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49. Tragge Marte vapor di Val di Magra;

Ch'è di torbidi nuvoli involuto;

E con tempesta impetuosa ed agra

novembre i Bianchi di Firenze son cacciati da' Neri. Nel detto anno il Marchese Moroello Malaspina uscì di Val di Magra a capitanare i Neri di Pistoia, e ruppe i Bianchi in Campo Piceno; onde i Bianchi di Firenze anch'eglino debilitati n'andarono in bando; e Dante con loro. Questo è Moroello figliuol di Manfredi, che nel 1510 giurò co' Fiorentini ubbidienza a Clemente: diverso da quello che nel 1511 andò ambasciatore d'Arrigo in Brescia. Questo amico d'Arrigo era il quarto Moroello a cui Dante voleva intitolare il suo Purgatorio. Il vapore di Val di Magra combatteva nel 1513 per Lucca contro Pistoia, Questo Moroello era marito di Alagia de' Fieschi (Purg., XIX), e Marchese di Giovagallo. Nel 1500 entrò in Firenze con Corso Donati, quando furono saccheggiate le case de' Bianchi, e quella di Dante distrutta. 49. (L) MARTE. Caso retto. VAPOR: Moroello.

(SL) VAPOR. Nella Cronaca di s. Gallo rammentasi al venire di Carlo una nuvola da cui ferri lampeggiavano. Forse Dante così lo chiama perchè, dice il Villani, apparve a quel tempo una meteora annunziatrice di pubblici guai (VII, 42). Moroello, figliuolo di Manfredi, nato di Corrado I nel 1260, capitano de' Lucchesi contro Pistoia tra il 1304 e il 1306, mori nel 1515. – VAL. Georg., I. Illum (imbrem) surgentem vallibus

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50. (L) Et: il vapore.

FERUTO: ferito.

(SL) PICEN. Benv.: Campo presso Pistoia nel quale fu rotto già Catilina, e ora dicesi ci sia un castello. Vill., VIII, 82. — SPEZZERÀ, Æn., IX: Torquet aquosam hyemem et cœlo cava nubila rumpit. Plutarco (Apopht.): Non v'ho io detto che quella nuvola della montagna ci manderà da ultimo pioggia? NEBBIA. En., X: Nubem belli, dum detonet, omnem Sustinet. - XII: It toto turbida cœlo Tempestas telorum, ac ferreus ingruit imber. Filicaja Di Val d'Ebro attrasse Marte Vapor che si fer nuvoli e s' apriro, E piovver d'ogni parte Aspra tempesta sull'austriache genti.

51. (L) TEN DEBBIA: ne debba a te.

(SL) DOLER. Dante a quel tempo era guelfo; nė poteva conoscere il vero senso del vaticinio di Vanni; il qual già prevede che il Poeta sarà un giorno de' Bianchi, e si dorrà della loro sconfitta.

Il furto.

Il furto che e occulto offende meno della rapina che è violenta (1), perchè la rapina offende più direttamente la volontà dell'uomo, e perchè oltre che nelle cose, ella può fare ingiuria nella persona (2). Ma quantunque e la rapina e l'omicidio (3) sieno in sè più gravi del furto, Dante colloca i ladri più sotto de' violenti e degli omicidi, perchè quello è vizio vile e la frode è a lui più rea della forza; e perchè non tutti i ladri intendonsi messi in questa bolgia, ma i sacrileghi (4), come il Fucci; e coloro che sciolsero i vincoli dell'umana civiltà, come Caco nemico d'Ercole uno de' padri della civiltà greco-italica; e coloro che, essendo in alto grado, con l'esempio di colpa si turpe, contaminarono la città, come esso Fucci e i Fiorentini di poi nominati.

La questione del furto si collega a quella oggidi tanto agitata e agitante della proprietà delle

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cose materiali, la quale la legge mosaica praticamente sciolse in modo mirabile, e la legge evangelica può sciorre in modo più mirabile ancora; e i Padri della Chiesa la dichiararono con l'usata rettitudine e acume. Ambrogio (4): Proprium nemo dicat quod est commune. Tommaso (2): Quanto all'uso de' beni esteriori non deve l'uomo averli come proprii ma come comuni, cioè facilmente comunicarli all'altrui necessità. Il ricco non opererebbe illecilamente se preoccupando la possessione di cosa che da principio era comune, la comunica ad altri. Ma pecca se indiscretamente allontani altrui dall'uso d'essa cosa. E Basilio (3): Siccome chi va primo a spettacolo mal farebbe a impedire altri che vengano, appropriando a sẻ l'ordinato a comune uso; cosi sono i ricchi i quali le cose comuni che preoccuparono, stimano essere proprie. Ambrogio (4): Non è meno colpa togliere a chi ha, che, potendo e abbondando, negare a chi n'ha di bisogno. Plusquam sufficeret sumptui, violenter obtentum est (5).

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Tommaso, venendo al noto fatto degli Israeliti in Egitto, lo dichiara così: Furto non fu che i figliuoli d'Israello si presero le spoglie degli Egizii secondo il precetto del Signore, per le afflizioni con che gli Egizii gli avevano senza cagione afflitti. La proprietà non è di jus naturale, ma di positivo. Il furto è detto non essere grande colpa per la necessità che v'induce, la quale diminuisce o totalmente toglie la colpa; onde Prov., VI, 30: Perchè egli ruba ut esurientem impleat animam. Nella necessità tutte le cose sono comuni: e però non pare che sia peccato se alcuno prenda cosa altrui fatta ad esso comune per causa della necessità. Tommaso con logico ardimento soggiunge: In casi di simile necessità può l'uomo eziandio occultamente prendere cosa altrui per sovvenire al fratello indigente (1).

Ma la ragione suprema che interdice il furto, è da Tommaso segnata così: Se tutti gli uomini si rubassero l'un l'altro, perirebbe l'umana società. Anzi, eccedendo apparentemente in rigore quanto prima pareva eccedere in indulgenza, sem

(1) E però Dante stesso (Par., XIII): Non creda monna Berta e ser Martino, Per vedere un furare, altro offerere, Vederli dentro al consiglio divino; Chè quel può surgere, e quel può cadere.

pre però rimanendo nei limiti della rettitudine, aggiunge: Se il ladro nel rubare anco minime cose ha animo di portar nocumento, può essere colpa mortale, come può essere pur nel consentire in pensiero. Onde deducesi che l'intenzione del nuocere può rendere reo di furto e di peccato maggiore di furti molti anco colui che richiede il suo o lo ritiene, ma con cuore a' fratelli nemico; con

cuore nero.

Perchè fur, dice Isidoro (1), da furvus, o piuttosto le due voci hanno entrambe comune origine dall'idea d'oscurità, che ad ogni furto e materiale e morale é accomodata. Ogni occultazione una specie di furto, anche la frode e il dolo (2). E però Dante che usa fuio per oscuro (3), chiama fuia l'anima rea (4), come nera (5), e fuia la chiama nel cerchio de' violenti contro le persone e le cose, così come il diavolo messo a caccia de' barattieri è paragonato al mastino che corre a seguitar lo furo (6): e delle fiamme che vestono gl'insidiatori e consiglieri fraudolenti è detto che nessuna mostra il furto, Ed ogni fiamma un peccatore invola (7); ed appunto tra i barattieri e i consiglieri rei stanno i ladri.

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CANTO XXV.

Argomento.

Siamo ancora tra' ladri: e a mostrare quanto fosse loro intrinseca la malizia, le serpi s'immedesimano in essi e son nudi acciocchè per tutto possan ricevere le trafitlure; e in continuo terrore d'esser puniti; e corrono senza potersi involare ai morsi della coscienza, figurata ne'serpi. Le mani, si pronte al furto, qui son legate; e siccome in tante guise si trasformarono per fuggire alla pena, cosi qui si mutano d'uomini in serpi, e a vicenda.

Nota le terzine 2, 3, 7, 8, 11, 12, 15; 17 alla 31; 34 alla 47; 49, 50.

1. Al fine delle sue parole il ladro

Le mani alzò con ambedue le fiche, Gridando:- Togli, Dio: ch'a te le squadro. 2. Da indi in qua mi fur le serpi amiche; Perch' una gli s'avvolse allora al collo, Come dicesse: -I'non vo'che più diche; 3. E un'altra alle braccia; e rilegollo, Ribadendo sé stessa si dinanzi

Che non potea con esse dare un crollo. 4. Ahi Pistoia, Pistoia, chè non stanzi D'incenerarti, si che più non duri, Poichè 'n mal far lo seme tuo avanzi?

1. (L) FICHE. Tra l'indice ed il medio mettendo il pollice: atto di spregio. SQUADRO: misuro, squaderno.

(SL) ALZò. Novellino, LVIII: Fece la fica quasi infino all' occhio, dicendoli villanie. Dice Giovanni Villani che sulla rocca di Carmignano era una torre molt' alta con due braccia di marmo che facevano le fiche a Firenze,

(F) Dio. Zach., V, 3: Hæc est maledictio, quæ egreditur super faciem omnis terræ; quia omnis fur, sicut ibi seriptum est, judicabitur. Nello Statuto di Prato chiunque ficas fecerit vel monstraverit nates versus cœlum vel versus figuram Dei o della Vergine, paga dieci lire per ogni volta; se no, frustato. Sfogatosi contro Dante, si sfoga contro Dio, e mostra il bestiale ch'egli era. Atto degno di sacrilego.

2. (L) AMICHE: che lo punirono.

DICHE: tu dica.

(SL) COLLO. En., II: Bis collo squamea circum Terga dati. DICHE. Cavalc.: Voglio che 'l dichi. 3. (SL) BRACCIA. Æn., II: Manibus tendit divellere nodos. RILEGOLLO. En., II: Corripiunt, spirisque ligant ingentibus. — Ribadendo. Gli si fa quasi anello alle braccia, gli si avvolge dietro, poi un altro giro dinanzi ; l'imagine è tolta forse dal noto passo di Virgilio: Bis medium amplexi, bis collo squamea circum Terga dati, superant capite et cervicibus altis (Æn., JI). — Dare. D'un serpe, Virgilio: Ne quicquam longos fugiens dat corpore tortus (Æn., V).

4. (L) STANZI: risolvi.

SEME TUO di Catilina. (SL) STANZI per deliberi. G. Villani. — INCENERARTI come il ladro tuo cittadino, poich' avanzi in mal fare i

5. Per tutti i cerchi dello Inferno oscuri Spirto non vidi in Dio tanto superbo; Non quel che cadde a Tebe giù de'muri. 6. Ei si fuggì, che non parlò più verbo.

Ed io vidi un Centauro pien di rabbia
Venir gridando: — Ov'è, ov'è l'acerbo î
7. Maremma non cred'io che tante n'abbia
Quante bisce egli avea su per la groppa,
Infino ove comincia nostra labbia.

8. Sopra le spalle, dietro dalla coppa
Con l'ale aperte gli giaceva un draco;
E quello affuoca qualunque s'intoppa.

soldati di Catilina, rifuggiti nell'agro tuo de' quali tu esci (Sallust., Cat.). Simili imprecazioni nel XXXIII dell'Inferno e nel XIV del Purgatorio. Dino, LXII: Naturalmente i Pistoiesi sono uomini discordevoli, crudeli e selvatici.... - LXIV: Come villa disfatta rimase. (F) INCENERARTI. Ezech., XXVIII, 48: Trarrò fuoco di mezzo a te, che ti divori, e farò te cenere sopra la terra. 5. (L) IN: contro. QUEL CHE CADDE A TEBE GIÙ DE'

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(SL) IN. Bib. Volg.: Adirato in te. Tasso: Impugneransi in te l'armi di Giuda, Som.: In quem pecca

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QUEL. Inf., XIV, t. 16.

6. (L) E1: Vanni. — L'ACERBO: Fucci, duro, mordace. (SL) VERBO. Arios., XXX, 45: Non vuol più dell'accordo intender verbo. CENTAURO. Æn., VIII: Peclora semiferi. · RABBIA. Æn., VIII: Furiis Caci mens effera. ACERBO. Nel XV dell' Inferno chiama i Neri lazzi sorbi; e di Capaneo: la pioggia non par che 'l maturi (Inf., XIV). Æn., IX: Acerba tuens. - V: Sævire animis... acerbis.

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Vulgus, et in vacua regnat Basiliscus harena. Altrove : Ducitis altum Aera cum pennis, armentaque tota secuti Rumpitis ingentes amplexi verbere tauros.

9. (L) SANGUE d'uomini da sẻ uccisi.

(SL) CACO. Æn., VIII: Jam primum saxis suspensam hanc adspice rupem... Hic spelunca fuit. Semihominis Caci facies quam dira tenebat, Solis inaccessam radiis, semperque recenti Cæde tepebat humus. - Sasso. Della preda di Caco, Virgilio: Saxo occultabat opaco (Æn., VIII). AVENTINO. Æn., VIII: Lustrat Aventini montem. Ov. Fast., I: Cacus, Aventinæ timor atque infamia silva. Ne parlano Ovidio ne' Fasti, e Boezio, letti da Dante. - LACO. Ovidio, d' Aretusa in fonte: Quaque pedem movi, mànat lacus (Met., V).

10. (L) Co' suO' FRATEI: co' Centauri nella bolgia de' tiranni. — DEL GRANDE ARMENTO (d' Ercole): Caco ne rubò otto capi.

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11. (L) BIECE: perverse. CENTO percosse per l' ira. (SL) BIECE. Arios., XXIX, 12: Atto bieco (lo stupro). Biece nelle lettere di Guittone. MAZZA. Virgilio lo fa morire strozzato; Ovidio sotto la clava. Æn., VIII: Desuper Alcides telis premit; omniaque arma Advocat, et ramis vastisque molaribus instat... Rapit arma manu, nodisque gravatum Robur..... Corripit in nodum complexus. DIECE. Reg. 1, XXVI, 8: Perfodiam cum lancea in terra semel, et secundo opus non erit. Tanto gliene diede, preso com'era dall'ira: Fervidus ira... Furens animis... Furiis exarserat atro... Felle dolor (Æn., VIII).

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15. Dicendo: - Cianfa dove fia rimaso? Per ch'io, acciocchè 'l duca stesse attento, Mi posi'l dito su dal mento al naso. 16. Se tu se' or, lettore, al creder lento Ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia; Che io che 'l vidi, appena il mi consento. 17. Com' io tenea levate in lor le ciglia, E un serpente con sei piè si lancia Dinanzi all'uno, e tutto a lui s'appiglia. 48. Co' piè di mezzo gli avvinse la pancia, E con gli anterior le braccia prese; Poi gli addentò e l'una e l'altra guancia. 49. Gli diretani alle cosce distese,

E misegli la coda tr' amendue, E dietro per le ren' su la ritese. 20. Ellera abbarbicata mai non fue Ad alber si, come l'orribil fiera Per l'altrui membra avviticchiò le sue. 21. Poi s'appiccâr, come di calda cera

Fossero stati, e mischiår lor colore: Nè l'un nè l'altro già parea quel ch'era. 22. Come procede innanzi dall'ardore,

Per lo papiro suso, un color bruno,
Che non è nero ancora, e 'l bianco muore.

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(F) CONSENTO. Dante, Rime: Il suo aspetto giova A consentir ciò che par maraviglia. Ed è bello riporre la fede in un sentimento, in un consenso dell' anima col

vero.

17. (L) LEVATE: inarcate guardando giù. UNO: Agnolo Brunelleschi.

(SL) E. Modo virgiliano comune in Toscana. Georg., I: Si brachia forte remisit, Atque illum in præceps prono rapit alveus amni. —LANCIA. Lucan., IX: Ecce procul savus sterili se robore trunci Torsit, et immisit (Jaculum vocat Africa) serpens; Perque caput Paulli transactaque tempora fugit. Nil ibi virus agit: rapuit cum vulnere fatum. —APPIGLIA. Æn., II: Corpora... sexpens amplexus... Implicat.

18. (SL) ADDENTÒ. Æn., II: Miseros morsu depascitur artus. Tanto era grande da abbracciargli col morso entrambe le gote. Significa, dice il Biagioli, che i ladri si assaltano e guerreggiano tra loro. 19. (L) GLI piedi DIRETANI.

(SL) GLI. Ariosto: Gli deretan ginocchi. 20. (SL) ELLERA. Horat. Epod., XV, 5: Aretius atque hedera procera adstringitur ilex, Lentis adhærens brachiis. Arios. Nè così strettamente ellera preme Pianta ov'intorno abbarbicuta s'abbia, — Orribile. Virgilio, di Proteo che si trasforma: Horribilem feram, - Fiet... subito sus horridus... Squamosusque draco (Georg., IV). 22. (L) INNANzi dall'ardore: prima che arda.

(SL) PAPIRO. Crescenzio, VI, 95: Quell'erba bianca che si metteva per lucignolo in lampane ed in lucerne, ed era una specie di giunco spugnosa e porosa, S. Paulin. de nat. Fel., III: Lumina ceratis adolentur odora papyris. Anon. Come il papiro d'una candela: quello che dinanzi alla famma viene oscurando. MUORE.

23. Gli altri duo riguardavano; e ciascuno Gridava: O me, Aguel, come ti muti! Vedi che già non se' nè duo nė uno. 24. Già eran li duo capi un divenuti,

Quando n'apparver duo figure miste In una faccia, ov'eran duo perduti. 25. Fêrsi le braccia duo di quattro liste:

Le cosce con le gambe, il ventre e'l casso Divenner membra che non fur mai viste. 26. Ogni primaio aspetto ivi era casso:

Due e nessun l'immagine perversa Parea e tal sen gia con lento passo. 27. Come 'l ramarro sotto la gran fersa Ne' di canicular' cangiando siepe, Folgore par se la via attraversa; 28. Così parea, venendo verso l'epe

Degli altri due, un serpentello acceso, Livido e nero come gran di pepe. 29. E quella parte donde prima è preso

Nostro alimento, all'un di lor trafisse:
Poi cadde giuso, innanzi lui, disteso.
30. Lo trafitto il mirò; ma nulla disse:
Anzi, co' piè fermati, sbadigliava,
Pur come sonno o febbre l'assalisse.
34. Egli il serpente, e quei lui riguardava.

L'un per la piaga, e l'altro per la bocca
Fummavan forte; e 'l fummo s'incontrava.

Arist. Fis. Non in non album quodvis nigrum aut intermedium.

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(F) MUORE. Arist. Fis., VIII: Album cum or tum est... cum interiit. Erit aut simul album et non album et ens omnino atque non ens simul esse necesse est. 23. (L) O ME: Oimè. AGNEL. Agnolo, Agnolello. (SL) Come. Ov. Met., IV: Cadme, quid hoc? ubi pes? ubi sunt humerique manusque ? Et color, et facies, et, dum loquor, omnia ? UNO. Lucan., VI: Nondum faries viventis in illo, Jam morientis erat...

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(SL) TRAFISSE. Lucan., IX: Insolitasque videns parvo cum vulnere mortes. At tibi, Leve miser, fixus præcordia pressit Niliaca serpente cruor.

(F) PRESO, Dottrina ch'era in Avicenna e in Egidio Romitano, della formazione del corpo dell' uomo. Tasso (IX, 68) e l'Ariosto.

30. (SL) SBADIGLIAVA. In Lucano (IX) è descritto un avvelenamento sonnifero di serpente.

31. (F) FUMMAVAN. Forse a indicare la caligine in che s'avvolgono i ladri. Lucan., IX: Tractique via fumante Chelydri,

32. Taccia Lucano omai là dove tocca Del misero Sabello, e di Nasidio;

Ed attenda a udir quel ch'or si scocca; 33. Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio:

Che se quello 'n serpente e quella in fonte Converte poetando, i' non lo invidio; 34. Ché duo nature mai a fronte a fronte Non trasmutò si ch'amendue le forme A cambiar lor materie fosser pronte. 35. Insieme si risposero a tai norme,

Che'l serpente la coda in forca fesse, E' feruto ristrinse insieme l'orme. 36. Le gambe con le cosce seco stesse S'appiccâr si che 'n poco la giuntura Non facea segno alcun che si paresse. 37. Togliea la coda fessa la figura

Che si perdeva là: e la sua pelle
Si facea molle, e quella di là dura.

32. (L) SCOCCA : canta.

(SL) SABELLO. Lucan., IX: Miserique in crure Sabelli Seps stetit exiguus, quem fixo dente tenacem......... Parla dell'esercito di Catone ne' deserti di Libia; quivi morì anche Nasidio. Sabello mori sfatto, Nasidio enfiato.

SCOCCA. Purg., XXV : L'arco del dir. Qui esprime la novità della cosa, che deve pungere con gli strali d' ammirazione. Par., II. - Arios., XXX, 69: H pensiero ha differente Tutto da quel che fuor la lingua scocca.

33. (SL) CONVERTE. Del canto di Sileno, Virgilio: Tum Phactontiadas musco circumdat amara Corticis, atque solo proceras erigit alnos (Buc., VI).

34. (L) FORME. Nel senso scolastico. L'uomo divien serpe, il serpe uomo.

(F) NATURE. Pietro di Dante: Non può naturalmente avvenire che la forma di un corpo si tramuti in altro corpo; chè altrimenti la qualità si convertirebbe in sostanza; il che Aristotele nega laddove dice, che sola la sostanza è suscettibile de' contrarii quanto a sè. Già s'intende che forma nel linguaggio scolastico non significa l'esteriore contorno e rilievo e apparenza de' corpi, ma l'intima sostanza che fa essere gli oggetti materiali e gli oggetti spirituali ciascheduno nella sua specie, quello appunto ch'egli è. Intende dunque il Poeta nelle trasformazioni cantate da altri, l' una forma, per esempio l'anima vivente dell'uomo, prende la materia d' animale o di pianta; ma qui la forma del serpente piglia il corpo dell' uomo, e a vicenda nell'atto stesso la forma dell'uomo piglia il corpo della serpe. Codesto baratto subitano, codesta confusione dalla quale riesce un distacco si nuovo, è il maraviglioso che vuolsi notare.

35. (L) RISPOSERO: corrisposero. - ORME: piedi. (SL) RISPOSERO: Æn., I: Dictis respondent cetera matris. ORME. Æn., V: Vestigia primi Alba pedis. 36. (L) SI PARESSE: apparisse.

(SL) GIUNTURA. Ov. Met., IV: Commissaque in unam Paullatim tereti sinuantur acumine crura. 37. (L) TOGLIEA LA CODA... LA FIGURA CHE SI PERDEVA LA: la coda prendea figura di gambe. — SUA: dell'uomo. (SL) TOGLIEA. Æn., VI: Sumere formas. Lucan., IX: Pereunte figura. DURA. OV. Met., IV: Duratoque culi squamas increscere sentit. D' un'altra trasformazione in albero: In magnos brachia ramos; In parvos digiti; duratur cortice pellis (Met., X). ~ Perdeva. Ov. Met., XIII: Perdidit... hominis... formam,

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