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gine del liuto dal ventre grosso e dal collo fine; e rammenta quel di Lucano (1): Ipse lalet penitus, congesto corpore mersus.

Li fa sitibondi, perchè le ricchezze, come dice nel Convivio egli stesso, promettono di torre ogni sete e apportare saziamento; ma in loco di saziamento e di refrigerio, recano sete di casso febricante intollerabile. Nel Vangelo il ricco dannato: Manda Lazzaro, esclama, che intinga la punta del suo dito nell'acqua, e refrigeri la mia lingua (2). E qui maestro Adamo: l'ebbi, vivo, assai di quel ch' i' volli; E ora, lasso! un gocciol d'acqua bramo.

Rammenta le acque del Casentino, ove signoreggiavano i conti di Romena; anche perché nel pian di Casentino guerreggiò la prima volta il Poeta contr' Arezzo nel 1289 (3): poi nell'esilio torno a dimorare coi conti di Romena: e dopo la infelice spedizione contro Firenze, irato della lor dappocaggine, li lasciò. Bello che l'imagine delle fresche acque godute in vita, in Inferno tormenti i monetiere e l'asciughi. Stazio (4) fa dire ad un' ombra: Heu dulces visere polos, solemque relictum Et virides terras et puros fontibus amnes. Nella sete descritta dal Tasso, con meno parsimonia ma non senza efficacia: S'alcun giammai tra frondeggianti rive Puro vide stagnar liquido argento... Chè l'imagine lor gelida e molle L'asciuga e scalda, e nel pensier ribolle. Simile pensiero ha nel Filebo Platone; e il Boccaccio, della donna al sol cocente: Vedeva Arno, il qual porgendole desiderio delle su' acque, non iscemava la sete, ma l'accresceva. Vedeva ancora in più luoghi boschi ed ombre e case, le quali tutte similmente l'erano angoscia, desiderando. E con la troppa arguzia orientale, un poeta arabo citato da Abd-el-kader quando usci della carcere di Francia e vide Sicilia, già tenuta dalle arabe lance: Campagne di Sicília! la vostra memoria è il mio tormento. Se le lagrime non fossero si amare, crederei che i miei pianli fossero i fiumi di quell'isola fortunata.

Perché Dante distingua gli alchimisti da' falsatori di moneta e quelli ponga men basso, ammalati di scabbia non idropici, l'Ottimo così dichiara: Non solo con alchimia si può falsar le monele puotesi eziandio commetler fallacia in coniarle e batlerle.... di minor lega che non è l'usato ordine... la quale è pubblica fraudolenzia; imperociocchè, siccome mostra il Filosofo nel quinto dell'Etica, la moneta fu trovata per comune utile bene degli uomini: e perciò si commette su quella fraude e mette disordine e ingiustizia di quello al quale fine ella fu diretta e ordinata. Certo il Poeta

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ebbe l'occhio al passo toccato dell'Etica, e riguardò la falsificazione come perturbatrice del sociale commercio, però la gravò di tal pena.

Una delle più infernali imagini di vendetta é in questo Canto laddove l'artista tentato da tristi signori a essere macchina di conio falso, sapendo che que' tre sono già tra' dannati, per l'amaro ristoro di dissetarsi de' loro tormenti non darebbe la fonte di Siena, che corre celebre tuttavia: e grida che se l'idropisia gli lasciasse fare un passo d'un'oncia in cent'anni, si sarebbe già messo in via a misurare le undici miglia che la dolorosa bolgia gira; cioè a dire, che dopo più d'un milione d'anni si sazierebbe di quella abborrita e agognata vista. Undici miglia ha la decima bolgia, ventidue la nona: di qui deduce l'Anonimo che l'ottava n'ha quarantaquattro, la settima ottantotto, e tutto Malebolge cinquemila secento trentadue. Il giro della terra è ventiquattromila circa. Ad ogni bolgia scema lo spazio, cresce il delitto; onde il numero de' colpevoli è meno. Nota che ne' sette cerchi precedenti a Malebolge la misura non raddoppia: chè allora il limbo avrebbe più di due milioni di miglia: ma quivi il declivio è più forte, e più gente ci cape. Il Rossetti trova nel Dittamondo, che il fosso di Roma girava ventidue miglia; e nel Nibby, che il circuito di Roma moderna è di undici miglia mezzo; e deduce che in queste due ultime bolgie è figurata Roma, e in Lucifero il papa. Fantasia più ingegnosa che solida.

Gli ultimi falsatori si trovano a destra del Poeta andante, cioè, nota l'Anonimo, più presso al pozzo, dunque più rei: perché falsare il vero a calunnia e a tradimento, è delle falsità la più nera. Li fa febbricitanti, a simboleggiare il delirio e il vaniloquio de' tristi; e li dipinge che fumano fuino puzzolente, come d'unto che bruci, a indicare la frode che li annebbio. Li fa immobili in sempiterno; come Virgilio di Teseo infelice: sedet, ælernumque sedebit (1); che fu già notato siccome indizio della tradizione pagana, credente anch'essa immortali le pene. E le membra legate di mastro Adamo rammentano: ligatis manibus et pedibus ejus, mittite eum in tenebras exteriores (2).

De' falsi in parola son due, la moglie di Putifarre, e Sinone che accusa i Greci per tradire Troia, e si fa troiano attestando gli Dei e la luce del cielo. In una canzone il Poeta chiama Sinone il falso Greco, e dice, da lui, cioè dalla traditrice menzogna, divorata Firenze.

Maestro Adamo, bresciano, arso vivo in Firenze, viene a rissa con Sinone senza fede nè patria, e l'uno all' altro rinfaccia il peccato e la pena, e vuol questa e quello nell'altro maggiori. Ma ve

(1) En., VI. - (2) Matth., XXII, 15.

ramente il falsator della fede, massime se a ruina d'intera città o nazione, intendesi che sia più reo del falsator di moneta; e se Adamo è idropico, Sinone anch'egli patisce di sete per febbre acuta, e ne fuma come fumano i ladri trasformati in serpenti (4). La viltà delle ingiurie ritrae la viltà delle colpe. Si pigliano a parole per essere Sinone dall'Italiano nomato si oscuro: che è ferita al Greco superbo (2). Proprietà della rissa è l'ingiuria con percossa (3): onde Sinone percuote Adamo nel ventre marcio, Adamo lui nella faccia, che gli doleva per febbre, in pena della menzogna sfacciata e de' pestilenti pensieri. Proprietà della rissa è altresì la prontezza allo sfogo, il

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compiacervisi ed il provocare (4): il che tutto s'avvera nella rappresentata qui. E tuttochè questa di Dante sia Commedia, egli che intende col comico stesso ispirare dignità, si fa rimproverare a Virgilio l'attenzione troppa con che stette ascoltando la rissa. I Proverbii: Honor est homini, qui separat se a contentionibus: omnes autem stulti miscentur contumeliis (2). — Labia stulti miscent se rixis (3). · Noli contendere verbis: ad nihil enim utile est, nisi ad subversionem audientium (4). Il Canto comincia con similitudini tolte dalla favola, lunghe: e finisce con una più breve, nuova, e tolta dall' osservazione intima dell' umano pensiero. Una comparazione del sogno abbiamo in Omero, e una in Virgilio (5): ma in Dante più, e, come i tempi più maturi portavano, più profonde.

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CANTO XXXI.

Argomento.

Giungono al nono ed ultimo cerchio. Sino al quinto è punita l'incontinenza; nel sesto e nel settimo la malizia; la bestialità nell'ottavo e nel nono. Da' lascivi agl' iracondi, gl'incontinenti, i maliziosi; dagli eretici agli usurai; in Malebolge, i bestiali, quelli cioè che il vizio trassero a tale eccesso da indurre l'umana natura a stato incivile e ferino. La bestialità porta quasi sempre la frode, cioè il tristo uso della ragione e dell'arte; ond'è che in Malebolge e nel pozzo penano i frodolenti; in Malebolge la frode contro chi non si fida; nel pozzo i tradimenti, che rompono il vincolo e di natura e di fede. E perchè nelle più gravi reità più profondo è l'orgoglio, però stanno a guardia del pozzo i giganti.

Nota le terzine 3 alla 7; 11 alla 14; 16, 20, 21, 22, 25; 27 alla 30; 32, 36, 44, 46, 47, 48.

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1. (L) UNA MEDESMA LINGUA PRIA MI MORSE... E POI LA MEDICINA MI RIPORSE: Virgilio mi rimproverò, poi mi conforto. TINSE di rossore.

(SL) MORSE. Lingua che morde; traslato non bello. Hor. Ep., I, 16: Mordear opprobriis falsis, mutemque colores?

2. (L) DEL SUO PADRE: Peleo, che feriva e sanava.

(SL) LANCIA. Ov., Rem. Am., 48: Vulnus in Herculeo quæ quondam fecerat hoste, Vulneris auxilium Pelias hasta tulit. - MANCIA. Valeva dono in genere. Ov. Met., XII: Opusque mexe bis sensil Telephus hastæ. [Goethe, le Tasse, IV, 4: Les poëtes nous racontent que la lance d'Achille guerissait, par une réparation bienfaisante, les coups qu'elle même avait portés; la langue de l'homme possède aussi cet heureux privilège, etc. Di Bernardo di Ventadour, poeta provenzale che fiorì verso la metà del XII secolo, dice il Millot (Hist. litt. des Troubadours, t. I, p. 27): Il comparoit le baiser qu'il avoit reçu à la lance d'Achille, seule capable de guerir les blessures qu'elle avoit faites. Voilà un trait d'érudition singulier pour un troubadour. Vedi Warton's, History of English Poetry, vol. I, sect. II, p. 245.] 3. (L) DEMMO: volgemmo.

(SL) DEMMO. Livio e Virgilio: Terga dare.-RAPA. Passano l'ultim'argine della decima bolgia, e traversano lo spazio tra la bolgia ed il pozzo.

4. Quivi era men che notte e men che giorno,
Si che 'l viso m'andava innanzi poco;
Ma io senti' sonare un alto corno,

5. Tanto ch'avrebbe ogni tuon fatto floco;
Che, contra sè la sua via seguitando,
Dirizzo gli occhi miei tutti ad un loco.
6. Dopo la dolorosa rotta, quando

Carlo Magno perdè la santa gesta,
Non sono si terribilmente Orlando.

7. Poco portai in là alta la testa,

Che mi parve veder molte alte torri :
Ond' io: Maestro, dì' che terra è questa? –

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4. (L) VISO: vista,

5. (L) CHE, CONTRA SÈ LA SUA VIA SEGUITANDO, DIRIZZÓ GLI OCCHI MIEI TUTTI AD UN LOCo: dirizzò a un luogo gli occhi miei seguitanti a andare di contro alla parte ond'esciva il suono del corno, ch'era la via del suo suono. 6. (L) GESTA: impresa.

(SL) DOLOROSA. G. Vill.: Dolorosa sconfitta, ROTTA di Roncisvalle, quando Carlo volle cacciare i Mori di Spagna : il Saracino Marsilio, intesosi con Gano traditore, li assalse. Orlando suonò il corno per chiedere aiuto e fu sentito otto leghe lontano. Carlo voleva ritornare: Gano lo dissuase. Orlando suonò tanto, dice la Cronaca, ch' e' ne scoppiò. Trentamila cristiani perirono. GESTA. Petr., Trionfo della Fama: Goffrido, che fe' l'impresa santa Pulci: Or sarà spenta la cristiana gesta. [ORLANDO. Milton, Parad. Lost 1, 586; Warton's, History of English Poetry, vol. 1, sect III, pag. 132.]

7. (L) TERRA: città.

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Acció che 'l fatto men ti paia strano, 11. Sappi ch'e' non son torri, ma giganti: E son nel pozzo, intorno dalla ripa, Dall' umbilico in giuso, tutti quanti. 42. Come, quando la nebbia si dissipa,

Lo sguardo a poco a poco raffigura Ciò che celal vapor che l'aere stipa; 43. Così, forando l'aer grossa e scura,

Più e più appressando invêr la sponda, Fuggémi errore, e giugnémi paura. 44. Perocchè, come in su la cerchia tonda Montereggion di torri si corona; Così la proda che 'l pozzo circonda 15. Torreggiavan di mezza la persona

Gli orribili giganti, cui minaccia Giove del cielo ancora, quando tuona. 16. Ed io scorgeva già d'alcun la faccia,

Le spalle, e 'l petto, e del ventre gran parte,
E, per le coste giù, ambo le braccia.

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PUNGI: affretta.

9. (L) TI CONGIUNGI: ti appressi. (SL) CONCIUNGI. Disgiunto per allontanato nel Convivio: Lo viso disgiunto nulla vide.

10. (SL) CARAMENTE. Per rincorarlo e togliergli l'amarezza del rimprovero fatto. Simile nel III del Purgatorio. 11. (F) Pozzo. Apoc., IX, 2: Putcum abyssi. Nei drammi francesi l'Inferno era figurato in un pozzo di pietre nere.

12. (L) L'AERE STIPA: addensa l'aria.

(SL) STIPA En, V: In nubem cogitur aer. 13. (L) FORANDO coll'acume del vedere. - GIUGNÉMI: mi raggiungeva, mi coglieva.

(SL) FORANDO. Purg., X, t. 40: Disviticchia col viso. Il francese: percer.-FUGGÉMI. Æn., XII: Fugit... dolor. GIUGNÉMI. Vita Nuova: Mi giunse un si forte smarrimento. Jer., XLIX, 24: Tremor apprehendit eam. Psal. LIV, 6 Timor et tremor venerunt super me. PAURA. Æn., III: Pavor ossa reliquit.

14. (SL) MONTEREGGION. Castello sanese, che nel circuito delle sue mura ha quasi ad ogni cinquanta braccia una torre, non avendone in mezzo per lo castello aleuna (Anon.) CORONA. Virgilio, de' soldati: Rara muros cinxere corona (Æn., X).

15. (SL) [TORREGGIAVAN. Questa terzina è pure esempio di gran pensiero semplicemente detto.] GIOVE. Boccaccio Giove che ancor li spaventa tonando. A memoria del fulmine che in Flegra li colse. Georg., I: Flagranti aut Atho... telo dejicit. Hor. Carm., III, 4: Terra... mærelque partus fulmine luridum Missos ad Orcum.

16. (L) BRACCIA legate.

17. Natura certo, quando lasciò l'arte Di si fatti animali, assai fe' bene, Per tor cotali esecutori a Marte. 18. E s'ella d'elefanti e di balene

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Non si pente, chi guarda sottilmente, Più giusta e più discreta la ne tiene; 19. Chè, dove l'argomento della mente S'aggiunge al mal volere e alla possa, Nessun riparo vi può far la gente. 20. La faccia sua mi parea lunga e grossa Come la pina di San Pietro a Roma, E a sua proporzione eran l'altr' ossa. 21. Sì che la ripa, ch' era perizoma

Dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto Di sopra, che di giungere alla chioma 22. Tre Frison s'averian dato mal vanto; Perocch' i' ne vedea trenta gran palmi Dal loco in giù dov' uom s' affibbia 'I manto. - Rafel mai amech zabi almi Cominciò a gridar la fiera bocca,

23.

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Cui non si convenien più dolci salmi. 24. E' duca mio vêr lui: - Anima sciocca, Tienti col corno, e con quel ti disfoga Quand' ira o altra passion ti tocca.

17. (L) L'ARTE DI SÌ FATTI ANIMALI di creare giganti. (SL) NATURA. Lucan., IX: Nec de te, Natura, queror: tot monstra ferentem, Gentibus ablatum dederas serpentibus orbem. — Animali. Così chiama anche l'uomo nel V dell' Inferno.

18. (L) D' ELEFANTI E DI BALEne non si pentÈ: non si pentì di creare elefanti e balene. -DISCRETA: intelligente. (F) PENTE. Gen., VI, 6: Pœnituit eum quod hominem fecisset.

19. (L) L'ARGOMENTO: la ragione.

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(SL) PERIZOMA. Gen., III, 7, in senso di cintura: Fecerunt sibi perizomata. Sovrastanno come torri, ma tengono i piedi nel ghiaccio di Cocito.

22. (L) FRISON: di Frisia; gente alta. DAL LOCO in giù dov' com S' AFFIBBIA: dalla forcella del petto alla cintura.

23. (SL) RAFEL. Parole senza senso: lo dirà Virgilio, e lo nota l'Anonimo; ond'è vano spiegarle come siriache od arabiche. Ma forse son prese da più lingue d'Oriente; e vanno pronunziate altrimenti da come giacciono scritte per fare verso.-FIERA. Æn., VI: Fera corda. BOCCA. Semint.: Gridò con paurosa bocea. SALMI. Altre volte note, metro, rima. Jer. Thr., III,65: Ego sum psalmus eorum.

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24. (SL) TOCCA. Lucr., I: Tangitur ira. Æn., XII : Te... tangere cura. Gen., VI, 6: Tactus dolore,

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25. (L) DOGA. Quasi doga da botte, curvo e immenso. (SL) SOGA. Soga, cioè correggia del soatto. In Toscana, sogatto e sogattolo è correggiuola di cuojo. — DOGA. Perchè curvo. Così Aletto in Virgilio: Cornuque recurvo Tartaream intendit vocem qua protinus omne Contremuit nemus.... Audiit et Triviæ longe lacus (Æn., VII).

(F) CONFUSO. Amb., de Pœn., XI, 6: Peccati dies confusionis appellatur: confusio est enim quando Christus negatur.

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28. (L) MAGGIO: maggiore.

(SL) MAGGIO. Nembrotto, nota l'Anonimo, nacque naturalmente; Efialte era di razza mostruosa. 29. (L) CHE. Riempitivo. - MAESTRO artefice.

(SL) MAESTRO. Inf., XVII, t. 13. SUCCINTO. En., Succinctam pharetra, el maculosæ tegmine lyncis. 30. (L) 'N SU LO SCOPERTO SI RAVVOLGEVA INFINO AL GIRO QUINTO: nella parte del corpo che esce la catena dal pozzo fa cinque giri.

(F) AVVINTO. Jud., 6: In judicium magnæ dici, vinculis æternis sub caligine reservavit. Nel XX dell'Apocalisse il principe de' demonii è legato. 31. (L) ESSERE SPERTO sperimentare. MERTO : premio.

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(SL) MERTO. Vill., IX: E questi sono i merti de' tiranni. Giambull,: Merito a' suoi delitti: Som.: Merito remunerationis, 5J.

(F) SOMMO. Æn., I: Jove summo. 32. (L) GRAN PRUOVE: addossar monti a monti per giungere al cielo, NON MUOVE: perchè ora legate.

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Presso di qui, che parla, ed è disciolto; Che ne porrà nel fondo d'ogni reo. 35. Quel che tu vuoi veder, più là è molto; Ed è legato, e fatto come questo; Salvo che più feroce par nel volto. 36. Non fu tremuoto già tanto rubesto, Che scotesse una torre cosi forte, Come Fialte a scuotersi fu presto. 37. Allor temetti più che mai la morte; E non v'era mestier più che la dotta, S'i' non avessi viste le ritorte. 38. Noi procedemmo più avanti allotta;

E venimmo ad Antéo che, ben cinqu'alle
Senza la testa, uscia fuor della grotta.

(SL) FIALTE. Da Efialte, come pistola da epistola, e sopra maginare per imaginare.-PRUOVE. Georg., 1: Ter sunt conati imponere Pelio Ossam Scilicet, atque Ossæ frondosum involvere Olympum. PAURA. Hor. Carm., III, 4: Magnum illa terrorem intulerat Jovi Fidens juventus horrida brachiis. Ovidio, di Tifeo: Cœlitibus fecisse metum (Met., V).

33. (SL) BRIAREO. Virgilio lo colloca nell' Inferno: Et centumgeminus Briareus (En., VI). Æn., X: Ægaon qualis, centum cui brachia dicunt Centenasque manus, quinquaginta oribus ignem Pectoribusque arsisse, Jovis quum fulmina contra Tot paribus streperet clypeis, tot stringeret enses. Stat., II: Immensus Briareus. Lucan.,IV: Briareusque ferox.

34. (L) PARLA. Non come Nembrotto. DISCIOLTO per posare al fondo i dannati e per minor pena. - REO: reità.

(SL) ANTEO. Lo nomina nel Convivio. Qui accenna ai versi di Lucano (Phars., V). - REO. Nel VII del Purgatorio (terz. 3) usa rio sostantivo. Stat., VIII: Mundum.... nocentem.

35. (L) QUESTO: Fialte.

(SL) FATTO. Il Poeta lo credeva di cento braccia, come Virgilio dipinge: il maestro lo toglie d'errore. Le cento braccia eran simbolo di sua forza. FEROCE. Lucan., IV: Briareusque ferox. 36. (L) RUBESTO: fiero.

(SL) RUBESTO. Purg., V, t. 42. L'Ottimo: Il tiranno è rubesto e fiero. TORRE. V. terz. 7. Fialte si scuote per gelosia del sentire altri più feroci di lui, e per mostrare sua forza, benchè legato. SCUOTERSI. Stat., VIII: Habeo jam quassa Gigantum Vincula. 37. (L) DOTTA: paura.

(SL) DOTTA. Da dubito. G. Vill.: ridottato; come agli antichi Italiani sicuro per coraggioso.

(F) DOTTA. Sap., XI, 20: Non solum læsura poterat... exterminare, sed et aspectus per timorem occidere. 38. (L) ALLOTTA: allora. ALLE. Franc. aunes, due braccia. -DELLA GROTTA: del pozzo.

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