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tenditis? inquit. - VI: Navita (Caronte) quos jam inde ut Stygia prospexit ab unda Per tacitum nemus ire, pedemque advertere ripæ, Sic prior aggreditur dictis, atque increpat ultro: Quisquis es, armatus qui nostra ad flumina tendis, Fare age quid venias; jam istine et comprime gressum.

22. (L) MAL FU LA VOGLIA TUA... Sì TOSTA: caro ti costa il precipitoso volere, come quando volesti Dejanira moglie di Ercole

(SL) Di presso: Novellino, X: Mi fosse tanto di presso. Si volge al maggiore dei tre, al men furioso. MAL FU. OV. Met., IX. Nesso si vendicò, dando alla donna la veste intrisa dell'avvelenato suo, sangue. Ond'Ercole montò in furore. L'ira è contagio.

23. (L) TENTò: toccò per cenno.

(SL) TENTO. Horat Sat., II, 5: Cubito stantem prope tangens. Epist., I, 6: Fodiat latus. Inf., XXVII: Mi tentò di costa.

24. (L) NUDRÍO: educò.

(SL) CHIRONE. Lucano nomina de' Centauri questi tre Hospes et Alcidæ magni Phole (Phars., VI). (F) MIRA. Pensoso, come dotto. Di Chirone, vedi Stazio (Ach., II) e Virgilio (Georg., III). Ottimo: Sperto in arme e savio in medicina. FOLO. Lo nomina Stazio (Theb., III) e Virgilio (Georg., II) tra i furibondi Centauri e l'epiteto furentes mosse forse il Poeta a porre i Centauri saettatori de' tiranni e de' ladri. Altri si lagna che l'aio d'Achille sia messo all' Inferno; ma Virgilio anch'egli vi mette i Centauri, senz' eccettuare Chirone; altri lo facevano assunto in cielo. Folo era di quelli che tentarono il ratto d'Ippodamia (Ov. Met.). In Nesso è figurata la cupidigia violenta; in Folo, il violento furore. Boezio nomina i Centauri e lidice domati da Ercole. 25. (L) QUALE : qualunque. SI SVELLE: s'alza per sentire un bollore. CHE SUA COLPA SORTILLE cui le assegnò la sua colpa.

(F) SORTILLE. Sorte non è sempre caso. En., VIII: Laborem sortiti. Sap., VIII, 19: Sortitus sum animam bonam.

26. (L) COCCA: il di sotto della saetta. BARBA INDIETRO per parlare più chiaro.

FECE LA

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28. (L) GLI ERA AL PETTO: non arrivava più su: tanto Chirone era grande. - DUE NATURE: d'uomo e di cavallo.

(SL) PETTO. Dipinge così l'altezza del mostro. → NATURE. Lucrezio (V) dice i Centauri duplice natura, et corpore bino. Æn., VIII: Nubigenas... himembrès. (F) MORTI. Som: Anima separata non può muovere il corpo. -CONSORTI. Stephan.: Cmsortes, quorum fines contigui sunt. In S. Pietro, in altro senso: Consortes naturæ (II, I, 4).

cielo.

29. (L) Si ́SOLETTO: cosi io con lui. 'L c': ce lo. (SL) INDUCE. Som.: Necessitate inducente. 30. (L) TAL: Beatrice. DA CANTARE ALLELUIA: di NE: a lui e a me. FUIA: ladra. (SL) FUIA Da Fur. Nice. Soldanieri chiama la fuia la volpe. Altri intende fuia per nera da furvus, Chiama ladri i re tristi. Inf., VI: Tra l'anime più nere. (F) ALLELUIA. Apoc., XIX, 6: Audivi quasi vocem.. aquarum multarum... dicentium: alleluia. - Nuovo. La filosofia naturale e politica non fu mai posta finora così direttamente come grado alla divina.

31. (L) A CUI NOI SIAMO A PRUOvo: ci sia vicino e ci guidi. (SL) PRUOVO. Nel trecento anche in prosa. Voce viva, dicono, in Lombardia. Da prope i Latini propilius.

32. (L) GUADA il sangue.— COSTUI Dante. 33. (L) POPPA: lato Si. Riempitivo. - FA CANSAR:

fa che non nuoccia.

(SL) POPPA. II Boccaccio (Tes., III): Si volse... in su la poppa manca. Inf., XVII: Alla destra mammella. Giov., VII: Læva sub parte mammillæ. GUIDA. Lucano, di Nesso (Phars., VI): Teque per amnem Improbe Lernæas vector passure sagittas. Qui Nesso fa il mestier suo di tragittare: già saettato, saetta. - INTOPPA. Perchè D'intorno al fosso vanno a mille a mille. Intoppare col quarto caso vive in Toscana. Nel celebre proverbio dal quale incominciò Farinata: Vassi capra zoppa, se lupo non la intoppa.

34. (L) DEL BOLLOR VERMIGLIO: del sangue.

(SL) BOLLOR. Stat., It: Obiecta vias torrentum incendia cludunt.

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35. I' vidi gente sotto infino al ciglio. E'l gran Centauro disse: - Ei son tiranni, Che diêr nel sangue e nell'aver di piglio. 36. Quivi si piangon gli spietati danni; Quivi è Alessandro, e Dionisio fero, Che fe' Cicilia aver dolorosi anni. 37. E quella fronte ch' ha 'l pel così nero, È Azzolino. E quell'altro che è biondo, È Obizzo da Esti, il qual, per vero, 38. Fu spento dal figliastro su nel mondo. Allor mi volsi al poeta; e quei disse:

— Questi ti sia or primo, ed io secondo. 39. Poco più oltre, 'l Centauro s'affisse

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(SL) ALESSANDRO. Nel Convivio è lodato per la liberalità, non per altro. Distrusse Tebe; uccise i prigioni di Persia, e Menandro, Efestione, Callistene, Clito. Altri intende Alessandro di Fera atrocissimo, che vestiva di pelli gli uomini per farli mangiare a' suoi cani. Contro Alessandro il Macedone declama Lucano. Di Dionisio, il Poeta trovava menzione in S. Agostino e in Boezio, Due sono i Dionisii, e due gli Alessandri, Celebri i sospetti tirannici di Dionisio e la fine di lui. CICILIA per Sicilia il Boccaccio, sempre.

37. (SL) AzzOLINO. Anco nel Novellino. Ezzelino di Romano morto nel 1160, al quale accenna nel IX del Paradiso, non aveva fuori del sangue se non la fronte, segno di efferata tirannide. ESTI. Per Este è in Gio. Villani.

(F) ESTI. Soffocato dal figlio, Guelfo rabbioso, crudele, rapace. Costui fece lega con Carlo d'Angiò nella conquista di Napoli; onde fu complice alla rovina sveva. Fu fatto, dice il Boccaccio, per la Chiesa marchese della Marca d'Ancona: nella quale fece un gran tesoro, e con quello e con l'aiuto de' suoi amici occupò la città di Ferrara, e cacciò di quella la famiglia de' Vinciguerra con altri seguaci di parte imperiale. Ma perchè il parrieidio pare incredibile, Dante lo chiama figliastro, e dice per vero, perchè ne correva incerta la voce. 38. (L) FIGLIASTRO di lui.

(SL) MONDO. Vuol indicare che la vita del corpo gli fu tolta dal figlio, quella dell'anima e' se la tolse da sé. Onde nel I dell'Inferno: La seconda morte.

(F) VOLSI. Dante abborriva negli Estensi il seme guelfo. E però volgesi a Virgilio in atto d'ironica maraviglia. Dove trattasi di delitti, Virgilio non parla; lascia dire i dannati. Il Tasso, all'incontro, metteva tanta distanza dai Principi d'Este a lui, quanta dal Cielo all'Inferno.

39. (L) S'AFFISSE: si fermò.

(SL) S'AFFISSE. Purg., XXXIII. —GENTE. Fin qui i tiranni, ora gli omicidi, men fitti nel sangue. -BULICAME. Cosi dicevasi un'acqua termale aViterbo (Inf., XIV).

40. (SL) SOLA. Per l'enormità del misfatto. Nel IV dell' Inferno fa solo il Saladino per la singolarità dell'uomo. FESSE. Nel 1270 Guido di Monforte, Vicario di Carlo d' Angiò in Viterbo, nell' atto dell' elevazione

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dell' ostia, uccise d'una stoccata nel cuore Arrigo figliuol di Riccardo conte di Cornovaglia (divoto e buon giovine, dice il Boccaccio; semplice, dolce, e mansueto e angelico, dice l'Ottimo) per vendicare suo padre che nella battaglia d'Evesham, il 1265, combattendo contro Enrico III, fratel di Riccardo, fu ucciso, e il cadavere strascinato nel fango. Cosi fece Guido ad Arrigo: ucciso (dicesi con assenso di Carlo d'Angiò), lo strascinò fuor di chiesa. Il cuore di lui fu portato a Londra e posto in un calice d'oro in man d'una statua sul Tamigi: nella veste della statua è scritto: Cor gladio scissum do cui consanguineus sum (Vill., VII ). COLA. Cola sangue e grida vendetta; come il sangue d'Abele nella Genesi. [Vill., Ist., VII.]

41. (L) CASSO : petto.

42. (L) A PIÙ A PIÙ sempre più. PUR: Sol.

(SL) PASSO. Nesso lo prende in groppa: Virgilio,

a guado, o per l'aria. Nesso anco nel mondo fece l'uffizio di portare. Ovid. Met., IX: Nessus adit, membrisque valens scitusque vadorum. Nel sangue basso giaciono i rei di ferite, d'estorsioni.

(F) PIEDI. Ezech., XLVII, 5, 5, 6, 7: Mi condusso per l'acqua infino alle calcagna.......... infino alle reni........ Gonfie eran l'acque del profondo torrente che non si può guadare. E disse a me: Hai pur veduto, o figliuol dell'uomo. E mi condusse e mi volse alla ripa del torrente. E come io mi volsi, ecco sulla ripa del torrente legni di molti dall'una e dall'altra parte.

43. (SL) VEDI. Buc., I: Ut cernis.

44. (L) A PIÙ A PIÙ GIÙ PREMA IL FONDO...: quant' il fondo è più giù, tanto il sangue è più alto.

(SL) PREMA. Virgilio, d'un fiume (Æn., I): Pelago premit arva sonanti. Semint.: Premulo, per basso, de

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45. (L) MUNGE: spreme.

(SL) PIRRO. Epirota; assalitore prima de' Romani, poi de' Greci; o il Neottolemo infesto a' Trojani (En., III), il quale fece sua donna Andromaca, sebbene sposa ad Ermione (Isid., Etym., X, citato da un contemporaneo di Dante). Però doppiamente violento e tiranno. SESTO. Figliuol di Tarquinio; o il figliuol di Pompeo. Lucan., VI: Proles indigna parente.... Polluit æquoreos sículus pirata triumphos. — MUNGE. Purg., XIII: Per gli occhi fui di grave dolor munto. Il sangue bollente allarga quasi il varco alle lagrime: il gelo lo stringe (Inf., XXXII).

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Non paia strano che nell' entrare alla pena de' violenti il Poeta esclami: Oh cieca cupidigia, oh ira folle ! L'Apostolo chiama radice di tutti i mali la cupidità, cioè la volontà naturale disordinata di cosa qualsiasi: però c'entra l'ira violenta e rapace si degli omicidi, si de' ladroni di strada, e si de' governanti non giusti. Stazio (1): Cœcumque cupidine regni. Orazio: Fervet avaritia miseroque cupidine pectus (2).

Dice Aristotile (3) meno turpe l'incontinenza dell'ira che della concupiscenza. Ira, dice Tommaso (4), è meno di concupiscenza, e con quella ricchezza che fa maravigliosa la sua parsimonia, lo prova con quattro argomenti: perchè nell'ira è un principio di ragione, dove nella concupiscenza soverchiano i sensi; perchè nell'ira può più la subita forza del temperamento, il quale trasmettesi anco per la generazione, onde più spesso da iracondi nascono iracondi, che da incontinenti incontinenti; perchè l'ira si sfoga apertamente, la concupiscenza ama tenebre e frodi: perchè in questa è diletto, in quella il male stesso è accompagnato da pena. Ma d'altra parte l'ira, nota Tommaso (5), è più grave in quanto fa al prossimo maggior nocumento.

L'ira incontinente è fuor di Dite; l'ira bestiale de' tiranni, dentro. Il Minotauro, bestia e figlio di re, figura l'ira e la rapina tirannica, la quale si nutre di carne umana e di giovane sangue.

La rapacità si contiene sotto la violenza, della quale è una specie (6). La cupidigia muove i tiranni a rapina, l'ira a dare la morte. Ne' Centauri figura, dice il Boccaccio, gli uomini dell'arme, co' quali i tiranni tengono le signorie contro a' piaceri de' popoli. Virgilio li pone alle porte d'Inferno, a posare (7): stabulant. Meglio

metterli in caccia. I violenti in Ezechiele (1) son detti cacciatori, e nella Genesi Nemrod. E i Centauri in Inferno saettano i tiranni come fossero fiere selvagge; il che rammenta la storia di Nabucco.

Della rapina e privata e pubblica, così la Somma (2): La rapina è violenza e costringimento per cui togliesi contro giustizia ad altri quel che è suo. Chi per violenza toglie cosa altrui, se è persona privala opera illecitamente e commelte rapina, siccome apparisce ne' ladroni; ai principi poi la podestà pubblica commettesi per questo che sieno della giustizia custodi, e però non è lecito ad essi usare violenza e costringimento se non secondo il tenore di giustizia, e ciò contro i nemici con la guerra o contro i cittadini rei con la pena. Se poi contro giustizia essi prendono violentemente le altrui cose, commettono rapina e sono alla restituzione tenuti. E quanto alle prede di guerra, è da distinguere che se s'ha guerra giusta, le cose con forza acquistate in guerra diventano di chi le prende; e questa non è rapina; sebbene si possa anche in guerra giusta peccare con l'intenzione per cupidigia di preda; cioè, se non per la giustizia principalmente combattesi, ma per la preda (3). E quanto a' principi, se eglino da' sudditi esigono quel che è ad essi dovuto secondo giustizia per conservare il comun bene, anco se violenza s'adoperi, non è rapina. Ma se indebitamente per violenza estorcano, gli è rapina siccome il latrocinio, onde dice Agostino (4): Remota justitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia? Quia et latrocinia quid sunt nisi parva regna? Ed Ezechiele (5): Principes ejus in medio illius quasi lupi rapientes prædam. Onde sono tenuti alla restituzione siccome i ladroni, e tanto più gravemente peccano

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de' ladroni, quanto più pericolosamente e più comunemente contro la giustizia pubblica fanno: della quale son posti a custodi.

Tyranni maxime violentias subditis inferunt (1); e Aristotile (2): I tiranni che guastano la città e rubano le cose sacre non chiamiamo semplicemente illiberali, cioè avari. Il motto di Geremia (3): prædo gentium corrisponde al titolo che dà Lucano al Macedone di felix prædo (4); e forse ad ambedue i passi avrà Dante avuta la mira. L'Ottimo a questo luogo: È da notare come la tirannica signoria è pestilenziosa e malvagia... Intende il tiranno solamente il suo bene proprio di che elli è male di tutto il rimanente. Item è iracondo acciocche li sudditi per forza non sperino in alcuna sua tranquillitade... Ed è senza ragione rubesto e fiero... e questo perocchè non si fida: elli crede che ciascuno procuri il suo distruggimento. Ed è salvatico, che mai colli suoi cittadini non usa, nè ha con loro dimestichezza o familiarilade; e questo perchè nol conoscano, e perchè nol trovino lascivo e abile alli loro voleri... Toglie le forze d'ogni singolare persona, perchè non li possano rubellare; vive con gente strana e di mala condizione,

quali per la loro crudeltade tengono sotto paura tutto il popolo... E però che li tiranni hanno tali

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condizioni nel mondo, si li accompagna là con quelli centauri animali mostruosi.

Tommaso (1): Tyrannorum dominum diuturnum esse non potest cum sit multitudini odiosum: che rammenta quello dell' VIII del Paradiso: Se mala signoria che sempre accora Li popoli suggetti. Ma quella sentenza è per terrore ed ammaestramento de' popoli temperata dall'altra (2): Tyranni sunt instrumentum divinæ justitiæ ad puniendum delicta hominum.

Due volte, a quel ch'io rammento, ha Dante la voce tirannia (3), due volte la voce tiranno, laddove dice che Romagna non è, e non fu mai Senza guerra ne' cuor de' suoi tiranni (4), e che le terre d'Italia tutte piene Son di tiranni (5) : egli che tante volte pronunzia con riverenza i nomi di re e imperatore, e che da Tommaso apprendeva a distinguere re da tiranno. Regnum non est propter regem, sed rex propter regnum, quia ad hoc Deus providit eis, ut regnum regant et gubernent, et unumquemque in suo jure conservent: et hic est finis regiminis, quod si aliud faciunt in seipsos commodum retorquendo, non sunt reges, sed tyranni (6).

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CANTO XIII.

Argomento

Nel secondo girone de' violenti penano i suicidi, trasformati in aspri tronchi sensibili, come il corpo di Polidoro in Virgilio. Le Arpie li divorano, come in Virgilio l'avoltoio divora il cuore di Tizio. E le Arpie da Virgilio son poste sulla soglia d'Inferno. Il Poeta trova Pier delle Vigne, secretario di Federigo II. Poi rincontrano anime nude inseguite da cagne nere che vanno per lacerarle, e sono i prodighi che disperati si uccisero o si lasciaron morire, prodighi bestiali, non che incontinenti.

Canto pieno di vita e di varietà, perché storico la miglior parte.

Nota le terzine 1, 2, 5, 8, 9, 12, 14, 15, 19, 22; 24 alla 27; 54; 35 alla 48.

1.

Non era ancor di là Nesso arrivato,

Quando noi ci mettemmo per un bosco
Che da nessun sentiero era segnato.

2. Non frondi verdi, ma di color fosco;
Non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
Non pomi v'eran, ma stecchi con tosco.
3. Non han si aspri sterpi, nè sì folti,
Quelle fiere selvagge che 'n odio hanno,
Tra Cecina e Corneto, i luoghi colti.
4. Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
Che cacciâr delle Strofade i Troiani
Con tristo annunzio di futuro danno.
5. Ale hanno late, e colli e visi umani,

Piè con artigli, e pennuto 'l gran ventre.
Fanno lamenti in su gli alberi strani.

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(SL) MENTRE. Inf., XVII: Mentre che torni. Ha senso anche di fino a che, come il dum de' Latini. Pandolf.: Starà con voi, mentrecchè non l'abbandonerete. 7. (L) Torrien fede al mio SERMONE: non le crederesti a me.

(SL) TORRIEN. Petr. Sospiri Che acquistan fede alla penosa vita. — FEDE. Æn., III: Dictu video mirabile monstrum... Eloquar, an sileam?

(F) TORRIEN. I suicidi sono incarcerati in un tronco, perchè avendo gittata via la spoglia mortale, non meritano riaverla. Chi si priva della vita sensitiva, avrà solo la vegetante.

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