonna di molti favori privilegiava, e un di loro su cocchio trionfale condotto per le vie di Roma era onorato col titolo imperiale di Cesare; onde dai Romani, alla satira da gran tempo usi, fu dipinto il Papa rinchiuso in una colonna, con sola fuori la testa mitrata e due colonne dinanzi. Un Colonna frattanto era marchese di Ancona, un Colonna conte della Romagna; ambedue a loro posta le cose romagnole volgevano, s'immischiavano ne' negozii

di Cesena, di Rimini, d'Imola, di Forlì; mandavano un Malatesta a confino; nè la cosa aveva termine se i Ravennati, levati a rumore, non imprigionavano questo franco negoziatore di negozii non suoi. Malatesta tornava signore di Rimini; i Manfredi non perdevano il dominio di Faenza se non per dar luogo a Mainardo ed al Polentano. Giacomo di Sicilia mandava indarno Giovanni da Procida al Papa per offrire le sue forze alla nuova crociata, perchè il Papa obbediva al cenno straniero; invano Carlo Martello, il lodato di Dante, figliuolo al re di Napoli e nipote al re d'Ungheria, la corona ungarica s'aspettava. Per raccogliere molte cose in una, i forti, dalle reciproche ambizioni fiaccati, tramando ruina agli altri, la preparavano a sè; i piccoli tiranni della discordia de' popoli e delle brighe de' principi approfittavano per farsi grandi. Le libertà frattanto d'Italia perivano.

Invano Milanesi, Cremaschi, Bresciani, Cremonesi, Comaschi a danno del Monferrino invasore s'univano; poscia Astigiani, Milanesi, Piacentini, Cremonesi, Bresciani e Genovesi: invano al soldo de' liberi popoli accorreva un conte di Savoja con cavalieri, con balestrieri, con fanti. Brevi erano le concordie, fugaci della concordia gli effetti, instancabili le ire, i frutti dell'ira immortali. Piacenza già s'arma contro Pavia, Genova contro Pisa; fra le mura di Rimini risse e sangue; in Imola gli Alidosi coi Nordili a fiera battaglia e Bologna accorre per dare vittoria ai Nordili, e per adeguare a terra ogni bellico guarnimento della città. La pace gravida di nuove sventure, feconda di servitù nuove la guerra. La causa dei popoli incauti ogni giorno più in basso, ogni giorno più in alto la causa degli astuti oppressori. Tale era nel 1290 l'Italia. E già le sventure della patria a più forti pensieri chiamavano e a più maschi affetti l'infelice Allighieri.

LE RIME

L'amore di patria, l'amore di donna, l'amor degli studi, l'amore della religione in cui nacque, riempievano non alternamente ma tutti insieme l'anima dell'Allighieri: nè lasciavano in essa quel vano ch'è più tormentoso dell' acuto dolore. Dante credeva nella gloria della sua terra, credeva nel vero e nella potenza propria a comprenderlo ed illustrarlo, nella donna credeva, credeva in Dio. Senza fede non è nè amore nè sapienza nè patria: la fede in ogni cosa grande e bella fece lui grandé e lo ajutò a rappresentar la bellezza. Cittadino, e' non era posseduto dall' amore come da furia indomita, nè occupato come da puerile trastullo; cittadino, e' volgeva gli studi ad utile scopo, e aguzzava l'ingegno com'arme che deve un giorno servire a difesa. Cittadino, le verità religiose e'non faceva nemiche alle civili utilità, e la divina legge poneva fondamento all' umana. Amante, l'affetto a una donna devota e' diffondeva, senza avvedersene quasi, ad ogni uomo, ad ogni cosa non indegna d'affetto. Amante, fin gli studi più severi allegrava d'impeti animosi e d'immagini liete. Amante, la religione riguardava sòvente come fonte d'amore, non come fomite d'odio. Religioso, nobilitava con quegli alti pensieri i civili diritti, gli studi, gli affetti, e di questi sovente temperava l'eccesso. Scienziato, faceva razionale l'ossequio della pietà, faceva contemplante l'amore, e le patrie cose ringrandiva con le antiche memorie, e moltiplicava a sè le ragioni e i modi d'essere leal cittadino.

Le quattro doti insomma, non che contrariarsi a vicenda, si giovavano; e, siccome da quattro gran parti, se ne formava l'imagine dell'uomo intero. A noi moderni le quattro cose appariscono separate e quasi inconciliabili: l'amore ci chiude in noi stessi, e ci fa strani alle calamità della patria; ci fa impazienti dello studio, impazienti sovente di credere e di soffrire. Gli studi ci fanno duri e freddi; impotenti all'operare, orgogliosi del dubbio. L'amore di patria è spesso passione cieca, nutrita più d'odio che di benevolenza, più di parole vane che di meditati pensieri, più di stolta e imitatrice credulità, che di quella fede che crea le alte cose, e fa puro, soave, efficace il martirio. La religione, da ultimo, in taluni rifugge dagli studi come da peccato; dall'amore di patria come da peccato; da ogni affetto e cura delle sose sensibili come da peccato; e di ben più gravi peccati si fa colpevole intanto, che tutti sanno, e ch'io non vo' qui rammentare. Le quattro forze in Dante andavano con vincoli possenti congiunte: e però Dante era uomo. Tutte e quattro son forze: il titolo di cittadino, d'amante, di letterato e di cristiano. Chi d'uno si contenta o di due, sarà debole od infelice; a lui più difficili che non chiegga la natura delle cose saranno a adempire i doveri suoi, a lui troppo cocenti sopravverranno i dolori; i piaceri stessi a lui intollerabili come solletico che, prolungato, si fa tedio e spasimo e morte. E sotto il nome d'amore non comprend' io tanto l'amore di donna,

quanto lo studio e la gioia d'ogni cosa bella, sia di bellezza visibile, sia d'invisibile; sia di bellezza ovvia, sia di su- | blime e profonda.

D'ogni bellezza era Dante innamorato cultore. « In quel giorno nel quale si compieva l'anno che questa donna era fatta delle cittadine di vita eterna, io mi sedeva in parte nella quale ricordandomi di lei, io disegnava un angelo sopra certe tavolette, e mentr' io il disegnavo, volsi gli occhi, e vidi lungo me uomini alli quali si conveniva di fare onore; e riguardarono quello che io faceva, e secondo che mi fu detto poi, ch'erano stati già alquanto anzi ch'io me ne accorgessi. Quando li vidi, mi levai, e salutato loro, dissi: Altri era testè meco, e perciò pensava ».

Questo esser côlto da uomini degni d'onore nell'atto del dipingere un angelo, e del pensare a una donna, rammenta la narrazione di quell' altro Fiorentino bizzarro, dantesco ingegno, se non per la varietà e la potenza, per la schiettezza e per gl'impeti, Benvenuto Cellini. La qual narrazione non vi dispiaccia ascoltare. "In questo tempo io andava a disegnare quando in cappella di Michelangelo, e quando alla casa di Agostino Chigi sanese, nella qual casa erano molte opere bellissime di pittura, di mano dell'eccellentissimo Raffaello d' Urbino. Avevano molta boria quando vedevano de' giovani miei pari che andavano ad imparare dentro alla casa loro. La moglie di messer Gismondo Chigi, vedutomi sovente in questa sua casa (questa donna era gentile al possibile, e oltre modo bella), accostandosi un giorno a me, guardando li miei disegni, mi dimandò s'io era pittore o scultore: allorquando io dissi ch'io ero orefice, ella disse che troppo bene disegnavo per orefice. E fattosi portare da una sua cameriera un giglio di bellissimi diamanti legati in oro, mostrandomegli, volse che io gli stimassi. Appresso mi domandò se mi bastava l'animo di legargli bene: io dissi che molto volontieri. E alla presenza di lei ne feci un pochetto di disegno: e tanto meglio io lo feci quanto io pigliava piacere di trattenermi con quella bellissima e piacevolissima gentildonna. Finito il disegno, sopraggiunse un'altra bellissima donna romana, la quale domandò alla Porzia quel ch'ella quivi faceva. La quale, sorridendo, disse: Io mi

piglio piacere di veder disegnare questo giovane dabbene, il quale è buono e bello. Io, venuto in un poco di baldanza, pure mescolato un poco d'onesta vergogna, divenni rosso, e dissi: Quale io mi sia, sempre, Madonna, sarò prontissimo a servirvi. La gentildonna, anch'ella arrossata alquanto, disse: Ben sai ch'io voglio che tu ini serva. E pôrtomi il giglio, disse che me lo portassi, e di più mi diede venti scudi d'oro che avea nella tasca. La gentildonna romana disse: S'io fossi in quel giovane, volontieri me ne anderei con Dio. Madonna Porzia aggiunse,che le virtù rare volte stanno co' vizii, e che se tal cosa io facessi, ingannerei quel bell'aspetto ch'io dimostravo, d'uomo dabbene. E voltasi, presa per mano la gentil donna, con piacevolissimo riso mi disse: Addio, Benvenuto ".

Io non so quale scena di romanzo possa parere più leggiadra di questa. Non è dato all'imitazione produrre si cari e placidi affetti. L'affetto con quelle schiette parole manifestato da bella dama al povero artista, un affetto a cui non sai se la stima sia cagione o pretesto, cui non sai se la modestia di lui tarpasse le ale o l'immagi nazione le distendesse, sarebbe cosa degna che un poeta lo tratti, se un poeta vero osasse credere di poterlo pur toccare senza privarlo di vita. Ma dal cittadino severo all' orefice disegnante nella casa de' Chigi noi riconosciamo già distanza immensa. Nè donna a' tempi di Dante avreb be con simili parole accarezzata la baldanza d'un uomo; nè l'arte era ancora per sola sè professione si grave da occupare tutti i pensieri della vita, da abbellirne le noie, da palliarne i dolori; nè un affetto concepito da Dante sarebbe, siccome questo, ito a finire in un cartoccio di monete non buono ad altro che a far morire d'invidia Lucagnolo. Più nobili, più raccolti, più forti erano nel trecento gli affetti. Nè l'amore, nè l'arte, nè cosa alcuna al mondo occupava l'anima intera dell'uomo. L'anima umana era capace ancora. Ma a chi più delle gioie ardenti e severe piacciono i luccicanti affetti e gai, pensi a madonna Chigi, la qual prendendo per mano la bella amica sua, con sorriso si volge, e dice: Addio, Benvenuto: e troverà ancora in questo saluto innocente tanto di poesia quanto molti altri amori insieme uniti non danno.

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Or lasciando Benvenuto e tornando al di forme anguste: il pensiero senza ima→ l'Allighieri, delle sue rime amorose pa- gine non parla alle moltitudini, non è recchie è chiara cosa venire da altro in- cato nell'umano linguaggio, rimane infegegno; e lo dice la povertà del concetto, condo. L'imagine insomma senza pensiero lo stile prolisso, la lingua inceppata dalla è fantasma, senza affetto è cadavere: il schiavitù della rima, tortura perpetua e pensiero senza imagine è nebbia informe, supplizio giusto ai deboli ingegni. senza affetto è pallida nube: l'affetto senza Proprietà dello stile di Dante è l'auste-imagine non fa lunga via nè varia, senza rità dello spirituale concetto, che d'ima- pensiero non conosce la via. gini corporee si vela. Stolto poeta reputava egli chi sotto il fiore poetico nessun germe fruttifero sapesse nascondere. Non però che l'utilità e la verità reputass' egli unica bellezza delle nobili rime; ma il forte albero e ordinatamente ramoso voleva vestito di fronde gaic e mobili e armoniose.

Il concetto pertanto e lo stile son fida norma a distinguere dalle falsamente appostegli le rime vere di Dante: non già che tra quei medesimi che non si possono togliere ad esso, non v'abbia alcun costrutto perplesso, alcun verso cadente, qualch' imagine pallida, qualche concetto freddo: ma dopo breve allentare si rialzano le forti ale al volo usato, e prendono più gran tratto di cielo. E buon pe' suoi versi amorosi che presto gliene morisse l'oggetto, che nuovi dolori l'han salvo dal rifriggere e ribollire e riscalducciare i concetti medesimi sempre: disgrazia della poesia petrarchesca.

Un'altra delle proprietà che la dantesea distinguono da altre molte, si è quel potente congiungimento del concetto severo col caldo affetto e con l'imagine viva. Le quali tre lodi, congiunte, danno il grande poeta. E quando Orazio diceva che il nome di poeta s'addice ad uomo che abbia ingegno e mente divina e bocca da risonare alte cose, aveva piuttosto abbozzata che disegnata l'imagine del poeta. Mente divina al pensare, divina al vestire di appropriate imagini le cose pensate, anzi così costituita che le cose pensate, come germe in fiori, per sè medesime si svolgono e si vengono figurando in imagini; ingegno atto a contemperare insieme il raziocinio austero e la libera fantasia: animo ardente di affetti veri e moderati, e nella moderazione più forti: ecco il vero poeta. L'affetto senza pensiero si ripiega sopra sè stesso; fiamma senza materia che l'alimenti, o lambe la terra o si spegne: il pensiero senza l'affetto è freddo, arido, schiavo del dubbio, ammiserito nel giro

Di pensieri, d'affetti, d'imagini abbondano, più ch'altre rime liriche, queste di Dante. Io sull'imaginare, come su facoltà più a' nostri giorni negletta, amo insistere un poco. Osservate in che varii modi egli esprima il suo pensare e sentir d'amore. Amore ferisce tra gli spiriti suoi, quale uccide, qual caccia. Al vedere la sua donna, ogni pensiero gli muore. Amor l'assale, e la vita quasi l'abbandona; e gli campa solamente uno spirito, che riman vivo perchè gli ragiona di lei. Quand'ella va per via, amore getta un gelo ne' cuori villani, ond' ogni lor pensiero agghiaccia e perisce: de' suoi occhi escono spiriti infiammati d'amore che periscono negli occhi di chi la guarda, e passano si che ciascuno ritrova il cuore. Altra volta parlano d'amore i pensieri suoi tutti; altra volta gli si sveglia nel cuore uno spirito amoroso che dormiva; dalle labbra di lei move uno spirito amoroso che dice all'anima: Sospira; e gli spiriti suoi parlano ed escono chiamando lei; il pensiero gliela reca nella mente; i sospiri vanno via sconsolati cercando lei morta; e in loro si raccoglie un suono di pietà che chiama la morte; ella è nella sua mente; e Amore che nella mente la scnte, si sveglia nel cuore, e dice ai sospiri: Andatene; ed essi vanno con voce che mena le lagrime agli occhi; e un pensier gentile che parla di lei, viene a dimorar seco, e fa consentire il cuore; e l'anima interroga il cuore, ed esso risponde; e ne' pensieri e ne' sospiri è scritto il nome di Madonna, e molte parole della sua morte; e un sospiro gli esce dal cuore e passa i cieli pieni dello splendore di lei, e lo ridice al cuore, che appena intende quell'alto linguaggio. E così pensieri, sospiri, spiriti, forze intellettuali, morali, vitali, son vestite di forme leggiadre, e poco partecipanti della

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