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Italiano; lo ripete la vostra squilla tuttavia risonante, o Vespri di sangue.

In quell'anno nasce all' Italia un ordine nuovo di cose: la causa che a Dante doveva, trentasei anni poi, costar tanto dolore e tant' ira, fin dall'anno ch'egli nacque era vinta. I quattrocento Guelfi fiorentini che, armati di splendide armi, capitanati da Guidoguerra accorrono in aiuto di Carlo, portano un peso non leggiero sulla straniera bilancia che pesa le sorti d'Italia. Trentamila crociati scendevano per la Savoja, trovavano alleati il Monferrato, i Torriani, il principe estense, i cittadini di Mantova; trovarono contraria Piacenza, Cremona, Pavia, Brescia, la bellicosa Brescia dal furor loro saettata, non presa. Un tradimento, se a Dante crediamo, dava ad essi il passo del Po, un tradimento il passo del Garigliano; fin d'allora eran peste d'Italia quelle perfidie che si largo luogo dovevano tenere nell'inferno della sua ira. La fame dell'oro, tante volte da lui maledetta, anche qui cospirava alla vittoria di Carlo. E la fazione ghibellina mori nel febbraio del seguente anno sul campo, ove cadde trucidato Manfredi. E al par della sua fu lungo tempo ignorata la morte di lei; e le speranze di Dante stavano già fin d'allora sepolte sotto quel mucchio di sassi, che la pietà de' soldati levò, unico monumento al re sventurato. Tanto erano antichi i mali d'Italia, e tanto simili ad ambascia le italiane speranze, che le speranze stesse di Dante potevano in gran parte reputarsi lontane memorie: ond'è che i suoi desiderii son tinti di cruccioso dispetto, e i suoi cantici di trionfo somigliano a lamento d'esequie; e tanta parte del suo Paradiso è un ditirambo di dolore; e il metro stesso del poema è il metro della triste elegia. Nè, se così pieno di memorie non fosse, tanto poetico in lui sarebbe l'affetto; perchè tutta dalle memorie sgorga la poesia; e con le immagini del passato compongonsi, dall'anima che sogna, gl'idoli dell'avvenire.

Incomincia dunque all' Italia un tempo nuovo. Con la vittoria de'Guelfi, alle spade da taglio sottentrano gli stocchi da ferire di punta, simbolo della nuova politica, più acuta che vasta, più sottile che forte. Con la vittoria de' Guelfi, all'Italia si comunica il lusso, si austeramente condannato da Dante; la contessa Beatrice, più

malefica del marito, porta seco il contagio de' dorati arnesi e delle vesti eleganti e delle amorose donne francesi. Con la vittoria di Carlo cominciano a farsi consuetudine le adulazioni turpi al vincitore qualunque egli sia, le bugiarde acclamazioni, gli applausi rei, le chiavi offerte in tributo dalle città prima vinte che viste. Con la vittoria di Carlo imparano i vincitori a dividersi l'oro italiano co' piedi, a trarre oro dalle lagrime, oro dalle maledizioni de' popoli.

Intanto che Carlo nel regno di Napoli trionfava, le condizioni di tutte quasi le italiane città venivano più o meno apertamente cangiando. Reggio, di ghibellina fatta guelfa, riceve i Modenesi co' Guelfi toscani; a Filippo Torriano succede Napoleone; la Marca è conquista d'un cardinale; Brescia scuote il giogo di Pelavicino tiranno, si dà a' Torriani, va incontro a Napoleone ed a' fratelli con rami d'ulivo: un Torriano è morto da' Ghibellini milanesi in Vercelli, e il sangue suo vendicato con la morte di cinquanta o figli o congiunti de' fuorusciti uccisori; e Napoleone grida: il sangue di questi innocenti cadrà sul mio capo, e sul capo de' figli miei. I Legati del Papa mettono in Lombardia più discordia che pace: i Guelfi cacciano i Ghibellini di Parma; Ghibellini e Guelfi si riconciliano in Firenze e stringono matrimonii. Pisa umiliata, per trenta mila lire si libera dall' interdetto: i Veneti s'impadroniscono dell'intera flotta genovese, e Genova un'altra sull'atto ne crea: i Ghibellini di Modena son difesi da Tedeschi, da Toscani e da Bolognesi; combattuti da Bolognesi, Toscani, Tedeschi. Vittorie insomma alternate a sconfitte, più vergognose talvolta delle sconfitte; brevi concordie, brevi trionfi, lunghi guai, tenaci odii, propositi perseveranti, fortissime volontà; esuberante la vita, in estrinseci atti sfogate e dilatantisi le potenze dell' anima: passioni non fiacche, virtù non bugiarde, misfatti non timidi. Robusti i corpi, ardenti le fantasie, svariate le usanze, giovane e maschio il linguaggio. La donna or conculcata come creatura men che umana, or venerata com'angelo, ora partecipante della virile fierezza, comunicante all' uomo le doti che la fanno divina. Vicenda a vicenda succedere com' onda ad onda ; la sventura alternata alla gioia, come a brevi di lun

ghe notti; il governo de' pochi e il governo de' troppi confondersi insieme. Alti fatti di guerra, esempi degni dell'ammirazione de' secoli, chiusi nel cerchio d'anguste città; grande talvolta, nella piccolezza de' mezzi, l'intenzione e lo scopo; parole ed opere che pajono formole d'un principio ideale. La religione sovente abusata, ma non si che i benefizii non ne vincano i danni: ignudi i vizii, ma non senza pudore; efferrate le crudeltà, ma non senza rimorso: memorabili le sventure, ma non senza compenso di rassegnazione o di speranze o di gloria. Le plebi occupate alle nuove arti, al traffico, al conquisto de' civili diritti; i nobili operosi spesso al bene, spessissimo al male, ma pure operosi; e dalle inquietudini dell'animo e dalle fatiche del corpo fugata l'inerzia, peste degli Stati, la noja, inferno degli animi. La religione non divisa dalla morale, nè la scienza dalla vita, nè la parola dall'opera: il sapere composto a forte unità. Le dottrine de' secoli passati abbellite di novità o per l'ignoranza delle moltitudini, o pe' nuovi usi in cui si venivano applicate, innovando. Novità ad ogni tratto nelle costituzioni, ne' costumi, ne' viaggi, nelle arti. Tale era il secolo in cui vide la luce Durante Aldighieri.

A lui fu grande maestra la pratica appunto de' civili negozii. «Niuna legazione (dice il Boccaccio) si ascoltava, a niuna si rispondeva; niuna legge si riformava, niuna pace si faceva, niuna guerra s'imprendeva... s'egli in ciò non desse prima la sua sentenza ". E quale dalla vita attiva provenga temperamento equabile alle umane facoltà, sempre intese a soverchiar l'una l'altra: quanta rettitudine di giudizii, agilità di concetti, sicurezza di modi, parsimonia d'artifizii, autorità, compostezza, i letterati moderni sel sanno, che per volere o per fortuna lontani dalla esperienza delle pubbliche cose, svampano in fiamma fumosa il calor dell'affetto; i fantasmi dell'immaginazione scambiano con la viva realità, or troppo meno or troppo più bella che ai lor occhi non paja: e parlano sì che gli uomini involti nella pratica delle faccende, quelle loro artifiziose declamazioni disdegnano; le moltitudini quell'affaticato linguaggio comprendono appena. Molto dunque dovè l'Allighieri all' essere vissuto cittadino non inerte di repubblica sua: dovè forse la

somma delle sue lodi, quella franca e virile severità, che già comincia nel Petrarca ad ammorbidirsi in gentilezze letterate, e nel Boccaccio è sepolta sotto le molli eleganze.

Ne gli studi dalle civili faccende, nè queste lo stolsero dagli studi: rara costanza e concordia di due in apparenza contrarii esercizii. «Per la bramosia degli amati studi non curò (dice il Boccaccio) nè caldo, nè freddo, nè vigilie, nè digiuni, nè alcun altro corporale disagio »: ed egli medesimo parla de' lunghi studi con grande amore consumati, e delle fami, de' freddi, delle vigilie sofferte, che lo dimagrarono per più anni. Queste cose son buone a ridire. Perchè, sebbene ne' giovani italiani sia in modo fausto scemata la cupidigia delle vergognose ricchezze e de' vituperevoli onori, e s' additino con dispetto gli esempi di chi vende a speranze indegne la coscienza e la fama; pur tuttavia manca ai più l'animosa pazienza di battere le lunghissime vie che alla vera lode conducono. Le facilità molte oggidì procurate a molte opere della vita fanno altrui parere mirabilmente agevole della sapienza l'acquisto; si che il piacere è da costoro creduto premio e corona al piacere. E veramente piene di diletti inenarrabili sono le fatiche dell' uomo che intende a conoscere e a difendere il vero; ma fatiche pur sono, e richieggono tempo e intensione d'animo e di mente, e vita modesta e astinente dalle turpi inezie del mondo.

"Se inimicato (dice il Boccaccio di Dante) da tanti e siffatti avversarii, egli, per forza d'ingegno e di perseveranza, riuscì chiaro qual noi veggiamo; che si può sperare ch'esso fosse divenuto avendo altrettanti ajutatori?» No. Con meno avversità l'Allighieri sarebbe sorto men grande: perchè gli uomini rari alla natura debbono il germe, alla sventura l'incremento di loro grandezza. Quella vena di pietà malinconica che nel poema pare che scorra soavemente per entro alla tempera ferrea dell'anima sua, quell'evidenza che risulta dalla sincerità del profondo sentire, quella forza di spirito sempre tesa e che par sempre quasi da ignoto movente irritata ed in alto sospinta, sono in gran parte debiti alle umiliazioni e ai disagi della sua calunniata, raminga e povera vita.

VITA DI DANTE

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Nacque in Firenze nel 1268, mori nel 1324 in Ravenna. Gli Allighieri o Aldighieri, delle più illustri case della città, avevano l'origine da Roma: ebbero affinità in Ferrara, cognazione in Parma: e l'ultimo loro rampollo, del casato de' Serego, io vidi in Verona, ritraente ne' lineamenti non so che dell'antico poeta. Famiglia guelfa, e guelfo maestro ebbe Dante, il Latini; e tra Guelfi combattè a Campaldino nell'anno venticinquesimo dell'età sua; tra Guelfi, dico, combatte nella prima schiera a cavallo fortemente, e provò la prima ed unica gioia della vittoria. Questa è cosa importante ad intendere gli scritti e le opinioni dell'uomo, il quale, nel giudicare severamente gli amici Ghibellini, rispettosamente taluni de' Guelfi nemici, e serviva al vero e ricordava i primi piaceri ed affetti della infelice sua vita.

Sull'età di nov' anni, il di primo di maggio, di solenne a Firenze, vide la figliuola di Folco Portinari, fanciulla di ott'anni circa, e l'amò. Della gioventù spese gran parte in istudi severi sui Padri della Chiesa, Aristotile e la sua scuola, i filosofi morali, e i poeti di Roma. Nè le scienze naturali neglesse. Nella lettura di un libro nuovo si profondava tanto da non accorgersi di moltitudine che schiamazzasse in gran folla. I poeti provenzali, francesi e italiani conosceva; e d'ogni cosa traeva occasione e materia a far più ricco il concetto e il dire suoi. Dal ventesimo al ventesimo sesto anno d'età (non ismettendo il pensiero delle cose civili, e tutta l'Italia co' suoi desiderii abbracciando) meditò versi di schietto amore

che lo angosciava con dolce forza, e vinceva quell'affetto delle mondane vanità che, morta Beatrice, lo tenne. Dal 1287 ell'era moglie a Simone de' Bardi; ma che né prima nè poi egli avesse da lei che ispirazioni pure, i suoi versi purissimi e la Commedia, il cui concetto dobbiamo a Beatrice, l'attestano.

Nel giugno del 1290 ella muore, e lo lascia percosso di tanto dolore, che per lungo spazio di tempo parve come tra dissennato e salvatico. E pensò forse allora a rendersi frate: certo, allora o poi, s'ascrisse ai terziarii di S. Francesco d'Assisi, santo da lui con si affettuosa venerazione cantato; e con quell'abito indosso volle, a quanto si narra, morire.

Dopo morta Beatrice scrisse la Vita Nuova, nella quale già promette opera maggiore in onore dell'Angelo suo. Fin d'allora l'aveva collocata nell'alto de' cieli, e fattala come simbolo della morale virtù; ma le sventure sopravvenute con gli anni lo condussero a porla simbolo della virtù politica ancora, la qual mai dalla morale non fu nel suo pensiero disgiunta. Fra le vampe dell'odio splende modesta e ispiratrice dell' ingegno suo unico la fiamma queta d'amore.

Consigliato da parenti e da amici, nel 1292 prese moglie Gemma Donati della possente famiglia di Corso, il barone superbo, di lì a poco si crudel nemico al poeta. Tal parentado gli parve onorevole, fin dopo accesi gli odii; nuova ragione a credere declamazione rettorica quell'unico testimonio del Boccaccio che Gemma gli fosse discara. Confessa egli medesimo lei, nell'esiglio del marito, aver

le possessioni sue proprie non senza fa- | tica difese dalla rabbia cittadina, e con quelle sé e i figliuoli piccioli sostentati. Dante non ne fa motto, perchè parlare di cose domestiche a lui pareva atto di debole vanità. E neppure de' figli fa cenno; non gli amò forse? Ma troppo è vero ch'altre donne egli amò nell'esilio: una fanciulla di Lucca, madonna Pietra degli Scrovigni di Padova, e vogliono ch'altre. Ma siccome la morte recente della Portinari appena lo salvò da un amore novello, e il matrimonio seguito due anni poi non ispense l'imagine nobilitatrice de' suoi primi pensieri, così possiam credere che le affezioni, pure forse, le quali alleviarono, variando, i suoi tanti dolori, non gli cancellassero dal cuore il nome di Gemma. Nè gli odii politici potevano a lei nuocere nel pensiero di Dante, che sì tenero parla di Forese, il fratello di Corso, e di Piccarda sorella di lui: che i nemici onorò sovente di lode sì piena.

Per otto anni o nove la repubblica l'ebbe tutto. Le nuove costituzioni popolari stringendolo, per aver parte nel reggimento, ad aggregarsi ad una delle arti, e' scelse quella de' medici e degli speziali, più prossima a scienza. Forse in questo frattempo cominciò il suo poema in lingua latina, che smesse ben presto, spinto da necessità di trasfondere più schietto in anime molte il dolore e lo sdegno dell'anima sua. E a questo tempo si rechino ancora le varie ambasciate sue in Siena, in Perugia, in Ferrara, in Genova, in Roma, in Napoli, in Francia, se crediamo al Filelfo; talune delle quali assai rilevanti, e le più con esito buono. La più notabile, e acutamente notata da Cesare Balbo, fu quella del novantanove in nome della taglia guelfa ai Comuni toscani, che a tale società appartenevano, perchè venissero a nominare un capitano novello di detta taglia. Nel governo popolano era dunque un altro governo guelfo più pretto; e Dante, poco tempo innanzi l'esilio suo, ci ebbe parte. Era di questa taglia Pistoia: nella quale città, sorta discordia tra i Cancellieri Bianchi e i Neri, Firenze, per chetare la cosa, li chiamò a sè. Quindi i Guelfi di Firenze divisi in Neri e Bianchi: e de' Bianchi, a' quali s'accostarono i Ghibellini, capo Vieri de' Cerchi, uomo rozzo delle cose civili; de' Neri, Corso Donati, uomo di

spiriti ambiziosi ed ardenti. Papa Bonifazio VIII teneva da' Neri. Si venne al sangue. Nel giugno del mille trecento Dante è creato de' sei priori; i Bianchi e i Neri rivengono alle prese, incitati più che placati dalla mediazione del cardinal d'Acquasparta i priori, per non si mostrare di parte, mandano a confino alcuni tra i capi de' Neri, e alcuni Bianchi, tra i quali era Guido Cavalcanti amico di Dante, genero di Farinata, odiato da Corso. I Bianchi furon più presto richiamati de' Neri, sebbene dopo finito il priorato di Dante. Nel decembre s'azzuffan da capo e poi nel gennaio del trecentuno. I Neri (più torbidi, a quanto pare, de' Bianchi) congiurarono per chiamar lo straniero come paciere: scoperti, son mandati a confino. Corso va a Roma brigando perchè venisse paciere il Valesio, nemico di que' d'Aragona, accetto al Papa. Dante è dalla repubblica inviato ambasciatore con altri; fatto già Guelfo de' Bianchi, non Ghibellino cioè, ma prossimo a quelli. Allora disse quella parola altera, ma che ben distingue l'uomo e la debolezza di parte sua: S'io vo, chi resta? S'io resto, chi va?

Carlo Valesio scende in Italia; i Bianchi di nuovo mandano Dante ambasciatore a Bonifazio: ma questi aveva già nominato il Francese Senzaterra, pacier di Toscana; credendo forse men guai di que' che successero. E che ligio in tutto non fosse Bonifazio alla Francia, la sua morte ce'l mostra. I due ambasciatori compagni al poeta ritornano; egli rimane a Roma, intanto che il primo di novembre del 1304 Carlo metteva piede nella tradita città. Addi cinque, Corso ritorna, e la guerra civile seco: saccheggiate, arse le case de' Bianchi; una legge dona al podestà licenza di chiamare a sindacato i fatti de' priori, anch' assenti. La qual legge, direttamente inimica al poeta, pesò su lui, quando accusato di barattería, all' avvenimento di Carlo fu ben tre volte in quattro mesi condannato con altri a grave multa; e se non pagava, guasti e confiscati i beni, e due anni frattanto in esilio per il ben della pace; e nell'ultima condanna, s'e' torna, bruciato. Che calunniosa fosse l'accusa di baratteria, superfluo accennarlo; nessuno de' suoi nemici la osò sostenere. Il Papa mandò di nuovo paciere il cardinale d'Acquasparta : ma, i Neri negando

raccomunare gli uffizi, la città fu da esso interdetta.

Da Roma giunto a Siena riseppe Dante meglio le nuove vicende, e della sua casa bruciata, ch'egli aveva onorevole in Porta San Pietro presso i Portinari, i Cerchi, i Donati; e de'terreni guasti in pian di Ripoli e altrove. Ebbe compagno nell'esilio il padre di Francesco Petrarca, nato nell'esilio appunto, e nel fornire d'una spedizione disavventurata. Degli altri compagni ebbe a dolersi, e forse troppo severamente, come di stolta compagnia e di malvagia. Forse i difetti loro erano vizii immedicabili della parte. Ma Dante in mezzo ad essi rimane quasi solitario; pellegrino scrittore, ardente d'odio, ma puro di cupidigia, innamorato di certa sua ideale giustizia, difficilmente applicabile a' tempi, ma che de' tempi ritraeva in parte gli errori e le antiche calamità dell'Italia.

Scacciati dalla guelfa Siena, sorretti da alcuni signori e da qualche città, i fuorusciti crearono un loro nuovo reggimento, del quale era Dante, accostatosi ai Ghibellini, sebbene non mai Ghibellino pretto e in Arezzo stavasi preparando alla guerra.

Incitato dal Papa, il podestà ne li scaccia, ond' eglino si ritraggono in Forli, dove aveva potere il ghibellino Scarpetta degli Ordelaffi, capitano degli esuli e di una gran lega stretta da molte città romagnuole; e da Arezzo con Federigo di Montefeltro e il fratel di Francesca da Rimini, con quattromila fanti e settecento cavalli incorrono in quel di Firenze; ma vanno respinti. Vennero da Verona soccorsi impetrati da Dante, che v'andò ambasciatore a Bartolommeo della Scala.

A Bonifacio succede Benedetto XI, che a pacificare Firenze manda il cardinale di Prato. Questi ebbe con Dante e col padre del Petrarca, come principali dei fuorusciti, un colloquio. Ma perchè la mediazione fu mal gradita da' Neri, altri tumulti nella città, nuovi esilii.

Nel 1304 lo troviamo in Toscana de'dodici consiglieri di parte sua, macchinante la guerra; troviam sottoscritto il suo nome tra' fuorusciti che guarentiscono agli Ubaldini rifacimento di danni nell' impresa che stava per farsi contro il Castello di Monte Accianico. Ed ecco i Bianchi rafforzati (mentre che pendevano i trat

tati dal Papa mediatore procurati in Roma), dissuadente il poeta, dopo breve indugio ma funesto, entran di nuovo nella contesa città: ma non so per qual fato esitanti, ben tosto si danno a vituperosa fuga. Allora forse il poeta sdegnato e scorato si scosta dagli esuli.

Nell'agosto del 1506 gli era in Padova, e ci chiamava Pietro il figliuol maggiore, che l'accompagnò poscia in Ravenna: poco dopo era in Lunigiana presso i Malaspina che lo eleggon arbitro d'una lite domestica: poco prima o poco dopo, se n' hanno vestigie nel Casentino. Che in questo tempo e'chiedesse, con la lettera: Popolo mio, che t'ho io fatto?, ritornare in patria, non so negare ned affermare: e parmi che, vivo il Donati, tale speranza dovesse parergli vana.

E su questo tempo pose mano al Convito, dov' intendeva comentare quattordici delle sue canzoni d'amore, far mostra di scienza, e a presentare Beatrice come simbolo della purissima sapienza. Quivi il simbolo ammazza la poesia: le citazioni soffocano la scienza stessa: e poche, ma potenti, s'incontrano le parole ispirate da quella virtù di fede amorosa e di sdegnoso dolore che lo fece poeta.

Circa il medesimo tempo mise pur mano al Trattato del Volgare Eloquio, nel quale, dopo filosofato al suo modo intorno all'origine e alla natura dell' umano linguaggio, e' discende alla lingua d'Italia e alla insufficienza letteraria de' suoi dialetti: trattato il cui scopo è men filosofico che civile, e mira a temperare il soverchio rigoglio del municipio, che fu la debolezza insieme e la forza della stirpe italiana. Perchè s'abbia, dic' egli, lingua letteraria degna, vuolsi una norma di perfezione alla quale attemperarla: e poichè le favelle d'Italia son tutte dell'altezza di tal norma minori, conviene da tutte scegliere le forme più evidenti, più nobili, e quelle che a più favelle ad un tempo siano comuni. Le cose che Dante con intendimento politico diceva dell' Italia antica, affine di congiungerne le forze sparte, taluni intesero torcerle all'Italia presente per sempre più le sue forze dividere. Ma a dimostrare quant' e' s'ingannino, basti ad avvertire che la Commedia da costoro additata come modello del dire illustre, è, nell'intenzione di Dante, dell'umile: e illustri al contrario le can

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