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38. Ma seguimi oramai; chè 'l gir mi piace. Ché i Pesci guizzan su per l'orizzonta, E' Carro tutto sovra 'l Coro giace : 39. E'l balzo via là oltre si dismonta.

fondo. E il dispregio che Dante dimostra degli usurai, e la compagnia ch' e' dà loro, provano ciò ch'è confermato dalle memorie del secolo, il molto male che faceva l'usura a que' tempi.

38. (SL) ORIZZONTA. Alla greca, come Calcanta (Inf., XX). Essendo il sole in Ariete, e all'Ariete precedono i Pesci due ore dunque mancavano a giorno. Il carro di Boote giaceva sopra quella parte donde spira Coro, vento tra ponente e maestro. Se il Carro ch'è in Leone è sopra Coro, dunque il Leone era già tramontato, o stava per tramontare la Vergine.

39. (L) VIA LA: là.

(SL) VIA LÀ. Dicesi in Toscana. Rammenta il Virgiliano (Æn., VI): Hac vice sermonum roseis Aurora quadrigis Jam medium ætherco cursu trajecerat axem, Et fors omne datum traherent per talia tempus. Sed comes admonuit, breviterque affata Sibylla est: Nox ruit, Enca. Dante passò nella selva dieci ore; entrò nell' Inferno sull'imbrunire; nel cerchio degli avari su la mezza notte; entra in Dite sull' alba. Virgilio lo sa per computo, non perché vegga luce. Il primo giorno è compito.

Sistema penale di Dante.

Nel distribuire che fa il Poeta le colpe e nell'appropriare ad esse le pene, è un ordine d'idee filosofiche e religiose che importa seguire. I Pagani stessi vedevano quanto la loro filosofia e religiosa e morale e civile fosse in tale rispetto incompiuta, e però desse luogo a ingiustizie nelle pratiche della vita. Degli stoici i più severi, quelli che, a detta di taluni, più s'accostano al senso della rettitudine cristiana, Orazio notava (1): Adsit Regula, peccatis quæ pœnas irroget æquas: Ne scutica dignum, horribili sectêre flagello.

Cicerone (2): In due modi si fa ingiuria, cioè o con forza o con frode.... e l'una e l'altra alienissima dall'uomo; ma la frode degna d'odio maggiore. Virgilio ad Aletto dà la passione dell' ire e dell'insidie (3), distinguendo anch'esso gl'impeti del peccare da' freddi consigli. Per sola la mente l'anima nostra differisce dalla bestiale (4): la frode dunque che abusa della mente è più rea, e però punita con più fieri dolori. Tommaso distingue sapientemente l'astuzia che può essere a buon fine

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ma usa mezzi non buoni, e che nel linguaggio delle Scritture è detta prudenza del mondo o della carne (1), dal dolo che è esecuzione dell'astuzia rea segnatamente in parole; e questo dalla frode che riguarda l'esecuzione dell'astuzia nei fatti. Gregorio (2) mette insieme alla pena i frodolenti co' frodolenti. Tommaso contrappone più direttamente violenza a giustizia; tradimento e frode e fallacia a prudenza (3). Dante nel Convivio : Quelle cose che prima non mostrano i loro difet ti, sono più pericolose, perchè di loro molte fiale prender guardia non si può; siccome vedemo nel traditore.

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(5) Æn., VII.

55.

-

sione più filosofica la Somma (1): L'avarizia in due modi eccede: primo, nel ritenere; e cosi nasce d'avarizia la durezza che non sente misericordia: secondo, nel prendere; e in questo rispetto può considerarsi doppiamente. Considerata nell'affetto, ne nasce che nell'acquistare l'altrui talvolta usa violenza, talvolta dolo. Se il dolo è in sole parole, dicesi fallacia; se con giuramento, spergiuro; e se il dolo si commette in opera, quanto alle cose sarà frode, quanto alle persone sarà tradimento. Di qui si raccoglie viemmeglio come il Poeta faccia la Lupa ammogliarsi a molti animali, e più che tutte le altre bestie avere preda (2); perché dall'avarizia nascono o con lei crescono i peccati e i vizii quasi tutti. E però profondamente Tommaso (3): Non accade che i figli d'un peccato capitale appartengano ai vizii del genere stesso; che al fine d'un vizio possono rivolgersi anco i peccati d'altro genere.

Abbiamo già ne' passi recati sentito numerare parecchie delle colpe alle quali Dante destina una bolgia da sè: altro ne rincontriamo in questo d'Aristotile, ed anche qui a proposito degli avari: Generi d'avarizia, tenaci, gretti, operanti servigi vili, viventi d'amori venali, usurai,.... giuocatori di sorte, spogliatori di morti, ladroni (4). Congiunge alla forza la frode e alla frode l'avarizia anco Virgilio laddove alle età pacifiche fa succedere la rabbia della guerra e l'amor dell'avere (5). E qui cade a notare singolar consonanza delle dottrine recate con un passo che è ne' Bollandisti: Quanto la povertà è luminoso e mirabile indirizzamento a virtù, tanto l'amore della pecunia è vile e reo strumento di vizio con verità l'Apostolo Paolo lo chiamò causa e fonte di tutti i mali (6). Di qui seguono la cupidigia de' difetti, gli spergiuri, le rapine, le stragi, l'invidia, l'odio fraterno, le guerre, l'idolatria, la smania del sempre ingrandire; e rampolli de' mali suddetti, l'ipocrisia, l'adulazione, la buffoneria, delle quali convien confessare essere causa l'amor del danaro. Nè solo Dio punisce costoro; ma eglino sé medesimi distruggono dentro, portando sempre un appetito insaziabile; e del desiderare non hanno termine (7); ed è insanabile piaga. Sempre l'amore della pecunia porta seco l'invidia (8) ..

Ecco dunque nell' ordine suo penale l'Inferno di Dante. La forza è ingiusta, offende gli altri uomini nella vita e nell'avere; quindi gli omicidi e i feritori e i devastatori e i predatori dell'altrui in un fiume di sangue. L'uomo fa forza

(1) 2, 2, 118. (2) fnf., 1; Purg., XX. (5) Som., 2, 2,118.(4) Eth., IV. (5) Æn., VIII. — (6) Par., IX: Il maladetto fiore Ca' ha disviate..... (7) Purg., XX: Fame senza fine cupa. (8) Inf., 1: Là onde 'nvidia, prima, dipartilla. Bolland., 1, 247. Vit. s. Sincletica,

ingiusta a se nella vita, uccidendosi; negli altri beni, disperdendoli ed abusandoli in modo da condursi a vile disperazione: onde i suicidi e i prodighi disperati (non i semplici prodighi) fatti tronchi che gemono sangue, e le Arpie li funestano co' lamenti, e col becco li lacerano. Si volge la forza ingiusta contro Dio negandogli onore in atti empii, o in parole, o violando le leggi della natura sua figlia, o dell'arte ch'è figlia della natura; i quali vizii punisconsi con una pioggia di fiamme. La frode, come più nera della violenza, è più basso e più tormentata. Que' che la usarono per trarre da vili passioni altrui vile lucro, o che per proprio diletto crudele ingannarono donne, sono frustati da' diavoli; gli adulatori giacciono nello sterco; i simoniaci, capovolti in buche infuocate; gl'indovini e maghi hanno la faccia per forza rivolta dalle spalle; i barattieri, tuffati nella pece bollente; gl'ipocriti camminano gravati in cappe di piombo dorate; i ladri, morsi da' serpi che si attortigliano ad essi e si trasformano ne' corpi loro; que' che frodarono altrui con consigli perfidi e fecero quasi un furto del vero, avvolti entro una flamma che gl'invola alla vista; i seminatori di discordia, secondo che più o men grave scissura fecero, lacerati o monchi o troncati nelle mani, nel viso, nel petto, o reciso il capo dal busto; que' che falsarono o la verità con parole o il prezzo delle cose con l'opera, o sbranantisi fra loro, o giacenti e ricoperti di piaghe e di lebbra puzzolente. Queste specie di frode esercitansi in genere contro chi non ha fiducia speciale, e però offendono la fede pubblica e la società, non infrangono i più stretti e più sacri legami. Ma sotto alle bolge digradanti nel pozzo profondo sono i traditori nel ghiaccio in quattro schiere: quei che tradirono fratelli o altri congiunti; que' che tradirono la patria che è parentela più intima come di madre, que' che tradirono i benefattori, che son da tenere più che se padri; que' che tradirono o Dio o il re che, nel concetto di Dante, è l'imagine di Dio sulla terra.

Or egli dichiara il perchè fuori della città infuocata rimangono i lascivi e i golosi, e gli avari e i prodighi, gl'iracondi con gli accidiosi e con gl'invidi e co' superbi; e lo dichiara con le dottrine d'Aristotile suo maestro. Il quale distingue 1' incontinenza ακρασία, la malizia κακία e la bestialità piors. E bestiale fa sinonimo a vile (1). L'incontinenza, dice Tommaso, non serbare il modo della ragione nella concupiscenza del l'onore, delle ricchezze e d'altro simile, che in se pajono essere bene (2). Per essa la carne che brama

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contro lo spirito lo soverchia. Onde Aristotile (1): Se alcuno è vinto da forti e soverchianti dileltazioni o tristezze, non è cosa ammirabile ma scusabile. E ben lo stesso filosofo nota, che l'incontinente non falsa il supremo principio del vero che è la retta estimazion delle cose, ma eccede nel desiderio del bene ed erra nella scelta de' mezzi; nell'incontinenza l'uomo, anco nell'atto del mał fare, in certa guisa si pente o arrossisce; questa gli è passata in natura. L'incontinenza, soggiunge Tommaso, è nella violenza degl'iracondi, nella veemenza dei malinconici, che sono di complessione troppo terrestre, nella rilassatezza de' flemmatici, nella debilità delle femmine (2). Il che dichiara la sentenza del filosofo: Due sorte sono di incontinenza, la sfrenatezza che previene il consiglio della ragione, e la debolezza che non si regge a seconda di quello. Può l'uomo essere incontinente di piaceri, d'onori, di ricchezze, di cibi, di sdegno; può, cioè, non si sapere ne' movimenti suddetti moderare; ma il male dell'incontinente non é malizia profonda. Ecco perchè alcuni vizii sono puniti e dentro e fuori della Dantesca città; l'avarizia fuori, dentro la simonia; perchè la prima è incontinente desiderio, l'altra è malizia più nera. Avvi però, secondo Aristotile stesso, un'incontinenza più colpevole e da riguardare come un certo genere di malizia; massime quella incontinenza che passa ad essere intemperanza ed è dal filosofo distinta così: L'incontinente sa che le cose desiderate da lui son cattive: lo intemperante si gode nell'abito; quella è terzana, questa è tisi.

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- L'intemperato, anco con pochi incentivi, ama il male (1). E forse anche per questo il Poeta pone quasi anello quell'incontinenza che viene da incredulità; e collocando gli eretici tutti a pena men dura de' frodolenti, poi gli scismatici a pena più grave (2), mostra com' egli distingua la incredulità personale dalla incredulità seduttrice e sconvolgitrice de' popoli.

Bestialità, secondo il greco filosofo, è qualunque vizio condotto a tale eccesso che par degno di ente irragionevole, che degrada l'umana dignità. Ogni viziosità è furore trasmodato. Diversa l'umana malizia dalla bestialità (3). In questo sistema tutti quanti i peccati possono passare per detti tre gradi, d'incontinenza, malizia, bestialità; e però Dante a' bestiali non assegna luogo distinto, ma questi insieme co' maliziosi colloca dentro delle mura infuocate. Levando a questa distinzione la corteccia scolastica, resta un succo di buona e teologica filosofia. Incontinenza è la corruzione del volere; malizia, v'aggiunge la perversione dell' intelletto; bestialità, l'operazione distruggitrice della social fede e unità. La ferocia della natura corrotta sconvolge l'anima, la quale ferocia palpando aizzi (4). E direbbesi adombrata la triplice distinzione nelle parole dell' Apostolo: criminalores, incontinentes, immites.

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CANTO XII.

Argomento.

Scendono al settimo cerchio, de' violenti: e'l primo girone è de' violenti in altrui. Sulla scesa sta a guardia il Minotauro: i violenti sono in un fiume di sangue bollente. Il Flegetonte in Virgilio (VI, 550) non è sangue ma fiamma. Stanno sepolti altri fino agli occhi, altri al naso, altri con soli i piedi, secondo i misfatti. I Centauri saettano chi si leva più su del dovere. Il Poeta parla a Nesso e a Chirone. Nesso lo porta di là dal fiume, e gli mostra talun de' dannati.

L'idea della rovina, quella del sangue che forse gli venne dalla storia di Tamíri, accennata nel XII del Purgatorio, e molte espressioni potenti, fan bello il canto.

Nota le terzine 4, 8, 10, 14; 17 alla 22; 24, 25, 28, 34, 35, 37, 42, 44.

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1. (L) ERA LO LOCO... ALPESTRO. Er' alpestre, e per il Minotauro che v'era, mostro da spaventare fin gli occhi, non che per passo di chi scende. 2. (L) L'ADICE. Caso obbliquo. co: chè ci mancasse sotto il sostegno.

PER SOSTEGNO MAN

(SL) RUINA. Æn., III: Hæc loca, vi quondam et vasta convulsa ruina....... — NEL FIANCO: En., I: Impulit in latus. La rovina di Monte Barco presso Rovereto si vede tuttora. L'Adige, il quale correva allora forse di li, scalzò la montagna nel fianco. Altri intende la rovina della Chiusa presso Rivoli seguita nel 1310; e lo scoglio allora cadde appunto nell'Adige e lo percosse. Ma io intendo che l'Adige percotendo il macigno lo scalzasse. Tanto più che la ruina di Monte Barco ha alcuna via per iscendere, quella della Chiusa no, almeno adesso. E acciocchè regga la similitudine col borro infernale, qualche via ci dev'essere; e l'alcuna della terzina seguente non può significare nessuna. Aggiungasi che cotesto canto probabilmente fu composto innanzi il 1510. — 0. Æn., XII: Veluti montis saxum de vertice præceps Quum ruit avulsum vento, seu turbidus imber Proluit, aut annis solvit sublapsa vetustas... Stat., VII: Sic ubi nubiferum montis latus aut nova ventis Solvit hiems aut victa situ non pertulit ætas ... Aut vallem çavat, aut medius intercipit amnes.

3. (L) ALCUNA VIA, ma dura per scendere.

4. Cotal di quel burrato era la scesa. E' n su la punta della rotta lacca L'infamia di Creti era distesa,

5. Che fu concetta nella falsa vacca. E quando vide noi, sè stesso morse, Si come quei cui l'ira dentro fiacca. 6. Lo savio mio invêr lui gridò: Forse

Tu credi che qui sia 'l duca d'Atene, Che su nel mondo la morte ti porse? 7. Pártiti, bestia: che questi non viene Ammaestrato dalla tua sorella; Ma vassi per veder le vostre pene. 8. Qual è quel toro che si slaccia in quella Ch'ha ricevuto già 'l colpo mortale, Che gir non sa, ma qua e là saltella;

4. (L) LACCA: ruina formante col pian sottoposto un bacino: la punta è l'estremo più alto.

(SL) LACCA. Cosi Pluto lo trovano dove si digrada (Inf., VI). INFAMIA. Ovid. Fast., I: Aventine timor alque infamia silvæ. Æn., VI: Veneris monimenta nefanda.CRETI. Vill., I, 6. Creta nel XIV dell' Inferno. Qui Creti fa il numero più soave. — DISTESA. Virgilio, di Cerbero (En., VI): Totoque ingens extenditur antro. 5. (L) NELLA FALSA VACCA di Pasifae.

(SL) CONCETTA. Buc., VI; En., VI.

(F) FIACCA. La forza dell'ira è debolezza. Inf., VII: Consuma dentro te con la tua rabbia.

6. (L) DUCA (duce) D'ATENE: Teseo. 7. (L) QUESTI: Dante. TUA SORELLA: Arianna insegnò a Teseo uccidere il Minotauro. VASSI: se ne va.

(SL) SORELLA. Ov. Met., VIII. 8. (L) IN QUELLA: in quel punto.

(SL) SLACCIA. Æn., II: Quales mugitus, fugit quum saucius aram Taurus, et incertam cxcussit cervice securim.

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(SL) CALE. En., VI: Occupat Æneas aditum.....Evaditque celer.

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10. (L) SCARCO: mucchio. MOVIENSI si moveano. (SL) SCARCO. Scarico, in Firenze, mucchio di sassi e di terra che da più luoghi in uno s'ammonta. - NUOvo. Inf., VIII: Quand' i' fui dentro, parve carca. Ov. Met., IV: Sacroque a corpore pressum Ingemuit limen. 11. (L) SPENSI: rammentandogli Teseo.

(F) BESTIAL. Som.: L'ira impedisce l'uso della ragione. SPENSI. Al Minotauro rammenta Teseo; a Pluto, Michele; ai diavoli, Teseo.

12. (L) DiscEst. Virgilio vi scese poco dopo morto, e Gesù Cristo scese al Limbo mezzo secolo poi. (SL) ANCOR. Inf., IV, IX.

sto.

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COLUI: Gesù Cri

(F) BASSO. Psal. LXXXV, 12: Inferno inferiori, per distinguerlo dal Limbo, detto Inferi. 13. (L) DISCERNO computando. Cerchio SUPERNO: Limbo. (F) COLUI. Quando Cristo mori, la terra crollò ele sepolture s'apersero e le pietre si spaccarono (Matth., XXVII, 54, 52). Il girone dei violenti e quel degl' ipoeriti soffersero soli la detta ruina, quasi a significare l'odio che il mansueto e candido Agnello dimostrò a questi due sopra tutti i vizii, e le due cause della morte di lui: ipocrisia e violenza. Come mai Virgilio, che dopo la morte di G. C. non era sceso laggiù, poteva sapere di questo? Virgilio tutto seppe; gli è il mar di tutto 'l

senno.

14. (L) FEDA: sozza.

(SL) FEDA. Fedità per sozzura in Albertano; e fedo in Pier Filippo Alamanni del 500.

(F) AMOR. Georg., IV: Chao densos Divùm numerabat amores. Opinione d'Empedocle, che l' omogeneità degli atomi fosse amore; i quali tendendo col tempo a nuov'ordine di cose, producono il Caos. Aristotile (Phis.; De anima, I) lo combatte. Ma da Aristotile stesso l' attrazione è detta figuratamente amore, la quale figura taluni intendendo alla lettera ridicolamente ne risero. Ott. Democrito... appellava il tempo della detta confusione tempo d' amistade, ch' ogni cosa amichevolmente stavano insieme. In altre senso più gentile e non meno filosofico, nelle Rime: Fagli natura quando è amorosa.

15. (L) RIVERSO: rovina.

(SL) VECCHIA. Æn., XII: Saxum antiquum, ingens. En. III e VIII: Suxo... velusto. ALTROVE. Inf., XXIII, XXIV. Si notino gli iati del verso, sonante ruina.

(F) Caos. Ov. Met., I. E anco tradizione cristiana, e la divisione che fa nella Genesi degli elementi il Creatore corrisponde quasi letteralmente alla descrizione di Ovidio, e ai versi di Virgilio nell' Egloga VI. Un inno della Chiesa, sublime: Illustre quiddam cernimus, Quod nesciat finem pati, Sublime, celsum, interminum, Antiquius cœlo et Chao.

16. (L) A VALLE: giù, QUAL CHE: qualunque.

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(SL) A VALLE. Inf., XX: Ruinare a valle.

(F) BOLLE. Ambr., Præf. II ad miss.: Lago misto di sangue e di fuoco, quanti riceve, gli ingoia insieme e arde. Lucan., VI: Ripamque sonantem Ignibus. 17. (L) C' IMMOLLE: ci bagni nel sangue.

(SL) CIECA. Cic. in Pis.: Cupiditus... cœca rapiebat. CUPIDIGIA. Æn., IX: Furor ardentem cædisque insana cupido Egit. Georg., I: Regnandi... dira cupido. Hai qui le due idee del canto, la cupidità tirannica e la predatrice. IMMOLLE. Par., XXVII: Oh cupidigia che i mortali affonde Si sotto te.

(F) FOLLE. Cic.: Ira initium insaniæ. — SPRONI. En., XI: Stimulis haud mollibus iræ. Som.: Stimolato da concupiscenza.

18. (L) LA MIA SCORTA: Virgilio.

(SL) IN ARCO. Æn., III: Portus... curvatur in arcum. Georg., II: Torquentur in arcus. — ABBRACCIA. Hor., de Art. Poet. Latior amplecti murus. (F) ABBRACCIA. Molti i tiranni. 19. (L) TRA'L PIÈ DELLA RIPA...: tra'l sasso erto e tagliato in tondo era un sentiero.

(SL) TRA. Molti de'sentieri d'Inferno il Poeta fa strettissimi (Inf., X, XXIII). — CORREAN. Æn., VII: Vertice montis ab alto Descendunt Centauri... cursu rapido. 20. (L) PRIMA ELETTE a meglio ferire.

(SL) ELETTE. Virgilio, di Pallante al vedere ignoti venire (En., VIII): Raptoque volat telo obvius ipse. 21. (L) COSTINCI: di costi.

(SL) LUNGI. Æn., VIII: Et procul e tumulo: Juvenes, quæ causa subegit Ignotas tentare vias? Quo

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