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quant'erano belle donne, tutte ponendole sotto a quella bellezza regina. E' rincontra un giorno l'amata di Guido Cavalcanti, il primo amico di Dante; e 'l nome suo era Giovanna; ma, forse per la bellezza, la chiamavano Primavera. Dietro le veniva la mirabile Beatrice. Allora parve che amor gli parlasse nel cuore per dirgli: quella gentil donna non per altro ha nome Primavera, se non perchè doveva un giorno precedere Beatrice. E qui fantasticando sui nomi di Giovanna e di Primavera, e'rinvenne che ambedue significano la medesima cosa; perchè Giovanni Battista precesse Gesù, come Giovanna, Beatrice; e cita qui l'Evangelio dell'altro Giovanni; e in certa guisa assomiglia la donna sua al Redentore del mondo..Se amore cosiffatto non finiva in un dramma sacro, io non so qual miglior esito avesse potuto sortire.

Ma le cose dal poeta cantate son eglino simboli o realtà? Il canonico Biscioni crede Beatrice nè figliuola del nobile Fiorentino, né donna vera; ma la sapienza in largo significato presa, il saluto di Beatrice essere la capacità della scienza; le donne che Beatrice accompagnano, scienze anch'esse. Il Biscioni non nega però che la Bice sia stata in questo mondo e dotata, com'egli gravemente dice, di riguardevoli prerogative. Ma un altro canonico, forte anch'egli in filologia, il canonico Dionisi, nega che Beatrice sia cosa fantastica, condanna ilFilelfo, condanna il Biscioni. E voi pure, o signori, darete ragione, io spero, al canonico Dionisi, e vagheggerete in Beatrice la figlia di quel Portinari che Dante chiama buono in alto grado, al quale Firenze deve la fondazione del suo spedale di Santa Maria Nuova; per merito del quale gentile atto e pio, è da credere che il Cielo abbia dato alla sua Bice vivere splendidamente ne' libri di Dante. E questo pensiero, sappiatelo, non è mio, ma i'ne reco l'onore all'illustre autore del discorso su Michelangelo Buonarroti. Del resto, che per esaltar Beatrice e per riferire a lei i grandi effetti di sapienza nel cuor suo dall'amore promossi, Dante in questa femmina viva e vera simboleggiasse talvolta or l'umana sapienza, or la sapienza delle cose celesti, ell'è cosa certa.

A celare l'amor suo vero, Dante si finse amante d'altra gentil donna; e durò la finzione alquanti anni e mesi; e per più

far credente altrui, feci (dic' egli) per lei certe cosette per rima.

La donna alla quale e' fingeva amore dovette partirsi di Firenze; ed egli per non tradire il secreto, scrisse versi di simulato dolore: tanto curava che il suo vero affetto non si scoprisse. Or perchè ciò? Ritegno di pudore non era, s'egli fingeva d'amare altra donna: ma forse modesto riguardo di non offendere la sua con istrane significazioni d'affetto sì veemente; forse timore del sorriso de' galanti di quella età; forse altezza di fantasia che temesse, manifestandolo, spogliar l'amore di quel velo ideale che lo fa sovrumano; era forse una di quelle tante prosaiche ragioni che è facile immaginare, che indovinare è difficile, che si frammettono tra l'occhio del poeta e i suoi fantasmi, e gli vieterebbero di contemplarli, s'egli, per vedere a suo agio, non avesse l'accorgimento di chiudere gli occhi.

Partitasi di Firenze quella donna ch'era velo all'amor suo, un'altra invece di quella ne sceglie il Poeta: e perchè queste dimostrazioni d'amore davano che dire alla gente, Beatrice se ne offende e gli nega il saluto. Egli allora che fa? « Misimi nella mia camera, là dove io poteva lamentarmi senza essere udito; e quivi chiamando misericordia alla donna della cortesia, e dicendo: Amore, ajuta il tuo fedele, m'addormentai, come un pargoletto battuto, lagrimando». E le gioie e le lagrime del Poeta, a quel che pare, finiscono in sonno: un saluto concesso lo fa dormire, un saluto negato lo fa dormire: fortunato Poeta!

Dopo tale vicenda e' potè mettersi tranquillamente a pensare, se amore sia o no buona cosa. Questo pensiero era, logicamente, diviso in quattro, e gl'inspirò il sonetto: Tutti li miei pensier parlan d'amore, dove il primo verso è il più bello di tutti: e più singolare si è 'l decimo che dice: E vorrei dire e non so ch'io mi dica; verso che, passati i trent'anni, Dante non avrebbe forse pensato.

È cosa notata già da Leonardo Aretino l'altezza de' generosi cominciamenti ne' versi lirici dell' Allighieri; nè al primo lancio sempre la tratta del volo corrisponde; e all'evidenza delle imagini l'astruseria de' concetti fa velo: ma ad ogni tratto il Poeta si ritrova animoso e più forte che mai: si che può bene affermarsi col Ginguené che, quand'anco alla gloria di lui

mancasse la Commedia, basterebbero a collocarlo primo poeta de' suoi tempi la Vita Nuova e le Rime. E a stimarlo il primo prosatore del suo tempo sarebbe titolo la Vita Nuova, alcuni tratti del Convivio, se non fossero le Storie di Dino Compagni e di Giovanni Villani. Certo se quelle storie non fossero, ben si potrebbe dire che Dante insegnasse alla prosa e il numero e l'evidenza e la semplicità e la snellezza e tanta dal Boccaccio a lui essere la distanza, quanto dall'arte gentile alla schietta natura.

Un giorno persona amica lo conduce dov'erano molte vaghe donne, e la vista della sua lo turba in fiero modo: sopra questo e' scrive un sonetto, ove dipinge Amore

Che'l fiere tra miei spirti paurosi;

E quale ancide, e qual caccia di fora, Si ch’ei solo rimane a veder vui. Più nobile e più civile questa imagine d'Amore prepotente guerriero, che non del molle e alato e bendato fanciullo, di quel che il Chiabrera dipinge Viperetta, Serpentello, Dragoncello: diminutivi eloquenti perchè dimostrano come l'amore italiano si venisse collo impiccolire degli altri affetti ogni di più restringendo. Or che è egli a' giorni nostri l'amore? È egli volatile o rettile? Fanciullo o guerriero? Bestia o nume? Non mai forse volò tant'alto, non mai strisciò si basso come a' giorni nostri l'amore. Ora puro spirito, ora carne morta; ora un pensiero, ora un calcolo; or astro, or fango; or sottile e tenace, or pesante e volubile; sconosciuto a chi più ne parla, a chi meno lo studia rivelante i suoi casti misteri; vergognoso dell'antica mollezza, avido di opere e di gloria; allegro di mesta gioia, mal pago di sè e delle cose, conoscendo di non essere più fine sufficiente a sè stesso, non più idolo unico della umana natura; sollecito egli stesso d'inchinarsi innanzi agli altari della virtù, della patria, di Dio. Tale a' giorni nostri è il guerriero di Dante, la vipera del Chiabrera, il fanciullo de' Greci.

Ma finalmente si fa noto a molti il segreto del Poeta, e chi lo deride, e chi lo compiange. Muore il padre di Beatrice nel 1289 il di trentuno di dicembre (nel 1285 avea fondato lo spedal fiorentino); ed egli canta il dolore di lei. Inferma egli stesso, e delirando imagina che Beatrice sia morta, e canta l'ambascia di quel deli

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Il Boccaccio fa lei maritata a un Simone de' Bardi; il quale fu nel 1300 condannato da Dante priore, come agitatore di civili discordie. E a voi dorrà veramente che la sua beatitudine fosse stata sposa a un Simone. Ma il Pelli, lo spietatamente prosaico Pelli, nota il testamento del padre, rogato a' di 10 di gennajo 1287, dove lascia cinquanta fiorini Bici filiæ suæ et uxori Domini Simonis de Bardis. Il perchè nella Vita Nuova l'abbia egli taciuto, non è difficil cosa a vedere. A questo schietto romanzo della Vita Nuova Dante non intese affidare tutti quanti i secreti dell'amor suo, ma solo esporre l'occasione e l'argomento dell'amorose sue rime.

Ne comento poteva farsi più gentile di questo che pare la storia de' giovanili moti di quell'anima e dello svolgersi che faceva l'ingegno, quasi fiore ai raggi di un candido e fervente affetto. Però l'amore quivi si considera come cosa seria, come parte d'educazione, come professione, per dir così, come scienza. Qui si ha la storia interiore di un uomo a cui pochi somigliano degli uomini presenti; e la storia amorosa di un tempo, al quale il presente quasi nulla somiglia. E negli annali della passione, nella pittura di quant'ha più delicato e ineffabile l'anima umana, risiede la più profonda bellezza e la vera efficacia del romanzo. A questo pregio molti difetti perdonansi : senza questo gli altri pregi languiscono. E di quello scritto potrebbe Dante dire quel che d'ott'anni della sua vita diceva il Rousseau: "In questo spazio poche avventure avrò a raccontare, perchè la mia vita fu tanto semplice quant' era soave; e di tale uniformità aveva appunto di bisogno l'indole mia per formarsi. In questo prezioso tempo l'educazione che fin allora fu sparsa e interrotta, s'assodò, e tale mi rese qual poscia rimasi per tutto il corso della procellosa mia vita”.

Poteva egli ancora con Gian Giacopo stesso ripetere: « Quanto m'è caro ritornare di tempo in tempo a' bei momenti della mia giovanezza! Erano pur dolci, e durarono pur brevi, e venivano si rari, e sì poco mi costava il gioire! Ah la sola memoria mi rinfonde nell' anima una voluttà pura, necessaria troppo a ravvivare il mio stanco coraggio, e a vincere il tedio de' miei dolorosi anni".

è ministra la morte! Ella è che insegna ai felici il dolore, ai prepotenti la paura, agli scellerati il rimorso, ai pii la speranza: ell'è che santifica chi va, e nobilita chi resta; e fa, più della viva persona, o terribile od amabile un nome. La morte è il gran pernio così degli umani destini, come delle umane virtù; la morte è il germe che si nasconde e poi sorge da terra; la morte è il fiore che allega in frutto; la morte è l'Angelo dell'Onnipotente; la morte è il quotidiano miracolo della creazione: adorate la morte.

Tempo era che l'anima di Dante, dopo avere dall'amore di donna, quasi da notturna rugiada, bevuta freschezza, s'aprisse rigogliosa al vivo sole del vero. Già troppo sdolcinate saranno a voi parse alcune di quelle sue parole amorose, e troppo devota quella maraviglia, e troppo teologico quel dolore. Io credo al Boccaccio, il quale attesta che egli « di questo libretto, composto nel ventesimo sesto anno, negli anni più maturi si vergognasse molto". Non già che si vergognasse di quella schietta eleganza, e di quelle immagina

Dante, per certo, non ha voluto svelarci tutte intere le pure gioie dell'amor suo: non le notturne ore passate nel contemplare dalla sua le finestre della vicina casa di Beatrice (che gli Allighieri stavano in Porta san Piero, e i Portinari presso al canto de' Pazzi, e i Portinari e gli Allighieri erano del popolo di Santa Margherita); non l'allegrezza delle civili solennità festeggiate nella patria comune; non le preghiere da entrambi forse alla medesima ora innalzate a Dio nel suo bel San Giovanni; non le prolungate speranze; non l'immaginato o forse vero ricambio ch'ella rendeva a si timido affetto. Ma quel tanto ch'egli ne dice, già basta a farci conoscere, lui essere stato ben più contento in quel-zioni leggiadre, ma del peso dato a cose l'amore, che fini in un saluto, che non altri in quelli i quali da più forte cosa che 'da un saluto incominciano.

Moriva Beatrice nell'età d'anni ventiquattro, nell'anno 1290, venticinquesimo della vita di Dante: moriva lasciandogli in retaggio un affetto immortale, un tesoro di memorie senza rimorsi, un' imagine che doveva di luce serena irradiare i versi di lui, e con la sua gentilezza accrescere potenza a quel gagliardo intelletto. Oh venne pure opportuno alla gloria d'entrambi, e forse alla loro innocenza, la morte! Tempo era che Dante ad altro che ad amorose contemplazioni indirizzasse l'ingegno, e per altro apprendesse a palpitare che per bellezza di donna. La patria lo chiamava, la patria, e la religione, e il diritto, e la natura, e quanti mai possono amori capire in cuor d'uomo. Se Beatrice viveva, noi non avremmo nè la Commedia quale abbiamo ora, nè la vita Nuova stessa; avremmo un precursor del Petrarca, un Petrarca più guerriero, più uomo. Occupato dall'amore, non avrebbe forse Dante ambito le cure della discorde repubblica, non forse sofferta la dignità dell'esilio; bella non sarebbe del noïne e dell'esempio suo la sventura. Oh di grandi arcani

cui non iscusa l'estasi dell' amore. Altri cita in contrario la menzione che della Vila Nuova si fa nel Convito: dove le cose in quel volumetto esposte conferma. Ma il Convito stesso fu scritto poco innanzi o poco dopo il quarantesim' anno; e poteva ben Dante nell'ultima età vergognarsi di certe sottigliezze peripatetiche ben più che platoniche. E già l'amore stesso era si alto in lui che maggiori cose chiedeva di quelle. « Apparve, dic' egli, apparve a me una mirabile visione, nella quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dir più di quella benedetta insino a tanto ch'io non potessi più degnamente trattare di lei; e di venire a ciò, studio quanto posso, siccom'ella sa veramente". Il Gesuita Venturi crede che Beatrice l'amasse, e la chiama civettina tutta smorfie, e ride i parossismi dell'amore di Dante e le sue languidezze, e con semplicità maliziosetta conchiude: « Io di qucsti loro delirii non me ne intendo".

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Sempre venerabile una creatura umana che piange, per qualunque cagione ella piange; e tale era l'indole di quell'anima, tale la natura di quel secolo, che le gioie stesse prendevano qualità di dolore. Ma intanto che Dante piangeva d'amore, l'I

talia piangeva di rancore e di rabbia; e l'anno che l'amor suo cominciò, il 1274, fu, non meno degli altri, anno di sventure all'Italia. Nel mese appunto di maggio, quando lo spirito della vita prese a tremare ne' polsi di Dante fanciullo, e un Dio più forte a signoreggiarlo, in quel mese la maledetta discordia signoreggiava una delle più fiorenti tra le città italiane, Bologna; e i guelfi Geremei s'azzuffavano co' ghibellini Lambertazzi; e più giorni durava la strage, l'incendio più giorni. Accorrono, de' Guelfi, Parma, Cremona, e Modena e Reggio, e giungono sino al Reno; ma dalla nuova concordia delle città fatto inutile il soccorso, ritornano. Breve e infida concordia: perchè nuova rabbia gli azzuffa, e a sostegno de' Geremei accorrono di nuovo da Parma, da Reggio, da Ferrara, da Modena, da Firenze: onde i Lambertazzi sono forzati lasciare la patria in numero di quindici mila, e a portar l'ira e l'onta nella vicina Faenza. Quivi correva poscia ad assaltarli il popolo di Bologna, ma invano: bene scacciava da Imola i Ghibellini, e la muniva di guelfo presidio. Vicenda orribile di vittorie e sconfitte, dove il vanto del valore era infamato dalla stoltezza dell'ire.

In quel mese stesso che fu primo all'amore di Dante, in Modena. la fazione de' Rangoni e de' Boschetti caccia i Grassoni; e i fuorusciti assaltano la città, e rompon l'esercito de' vincitori. In quel mese Astigiani, Pavesi e Guglielmo di Monferrato, il rammentato da Dante, guastano le torri d'Alessandria, immemori della grande concordia che creò quella città, che tanta gloria fruttò all'Italia, e tanta vergogna allo straniero nemico. Tommaso marchese di Saluzzo abbandona l'alleanza di Carlo. Il Piemonte si sottrae quasi tutto al do

minio di Carlo; e i marchesi di Fossano, spossessati dell' avito castello, vanno in Puglia a mendicar pane ed onta dal tristo Angioino. Il quale, tolto a' Genovesi il castello d' Aiaccio, ode bruciati da loro in Sicilia i suoi legni; ode saccheggiata l' isola di Gozzo; li vede, gli alteri cittadini della feroce repubblica, venir sotto Napoli a gridargli improperii e a sommergere nel mare le reali bandiere. Vincitori per tutto fuorchè a Mentone, dove infelicemente s'azzuffano col siniscalco del re.

In questo mese stesso dell' amore di Dante, Gregorio X convocava splendido concilio a Lione, di cinquecento vescovi, e piucchè mille prelati; e Michele Paleologo ritornava, per paura de' crociati e di Carlo, alla Chiesa latina. Rodolfo d'Austria prendeva anch'egli la croce ; e in guiderdone il Pontefice a lui confermava non so che diritti sull'impero d'Italia, ad Alfonso negandoli, il re di Castiglia. Ma il re di Castiglia mandava trecento de' suoi soldati a Pavia; intantochè Napoleone Torriano, precursore di Lodovico il Moro, offriva all'imperatore d'Austria il dominio di Milano, e n'era eletto Vicario e riceveva a tutela della città soldati tedeschi. Così tra un re spagnuolo e un imperatore austriaco era conteso in que' tempi il diritto d'un regno, sul quale e Austria e Spagna dovevano interi secoli dominare.

Nell'anno appunto di cui ragioniamo, Tommaso conte d'Aquino e Bonaventura di Bagnorea, che soli valevano un grande Concilio, due glorie immortali della scienza italiana, ingegni non meno alti di Dante, altamente da Dante celebrati, morivano: l'uno cinquantacinque giorni prima, l'altro settantacinque giorni dopo ch' egli apprendesse i priini fremiti e le prime lagrime dell'amore.

ANCORA DELL'AMORE DI DANTE

Quanto d'intellettuale fosse nell' amore di Dante, tutti i luoghi dove di lei parla vel dicono: e se prova ne volete ben chiara, vedete là dov'egli narra la morte di lei seguíta il di nono d'ottobre; e a questo proposito si mette a ragionare del numero nove, numero a Beatrice amico, perchè i cieli son nove e tutti nella generazione di lei avevano di concordia operato; perchè tre via tre fa nove: e il tre non è altro che Padre, Figliuolo e Spirito Santo. « Beatrice dunque era un nove, cioè un miracolo, la di cui radice è solamente la mirabile Trinità ». In tali arzigogoli il cuore non ha, parmi, gran parte: e ben dice il Poeta stesso, che dalla mente a lui moveva talvolta l'ispirazione dell'amore; e nello spirito dell' amata donna già morta e' non vedeva che un nobile intelletto. Questo giova notare perchè nessuna letteratura, io credo, può mostrare un amore di sì nuova maniera, di tanto caldi sentimenti e di tanto astrusi concetti.

E nessuna letteratura può mostrarne altro, dove a tanta serenità d'imagini sia congiunta tanta mestizia e tant'ombra di morte. L'amor di quest'uomo è simile a cenobita penitente che si tiene continovo dinanzi agli occhi la vista d'un teschio ignudo. Ogni pensiero all'aspetto di lei non si dilegua, ma muore, il viso tramortisce; morta è la vista Degli occhi ch'hanno di lor morte voglia. E per la ebrietà del gran timore Le pietre par che gridin: muoia, muoia.

Ma quello che meglio d'ogni altra cosa fa riconoscere nell'amante il cantore della gente morta, e nelle significazioni del suo

affetto un preludio dell'Inferno, è la fantasia che gli viene quand'egli si crede morire, e imagina morta la donna sua. La qual fantasia egli racconta di nuovo in una canzone dove la narrazione, per la evidenza e l'affetto ond'è colorata, si fa, più lirica d'ogni più lirico volo; genere di poesia nuovo, il quale giunge a conferma d'una verità non indegna d'essere meditata: come nei grandi momenti di costituzione o di rinnovellamento intellettuale o sociale, la lirica e la drammatica siano dalla poesia narrativa comprese e quasi assorbite; di che la Bibbia ed Omero ed Eschilo stesso, de' cui drammi la narrazione è gran parte, e i poemi indiani, e il gran poema tedesco, e i frammenti d'Ossian, e la divina Commedia, e le ballate contenenti le tradizioni volgari, e i canti popolari della Grecia e que' della Serbia son prova.

Vedete come pieno di morte fosse l'amore in quell'anima; come dal sepolcro gli sorgesse più pura e più lieta che mai l'imagine di una immarcescibile bellezza. Forte, ben dice la Bibbia, come la morte è l'amore; e nessun uomo lo senti più che Dante. Amore, morte, immortalità erano nella sua mente una triade generatrice di sè, creatrice di nuovo universo. A questi tre nomi noi dobbiamo le tre cantiche. Quando il pensiero dell' amore è scompagnato da quel della morte, e quel della morte dal pensiero dell' immortalità, e la morte si fa orribile, e l'amore diventa più abborrevole della morte.

Che malinconico, perchè male ricambiato, fosse nell'Allighieri l'affetto, io nol vorrei dire. Schiava nel Trionfo d'Amore

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