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zoni sue, scritte ch'egli non aveva per anco lasciato Firenze. Ma qui non è luogo a disputare di ciò.

Quando avesse il Poeta smessi, quando ripresi gli accennati lavori ( de' quali il Convito e il Volgare Eloquio rimasero incompiuti), impossibil cosa accertarlo. Nè crederei al Boccaccio, là dove narra che i primi sette canti del poema (fosser pure latini) dimenticati in Firenze, e trovati da un amico, e mandatigli nell'esilio, lo invogliassero a seguitare. Non a caso riprendonsi opere tali, che sono la vita della vita. L'avess' egli cominciato innanzi l'esilio, certo che poscia gli venne e variato e aggrandito il disegno. Ma certo è altresì che dai primi canti (rinovellati o no) le già con esattezza matematica misurate (1) Dote degl'ingegni sovrani; l'imaginazione potente, ma signoreggiata dall'intelletto, e però signora di sè.

Nuove speranze, duramente deluse. Nel 1307 un esercito condotto dal cardinale degli Orsini assale i Neri; è respinto. Il Poeta seguita in Lunigiana ad approfittare dell'ospitalità de' buoni marchesi di Malaspina, discendenti di que' Frangipane, da' quali gli Allighieri anch'essi avevano origine. Poi valica l'Alpi, e vede la Francia, e negli studi teologici si profonda. Forse di là trapassò in Inghilterra.

Ad Alberto imperatore, ucciso, succedeva Enrico VII, che nel seguente anno si appresta al viaggio d'Italia. Allora le speranze di Dante gli dettano quella rabbiosa lettera contro Firenze, o piuttosto contro la parte che quivi teneva alta la fronte. Egli le impreca, le implora l'ira d'Enrico, e la chiama co' più abbominevoli nomi. Macchia grande in vita si pura, se non la lavassero in parte le parole d'affetto più mite ch'egli poi proferi mansuefatto dal dolore impotente e dagli anni. Del resto Enrico, mediocre uomo, amava il bene d'Italia a modo suo e de' tempi, e tendeva a riconciliazione sincera con qualche condimento di stragi e di sfratti. Mal fece ma Italiani parecchi avrebbero, nella condizion sua, fatto peggio.

(1) Vedi l' XI e il XXIX dell'Inferno e il XXXIII, che rispondono al primo e al XXXIII del Purgatorio : ma vedi segnatamente la corrispondenza del II dell' Inferno col XXXII del Paradiso.

Il Poeta, veduto che l'ebbe (forse in Lombardia), e stato forse un poco a Forlì, se n'andò ad aspettarlo in Toscana. Dopo resistenze molte superate a stento, l'imperatore è finalmente sotto le mura di Firenze, il nerbo de' Guelfi: la quale aveva richiamati taluni de fuorusciti, eccettone Dante con quattrocento e più altri. Ma il prolungato assedio fa l'imperatore spregevole. Dante, a quanto sappiamo, nel campo non era, fosse diffidenza dell'esito, o piuttosto pudore d'Italiano. Ma levato l'assedio, dopo un vano armeggiare altro poco, Enrico nell'agosto del 1313 muore. Nè Dante cessò d'onorarlo com'unico salvatore d'Italia. Tant' errano coloro che la sua dottrina politica fanno pura di passioni e di pregiudizii. Egli che d'essere nato de' nobili se ne teneva, che voleva gli ordini civili distinti, e poche mani regger la somma delle cose; egli che con Aristotile pensava altri uomini essere nati a governare, altri a ubbidire, non era in tutto precursore de' liberi d'oggidi.

Stette per poco a Ravenna presso Guido da Polenta padre di Bernardino, ch'aveva in Campaldino combattuto con Dante, e di Francesca da Rimini. Nel 1314 gli era a Lucca, innamorato di giovane donna, accoltovi od almeno sofferto da Uguccione signore di Pisa, che l'aveva cacciato d'Arezzo. Da questo vedi se Uguccione potess' essere il Veltro, salute d'Italia.

Poteva Dante nel 1318 (altri vuole nel diciotto), pagando una multa e presentandosi in chiesa con un cero alla mano, riavere la patria: rifiutò i vili patti con lettera memoranda. Onde i nemici irritati rinnovarono la condanna. Si rifuggì poi presso Cane della Scala, che in sul primo l'accolse degnamente; ma poi pare gli usasse qualche sgarbo, o nojato dall'indole tetra del poeta, o preso dalla solita volubilità de' potenti. E, a quanto pare, gli diede l'ufficio di giudice, non tant' umile forse quant'altri pensa. Irriverente non è da credere fosse mai: chè non avrebbe Dante nella dedica (da taluni stimata apocrifa non veggo perchè), nella dedica, dico, del Paradiso non anche finito, osato o degnato parlargli delle proprie necessità: urget me rei familiaris egestas....

Dimorò nel Friuli presso il patriarca

forte ossatura; colorito bruno, barba e capello spessi, neri e crespi. Dicitore facondo in ringhiera, ne' colloquii rado e tardo, ma arguto: contegnoso, cortese,

Sapeva di disegno: ebbe amici Giotto, al qual fu, dicono, consigliatore; il miniatore Oderigi da Gubbio, il cantore Casella. E sapeva anch' egli di canto.

Morto lui, la repubblica di Firenze inviò Giovanni Boccaccio a Ravenna, portando fiorini dieci d'oro, forse non necessario soccorso, alla figliuola Beatrice, che viveva in un chiostro. Due de' figliuoli, tornati a Verona, fermarono dimora quivi. E Pietro vi lasciò discendenza. E il Boccaccio e altri dopo dichiararono la Commedia nelle chiese di Firenze, che i proprii biasimi riverente ascoltava.

Torriano, guelfo; a Gubbio, presso Bosone suo commentatore poi, e già esule anch'egli, ghibellino; a Ravenna, sempre coll' animo più scuorato e più alto il pensiero. Poco avanti la morte diede fine alastinente e ordinato ne' cibi, vigilante. poema. Circa il 1308 gli era forse morta la moglie, e prima o poi, due figli de' sei. E forse dopo compiuto il poema cominciò quella storia di parte guelfa e ghibellina che accenna il Filelfo; e continuò, o, cominciato, compiè il Trattato della Monarchia, dove s'ingegna di porre i limiti tra il sacerdozio e l'impero; di dimostrare come il diritto dell'imperatore è divino, e come spetta a lui da lontano vigilare sopra le sorti de' popoli, senz' offesa de' nazionali poteri e delle municipali franchigie. Applicando alle cose del reggimento quel che santo Agostino pensò de' religiosi fini ai quali era serbata la romana grandezza, e' voleva conciliare l'unità politica con le civili libertà, gli opposti vantaggi di parte guelfa e di parte ghibellina. Le voglie dei Ghibellini d'allora non erano nè tanto strane nè tanto dotte. Lui morto, quel libro fu invocato da Lodovico il Bavaro, al quale era indiritto, e che nel suo ghibellinesimo violava i diritti della sede con le ambizioni della corte; onde il libro fu árso per cenno d'un cardinale, e per poco non sparse al vento le ceneri del poeta. Alcune proposizioni poi di quello, dannate, e a ragione, dal Concilio di Trento.

Sull'ultimo, che il nome di Dante era affettuosamente venerato da molti, Guido, signor di Ravenna, nipote di Francesca da Rimini, e guelfo, gli offerse la laurea, offertagli anco a Bologna: ma egli la sperava sul fonte del suo battesimo. Invano. Nel 1321, tornato da un'imbasciata per Guido avuta a Venezia, nell'anno di età cinquantesimosesto, con vivo dolore de' suoi falli, e co' cattolici sacramenti mori. Splendide le esequie, e come trionfo. Gli ultimi tredici canti favoleggia il Boccaccio scoperti come per visione divina. E forse nella favola è questo di vero, che solamente dopo la morte di lui apparvero in luce.

Ebbe mezzana statura, curvo sul declinare degli anni: grave e mite l'andare, il vestito decente: mesto sempre, ma non senza amorevolezza il sorriso. Naso aquilino, grandi occhi, viso lungo, mento rilevato, il labbro di sopra sporgente,

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Non è qui bisogno discorrere del poema e della testura e de' fini. I personaggi mitologici che in esso appariscono, o sono simboli, o Dante li tenne storici: Anteo, Mirra, Achille, Ulisse, Capanéo, Sinone, Rifeo, Diomede. Della storia antica hai Adamo, Raab, Davide, Ezechiele, Catone, Curione, Trajano, Costantino, Giustiniano, Maometto. De' più recenti, nell' Inferno, Nicolò III e Celestino V papi, Catalano e Loteringo e Guido di Montefeltro, frati, Brunetto Latini, Rusticucci, Aldobrandi, Guidoguerra, Ciampolo, Bertrando del Bornio, Alberti, Bocca degli Abati, Ugolino, cittadini più o men rinomati, con altri quattordici o quindici oscuri. Di donne storiche l'Inferno ha sola Francesca, trattata con amorosa pietà: il Purgatorio, Pia e Sapía, e, come simbolo, Matilde. Ivi sono due papi, Martino V, pappone, e Adriano V, avido d'oro; un abate degli Scaligeri, accidioso: molti signori e re, Ugo Capeto, Manfredi, Nino, Malaspina, uno de' Santafiore; cittadini notabili, meno che nell'Inferno: Del Cassero, Guido del Duca, Ranieri da Calboli, Marco. Ma molti i cari al poeta: Casella, Belacqua, Buonconte, Oderigi, Forese, Buonaggiunta e Guido Guinicelli, poeti d'Italia, Arnaldo di Provenza. Il Paradiso ha tre donne, Piccarda, Costanza, Cunizza; di moderni al Poeta non hai che Romeo, il pellegrino, Carlo Martello, il figliuol di Carlo II di Puglia, che fu re d'Ungheria, e fin dal 1289 aveva in Firenze veduto Dante e postogli affetto; e il trisavolo Cacciaguida.

Le digressioni di storia e di scienza non mancano: nell' Inferno sola una, dell'origine della città di Mantova, forse per rendere onore a Virgilio: così come quella del vigesimo secondo del Purgatorio, in memoria di Stazio, un de' poeti a Dante diletti. Ma nella seconda Cantica i tocchi geografici non son forse rapidi assai; nella terza, la dissertazione sulle macchie della luna è a pompa d'ingegno e di stile. Ma quello che nel diciottesimo del Purgatorio è toccato dell'amore, e nel Paradiso dell'inviolabilità del voto, del merito della Redenzione, delle facoltà innate, della sapienza di Salomone, de' giudizii temerarii, della predestinazione, della salute eterna de' Pagani, delle virtù teologiche, del peccato di Adamo, è parte essenziale del sacro poema.

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Il Bettinelli, tranne poche terzine, resto avrebbe buttato via; l'Alfieri, trascritto ogni cosa. I più si fermarono nell'Inferno, e non videro come le bellezze della seconda Cantica fossero più pure e più nuove, della terza meno continove ma più intense, e, dopo la Bibbia, le più alte cose che si sieno cantate mai. Gli ammiratori lo calunniarono; chi fa di lui un altro Maometto, chi un libero muratore, chi un empio, chi un deputato fran

cese de' meno regi. Il Ginguené volle la visione tutta quanta d'invenzione sua: e pochi, se questo fosse, l'avrebbero intesa, nessuno sentita. Il Monti lo loda del dire le cose per perifrasi, ch'è lode direttamente opposta di quella che gli dava a miglior diritto il Rousseau: il Perticari lo fa nemico della sua lingua materna; gl' interpreti gli danno del loro mille astuzie ingegnosette, di quelle che son l'unica suppellettile de'mediocri. Ma Dante le tradizioni religiose, popolari, scientifiche del suo tempo ha con riverenza raccolte: ogni suo concetto informò del presente e del passato: mai rinnegò l'alta fede de' padri suoi: fin laddove e' fulmina i preti indegni, all'autorità che lor viene dall' alto s'inchina. Le circonlocuzioni fugge: e va quasi sempre per la via più spedita: e attesta egli stesso, che mai la rima lo trasse a dire altro da quel ch'e' voleva: e pone per norma dell'arte, che sempre la veste poetica debba coprire un'idea vera o viva. Della sua lingua materna nulla immutò; ma trascelse. E fu poeta grande, perchè seppe con vincoli possenti congiungere natura ed arte, meditazione e dottrina, il sentimento suo e l'italiano, il culto del bello e del retto, la passione e l'amore del vero.

AMORE DI DANTE

Il Boccaccio nelle prose ci dava la parte prosaica dell'amore, intantochè la parte poetica ne dava nelle rime il Petrarca. Nel secolo decimosesto l'amore, tranne quel di Gaspara Stampa, ed altri che non lo verseggiarono nè prosarono, e in prosa e in rima era prosaico del pari: prosa i sonetti e prosa i sospiri del cardinale Bembo e de' molti commilitoni di lui. Nel decimonono pare che dalla melma dell'amore prosaico cominci a spicciare una vena di poesia, la quale per suo canale presceglie alla canzone il romanzo ed il dramma. Ma in fatto d'amore la poesia più vera è la prosa che le donne innamorate fanno quando dicono il vero. Non parlo della stampata: ma se tutti i pensieri e i dolori e gli inni dell'amore femmineo si potessero in un volume raccogliere, quello sarebbe il più poetico libro umano e il più grave d'arcani. Or noi lasciando le donne innamorate del secolo decimonono e la prosa loro, saliremo alle rime amorose di Dante.

Come lo sdegnoso uomo le abbia sapute cospargere di tanta soavità, parrà meno mirabile a chi pensa che ne' forti ingegni s'accoppiano le qualità apparentemente contrarie, che nè vera forza senza delicatezza, nè vera delicatezza è mai senza forza. E ben dice egli stesso, ripetendo il verso di Guido Guinicelli, che amore e cor gentile sono una cosa. E in questo nome io comprendo non pur l'amore della femminile bellezza, ma di quante bellezze ai nostri occhi profondono instancabili la terra ed il cielo: l'amore del giusto, l'amor della patria che tutti in sè gli altri umani amori comprende. Pure non resta che rara cosa non debba a tutti parere

tanta soavità quanta spira da' versi seguenti:

Negli occhi porta la mia donna amore
Perchè si fa gentil ciò ch'ella mira ...........
Fugge dinanzi a lei superbia ed ira,
Aiutatemi, donue, a farle onore.

Quanto spirito lirico in questa invocazione alle donne, che ad onorar Beatrice lo ajutino, come se tanta gentilezza potesse da sole le donne essere sentita e onorata degnamente! Più fina lode alla bellezza dell'anima femminile non ha forse la poesia italiana di questa:

Ogni dolcezza, ogni pensiero umile

Nasce nel core a chi parlar la sente: Ond'è laudato chi prima la vide. Quel ch'ella par, quand'un poco sorride, Non si può dicer nè tener a mente; Si è nuovo miracolo e gentile.

E questi sono versi antichi di cinquecento sessanta e più anni, e sono più chiari che i versi di tanti chiarissimi poeti viventi.

Sovente nelle Rime di Dante ricorre la parola umiltà; e Beatrice si chiama d'umiltà vestita; e dicesi che umili pensieri nascono in chi la sente e che ogni cosa si fa umile alla sua vista. Perchè l'altero uomo conosceva quanto gentil cosa l'umiltà fosse, e quanto la superbia villana: conosceva quanto giovi a far miti i pensieri l'aspetto d'una pura bellezza. Oh questa tutta umile Fiorentina è ben più sublime cosa della Francese umilemente altera, alteramente umile, che il canonico Petrarca cantava.

Domanderete in quali ore e in che luoghi amasse più Dante onorare ne' versi la

donna sua; se nel sorriso della solitaria natura, o nel frastuono della città popolosa; se passeggiando dal Gardingo, o fuor della cerchia antica, o salendo l'altura di Trespiano, o scendendo ne' luoghi dov'ora villeggia più d'uno tra' moderni Fiorentini a tutt'altro pensando che a versi. A cotesto una sola cosa io posso rispondere, che la bella canzone la qual comincia: Donne, che avete intelletto d'amore, fu imaginata da lui passando per un cammino, lungo il quale sen giva un rivo chiaro molto. Allora gli venne volontà di dire; e la sua lingua parlò, quasi per sè stessa mossa, quel primo verso che ho detto, ed egli lo ripose nella mente con gran letizia, onde poi, ritornato alla città, pensando alquanti di, scrisse la intera canzone. Non so se quel verso caduto nella mente a lui passeggiante lungo le acque d'un chiaro ruscello a voi paja più dolce. E veramente non è forse cosa tra le visibili che più soave parli all'anima, e più soave la ispiri, d'una pura acqua corrente. Quell'umorè che fugge, rende imagine lieta insieme e malinconica degli umani piaceri; quella vita diffusa in ogni minuta stilla, raffigura la vita d'un'anima che in sè non ristagni, ma corra al bene come per dolce pendio; quella copia modesta pare gradito alimento ai pensieri dell'uomo, così come ai fiori del campo; pare che rinfreschi con l'erbe del margine l'imaginazione appassita; quel placido mormorio par che accompagni ed inviti l'armoniosa parola; e quello specchio fedele sempre offerto alle bellezze del cielo e della terra par che disponga l'anima del Poeta a farsi specchio essa stessa di quante bellezze intorno diffondono la terra ed il cielo.

Parla in quella canzone alle donne e alle donzelle amorose, chè non è cosa da parlarne altrui, e per isfogar la mente (perchè nella mente non meno che nel cuore è il suo fuoco) ragiona. Or quali imagini sceglie il poeta alla lode? Fa che un angelo parli a Dio d'una maraviglia che si vede nel mondo:

Lo cielo, che non ha altro difetto
Che d'aver lei, al suo Signor la chiede:
E ciascun Santo ne grida mercede.

Iddio risponde: Aspettate alquanto, si che gli uomini la possano ancora godere,

e coloro che vanno all'Inferno, raccontino: I' vidi la speranza de' beati.

Quindi venendo a narrare le lodi di questa desiderata dagli Angeli, dice due versi che toccano il sublime:

E qual soffrisse di starla a vedere
Diverría nobil cosa, o si morría.

E dopo aver detto che la sua vista umilia l'uomo, sì da fargli dimenticare ogni of| fesa, le attribuisce virtù santificatrice dell'anima, e afferma:

Che non può mal finir chi le ha parlato.

Ecco in queste due stanze i germi della Divina Commedia, Già di Beatrice ancor viva, Dante udiva parlare gli Angeli in cielo, e nell' Inferno i dannati; già le imagini degli eterni destini dell'uomo s'erano nella sua mente congiunte al nome d'una giovanetta toscana; già di lei diceva Amore:

Per esempio di lei beltà si prova.

Non solo bellissima, ma l'esempio ell'era della bellezza vera: qual maraviglia che il Poeta la convertisse in forma ideale non solo di corporea, ma di spirituale bellezza?

Alle donne sovente questo duro uomo amava rivolgersi, e a loro confidare i suoi secreti dolori. Vedendo schiere di donne tornare da un compianto, e udendole parlare del dolor di Beatrice per la morte del padre, si dà a piangere, e finge in un sonetto d'interrogare quelle donne pietose, ed esse in un altro rispondono:

Ella ha nel viso la pietà si scorta,
Che qual l'avesse voluto mirare
Saria d'inanzi a lei caduta morta.

Voi risponderete con simile severità, che nè uomini nè donne cascano morti per così poco; e io non voglio rispondere alla vostra senile severità: dirò solo che un giovane di venticinque anni, il quale tant'altamente idoleggia l'amore, era nato per scrivere a'trentacinque altra cosa che versi amorosi. Tra l'estasi dell'amante e la visione del politico, tra le teologiche aspirazioni a Beatrice visibile e i teologici inni a Beatrice simbolo di sapienza civile, voi scorgerete potente armonia.

E siccome, al dir di lui, la luce di sua salute nelle altre donne si diffondeva, cosi nel proprio amore comprendeva egli

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