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CANTO XXIX.

Argomento.

Tra' seminatori di scandali trova un congiunto di sangue: poi viene alla decima bolgia, dove sono puniti i falsificatori d'ogni genere, con felide piaghe, marciume, scabbia; perchè, dice Pietro, ogni falsità procede ab anxietate corrupti intellectus, ut ægritudo corporalis a corrupto humore corporeo. Tre falsità distingue; in cose, in atti, in parole. Della prima son rei i falsarii di metalli e moneta, come Griffolino e Capocchio; della seconda chi contraffece sè stesso, come Gianni Schicchi e Mirra; della terza i menzogneri e calunniatori, come la moglie di Putifarre e Sinone.

Nota le terzine 1, 5; 6 alla 12; 15, 16, 17, 20; 22 alla 26; 28, 29, 33, 41, 42, 43, 46.

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(SL) Impedito. Virgilio poeta sta a sentire Bertrando poeta. COLUI. Inf., XXVIII, t. 40. TENNE. En., 1: Urbs... tenuere coloni.

11. (L) PER ALCUN che dell' ONTA SIA CONSORTE: da alcun parente.

12. (SL) Io. Dissillabo. Petr., Canz. ult.: Ch'accolga il mio spirto ultimo in pace.

13. (L) LUOGO PRIMO: nuovo argine. -DELLO: dallo. MOSTRA: mostrerebbe.

(SL) MOSTRA. En., VI: Monstrantur... campi. 14. (L) ULTIMA CHIOSTRA. Poi viene il pozzo. PARERE: apparire.

(F) CHIOSTRA. Petr. Di bei colli ombrosa chiostra. Ma qui anco in senso di monastero; e conversi in senso di trasmutati e di frati. Allusione forse maligna. Purg., XXVI: Al Chiostro, Nel quale è Cristo abate... 15. (L) DI PIETÀ FERRATI AVEAN GLI STRALI: mettevan pietà.

(SL) STRALI. Più ardire e più squisitezza nella frase delle Rime: Guai Che di tristizia saettavan foco. En., VIII: Gravior ne nuntius aures Vulneret. Cino, più affettato: Saetta ferrata di piacere. Lucr., III: Telis per fixa pavoris. Par. II, t. 19: Strali d'ammirazione. Petr., I, 203: Una saetta di pietade ha presa E quinci e quindi 'l cor punge ed assale. Petr., Trionfo della Castità: In fredda onestate erano estinti Li dorati suoi strali accesi in fiamma D'amorosa beltade e in piacer tinti. Ezech., V, 16: Le saette della fame. A' tempi guerrieri del Poeta, de' molti traslati eran tolti da imagini di guerra.

16. (L) TRA 'L luglio e 'l setTEMBRE... Mesi caldi e insalubri.

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18. Noi diseendemmo in su l'ultima riva
Del lungo scoglio, pur da man sinistra ;
E allor fu la mia vista più viva
19. Giù ver lo fondo, dove la ministra
Dell'alto Sire, infallibil Giustizia,
Punisce i falsator', che qui registra.
20. Non credo ch'a veder maggior tristizia
Fosse in Egina il popol tutto infermo,
Quando fu l'aer si pien di malizia
21. Che gli animali infino al picciol vermo
Cascaron tutti (e poi le genti antiche,
Secondo che i poeti hanno per fermo,
22. Si ristorâr di seme di formiche);

Ch'era a veder per quella oscura valle
Languir gli spirti per diverse biche.
23. Qual sovra 'l ventre, e qual sovra le spalle
L'un dell'altro giacea; e qual carpone
Si trasmutava per lo tristo calle.

24. Passo passo andavam senza sermone, Guardando e ascoltando gli ammalati Che non potean levar le lor persone. 25. Io vidi duo sedere a sẻ appoggiati, Come a scaldar s'appoggia tegghia a tegghia, Dal capo a' piè di schianze maculati. 26. E non vidi giammai menare stregghia A ragazzo aspettato dal signorso, Nè a colui che mal volentier vegghia, 27. Come ciascun menava spesso il morso Dell'unghie sovra sẻ, per la gran rabbia Del pizzicor che non ha più soccorso.

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(SL) FORMICHE. Onde i popoli furon detti Mirmidoni. BICHE. Spiega quello del Canto IX delle rane alla terra ciascuna s'abbica; ed è spiegato dal fiorentino odierno che chiama bica un mucchio di sterco. Georg., III: Aggerat....... turpi dilapsa cadavera labo..... 23. (L) TRASMUTAVA: muoveva.

(SL) TRASMUTAVA. L' ha il Boccaccio, e i Toscani tuttodi tramutarsi.

25. (L) A sÈ: uno all' altro. SCHIANZE: crosta di piaghe.

TEGGHIA: Teglia. —

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E tremando ciascuno a me si volse, Con altri che l'udiron di rimbalzo. 34. Lo buon maestro a me tutto s'accolse, Dicendo: - Di' a lor ciò che tu vuoli. Ed io incominciai, poscia ch'ei volse: 35. - Se la vostra memoria non s'imboli Nel primo mondo dall'umane menti, Ma s'ella viva sotto molti soli; 36. Ditemi chi vo' siete, e di che genti: La vostra sconcia e fastidiosa pena Di palesarvi a me non vi spaventi. 37. l' fui d'Arezzo: e Albero da Siena

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38. Ver è ch' io dissi lui, parlando a giuoco:

I' mi saprei levar per l'aere a volo: » E quei, ch'avea vaghezza e senno poco, 39. Volle ch'i' gli mostrassi l'arte; e, solo Perch'i' nol feci Dedalo, mi fece Ardere a tal che l'avea per figliuolo. 40. Ma nell'ultima bolgia delle diece

Me, per l'alchimia che nel mondo usai, Danno Minós a cui fallir non lece. 41. Ed io dissi al poeta: - Or fu giammai Gente si vana come la Sanese? Certo non la Francesca si d'assai.

42. Onde l'altro lebbroso che m'intese,

Rispose al detto mio: Tranne lo Stricca,
Che seppe far le temperate spese;

43. E Nicolò, che la costuma ricca
Del garofano, prima, discoperse
Nell'orto dove tal seme s'appicca:
44. E tranne la brigata in che disperse

Caccia d'Ascian la vigna e la gran fronda,
E l'Abbagliato suo senno proferse.

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(SL) LEVAR. Æn., V: Se... sustulit alis. En., VI: Liquidumque per acra lapsæ. 39. (L) ARTE di volare. A: da.

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(SL) DEDALO. Inf., XVII; Æn., VI. TAL. L'inquisitore de' Paterini in Firenze, senese, il qual teneva che Albero fosse suo figliuolo, fece ardere Griffolino come scongiurator di demonii ed eretico. Altri dicono (così l'Anonimo) che 'l fe' ardere al vescovo di Siena ch' era suo padre.

40. (L) LECE: può.

(SL) LECE. Che condannando, non s'inganna, come il vescovo. Qui non lece val non può, come in Cicerone (De Divin., I, 7). Stat., VIII: Verumque potest deprendere Minos.

41. (L) LA FRANCESCA SÌ D'ASSAI: la Francese, tanto. (SL) D'ASSAI. Livio, Volg.: Non fu si ricca valle com' Anzio d'assai.

42. (L) L' ALTRO LEBBROSO: appoggiato a Griffolino. - TRANNE LO STRICCA.... Ironia.

(SL) TRANNE. Inf., XXI, t. 44. — STRICCA. Sanese prodigo, uomo di corte ordinatore, dice il Comm. Cassin., della brigata, di cui più sotto.

43. (L) NELL'ORTO DOVE TAL SEME S'APPICCA in Siena, dove tali costumi allignavan bene.

(SL) NICOLÒ Salimbeni o Bonsignori di Siena, trovò modo d' arrostire i fagiani de prunis caryophyllorum (Pietro di Dante). COSTUMA. L' hanno i Fioretti di s. Francesco ed il Novellino. ORTO. Scherza sul traslato del garofano.

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44. (L) IN CHE DISPERSE CACCIA D'ASCIAN LA VIGNA E LA GRAN FRONDA: in cui Caccia sprecò vigne e boschi ch' avea in Asciano castello senese.

(SL) BRIGATA, detta godereccia. Ricchi giovani sanesi, che venduta ogni lor cosa, misero insieme ducento mila ducati e li sciuparono in venti mesi. Abbiamo ventidue sonetti di Folgore da San Gemignano a Nicolò sopra questa Brigata, e la chiama fiore della senese città. DISPERSE. Cic., de Leg. agr., I, 1: Possessiones... disperdere. - FRONDA. Georg., II: Ver... frondi nemo

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Il più sovente coll' un Canto si chiude una pena od un premio nel poema, e con l'altro altra materia incomincia: ma qui per dare rilievo alla memoria d'un suo congiunto, uomo di discordie e per esse morto, Dante lo discerne da altri uomini maggiormente famosi, e collocandolo sulla soglia della bolgia seguente, fa più risaltare la propria equità, inflessibile eziandio verso le persone del suo sangue stesso. Geri fu zio cugino di Dante, fratello di Cione Allighieri (4). Virgilio ne parla com'uomo che non conosceva chi e' fosse. Fu ucciso da un de'Sacchetti. La vendetta allora era tenuta debito sacro, e Francesco da Barberino attesta le vendette in Toscana più che altrove frequenti; e la Cronaca del Velluti: Vellutello (moribondo per ferita ricevuta) lasciò cinquecento fiorini a chi facesse la sua vendetta. Benvenuto: I Fiorentini sono alla vendetta massimamente ardenti ed in pubblico ed in privato; il che ben mostrarono in que' tempi alla Chiesa di Roma, alla quale fecero ribellare gran parte d'Italia. Potevano aver pretesto a ciò nelle consuetudini ebree: Evadere iram proximi qui ultor est sanguinis (2). Non credo però che il Poeta qui si mostri sitibondo di sangue nemico, egli che nel XII dell' Inferno punisce la vendetta di Guido contro un cugino dell'uccisor di suo padre; egli che i Sacchetti nomina nel Paradiso senza gravarli, come sopr'altri fa, d'alcun' onta; egli che il proprio cugino caccia in Inferno come scandaloso: ed era, dice l'Anonimo, anco falsario, che non credo. Anzi, soggiunge l'Anonimo stesso, vuole il Poeta biasimare la rabbia di vendetta che lo perseguita fin nell' Inferno. Certo è che Geri fu vendicato trent'anni dopo la morte da un suo figliuolo uccisor d'un Sacchetti; e forse che questi versi di Dante, sebbene con intenzione opposta, rinfrescarono nel figliuolo la memoria del sangue paterno, e gridarono dall'Inferno vendetta.

Il contrasto fra la pietà e la giustizia della condanna è qui grandemente poetico come in Brunetto, in Farinata, in Francesca, nei tre Fiorentini. Cosi in un de' passi dell'Eneide più belli, Enea nel vedere Didone sdegnosa fuggirlo senza parola: Prosequitur lacrimans longe, et miseratur euntem (1).

Dante nemico di tutte falsità mette i falsi sotto gl'ipocriti e sotto i ladri: secondo la viltà della colpa e' ne giudica la gravità. Notisi la gradazione: i peccati di senso men rei, poi quelli di violenza; e tra i violenti, anche l'orgoglio che nega il debito agli uomini o a Dio; poi quelli di frode, i quali offendono più direttamente il vero, che è 'l ben dello intelletto (2): e tra i peccati di frode, men gravi quelli che la fanno servire al senso, come de' mezzani e degli adulatori; poi quelli che al sacro, o all'onore esteriore, come i simoniaci, i maghi e indovini, i barattieri e gl'ipocriti. E sebbene il Poeta intendesse dottrinalmente la gravità della simonia, e per trista esperienza nella vita propria e della sua patria sentisse i gravi effetti di quella; ció nondimeno egli colloca i simoniaci men basso de' maghi e de' barattieri: la quale distribuzione se, segnatamente in quel che spetta alla baratteria, non è delle più teologiche, dimostra almeno, come quest'anima fosse in certo modo spassionata nella passione stessa, e come i mali portati a tutta la società civile gli paressero in certa guisa più rei che i portati alla società della Chiesa, forse per questo che la società civile abbraccia maggior numero di uomini e di casi; che il barattiere può, se gli torna, usare simonia; ma non ogni simoniaco ha faccia e coscienza di barattiere; e che finalmente il ministero civile è anch'esso una forma di sacerdozio, siccome ne' primi tempi dell'umanità appariva più chiaro. Dopo gl'ipocriti vengono i ladri, non solo perchè la loro cupidigia si ferma

(1) Pelli, pag. 32, 33, 34. ·(2) Jos., XX, 3.

(1) .En., VI. — (2) Inf., III, t. 6.

in cosa più vile, ma perche in quel peccato è doppia falsità, cioè nel tenere per bene desiderabile cosa materiale e cosa altrui, poi nell'adoprare al possesso di quella più acuti e più miseri ingegni di frode. Più sotto de' ladri i macchinatori di tristi consigli, e i seminatori di discordie e di scandali, perché questi mali portano maggior abuso della mente e della volontà, e però offendono il vero più intimamente. Ora vengono coloro che falsificarono o la materia corporea o le proprie persone i segni dell'umano commercio o la stessa verità con mendaci testimonianze. Primo e più leggero il falsare con alchimia metalli non coniati, poi commettere falso in atti privati o pubblici, poi falsar la moneta che è un rompere i vincoli sociali, e un moltiplicare i danni per quanti sono i pezzi di metallo alterati; poi più grave di tutte falsar la parola, che è la moneta preziosissima e sacra al consorzio degli spiriti e al loro alimento. Or quantunque il peccato qualsiasi ne' libri sacri sia detto falsità menzogna, e le virtuose opere verità (1); pure la menzogna è al vero offesa più speciale, o sia in parola od in opera (2). E nella falsa testimonianza Tommaso comprende non le calunnie soltanto, ma le detrazioni altresi e le bestemmie, e lei fa direttamente opposta a giustizia (3).

Non tutti gli alchimisti vuol Dante puniti, ma soli i falsarii. Lo dimostra a lungo l' Anonimo, e reca un passo di s. Tommaso, che, tradotto alla lettera, suona così: Se l'oro e l'argento dagli alchimisti falto non è della vera specie dell'oro e dell'argento, gli è frode e vendita ingiusta; massimamente che c'è alcuni usi dell'oro e dell'argento vero secondo la naturale loro efficacia, i quali non si convengono all'oro per alchimia sofisticato; come la proprietà ch'egli ha di rallegrare, e giova contro certe infermità a medicina. Inoltre più frequentemente si può porre in opera, e più lungamente rimane nella sua purità l'oro vero che l'oro sofisticato. Ma se per alchimia si facesse il vero oro, non sarebbe illecito venderlo come vero; perchè nulla vieta all'arte servirsi di certe naturali cause a produrre naturali effetti e veri, siccome dice Agostino (4), laddove ragiona delle cose che si fanno per arte di demonii (5). Questo passo della Somma è anche comentato da Pietro; e' dimostra come gli antichi, senza sapere la ragione ed il modo, per istinto, o piuttosto per tradizione di fatti sparsi collegati con induzioni ardite, presentissero che la scienza e l'arte potevan trovare certi elementi de' corpi, e, trovatili, ricomporre al vero essi corpi, non già adulterandone altri, e ingannando con false apparenze, ma veramente creando. Ed infatti se l'alchimia co' suoi cimenti, che paiono casuali, ha generata la chimica;

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doveva in lei stessa nascondersi un principio di verità che le dava le mosse, perche il falso mero, se pur fosse possibile, non potrebbe altro dare che falso. Forse col tempo la scienza affinata ritrovando gli elementi di sostanze che adesso paiono semplici, giungerà quindi a comporli per arte, ma la spesa dell'opera rimarrà tale da assorbire il lucro, sì che non n'avrà punto a patire la sincerità del commercio sociale.

Gli alchimisti per troppo trattare il mercurio e sostanze simili, al dir d'Avicenna e d'altri, diventavano paralitici e però Dante li fa qui tremanti, dico per questo effetto della colpa loro, non pure per vergogna d'essere scoperti falsarii, o per non si poter dal male reggere ritti. Il Ramazzini dice d'aver veduto un alchimista tremulum... anhelosum, putidum. Altri vanno carponi, a significare l'anima e il corpo loro curvi alla terra e alle sostanze tra sordide e velenose, tra polverulente e pesanti che in essa s'ascondono; come gli avari strascinano col petto per terra pesi, e nel Purgatorio stanno per terra mani e piedi legati; altri de'falsarii stanno l'uno all' altro appoggiati, o petto a petto, o petto a schiena, od in altro più sconcio viluppo. La scabbia che li rode significa l'adoprarsi che fecero in cose che non li potevano soddisfare mai (1). Siccome, dice l'Anonimo, elli hanno avuta la mente e l'operazione corrolla e malsana in falsificazioni, così la giustizia di Dio gli punisce, che gli fa essere corrotti nel sangue e nella carne e nelle superfluitadi. La similitudine delle teglie, che rammenta quella delle caldaje dove i cuochi tuffano con gli uncini la carne (2), è degna del luogo e pare che accenni ai fornelli ed al fuoco degli alchimisti: e d'imagini simili sono pieni i due Canti (3).

Nel principio la similitudine del popolo d'Egina, che tutto per contagio perisce, è tolta dalle Metamorfosi ma il Poeta par voglia distinguere la parte storica della malattia dalla favolosa della formazione del popolo novello da un popolo di formiche, distinguerla con quel verso che, così inteso, se non diventa bellezza, almeno ha sua scusa, come annotazione per entro al testo non affatto oziosa: Secondo che i poeti hanno per fermo (4). E forse che alle formiche egli accenna pensando a' versi d'Ovidio: Parcumque genus, patiensque laborum, Quæsitique tenax, et qui quæsita reservent (5); intendendo significare che i troppo solleciti cercatori di ricchezza tengono della formica nella pic

(1) Som., 1, 2, 102: Per il prudore morboso disegnasi l'avarizia. - (2) Inf., XXI. — (3) Montaigne: Si faut-il savoir relâcher la corde à toute sorte de tons, et le plus aigu est celui qui vient le moins souvent en jeu... Les plus grands maitres et Xénophon et Platon, on les voit souvent se relâcher à cette basse façon et populaire de dire et de traiter les choses, la soutenant de graces qui ne leur manquent jamais. (4) Terzina 21. (5) Met., VII.

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