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Antiveggenza delle anime de' trapassati. Macchina del Poema.

II Foscolo loda Dante, come d'un suo trovato, del fare che le anime veggano il futuro lontano, e del presente non sappiano; acciocchè sia Così fatta al Poeta comodità di raccontare ad esse la storia di certe cose, e di certe altre sentirsela raccontare da loro. Il trovato sarebbe ingegnosetto, e proprio da dramma o da romanzo moderno; ma trovato non è; e come altrove, qui Dante attinge alla gran sorgente delle tradizioni, ch'è la vera fonte de' veri poeti. I quali più che inventare, trovano; e non nelle nuvole, ma edificano sul fondamento fermo delle credenze de' tempi. Non sarebbero a Dante mancati altri spedienti molti e più semplici a cantare e il presente e il futuro, come voci e apparizioni di spiriti celesti, o digressioni, e impeti lirici suoi (delle quali cose il poema abbonda) se lo spediente notato non gli si fosse offerto dall'opinione de'Padri intorno alla conoscenza delle anime separate, opinione fondata non solo in alcune parole della Bibbia, ma e nella filosofia dominante.

Insegna Tommaso che l'anima separata conserva la scienza acquistala (4); vede e i demonii e gli angeli, come il ricco crudele vede dai tormenti la gloria del povero già spregiato (2). Ma se degli angeli ha cognizione imperfetta, dell'altre anime l'ha più piena. La sostanza separata dal corpo intenderà quel che è sopra e solto di lei al modo che porta la natura sua propria; intenderà non volgendosi ai fantasmi, ma alle cose che sono intelligibili in sè; onde intenderà sè per sè stessa. Gli angeli hanno perfetta e propria cognizione delle cose; e le anime separate, confusa: onde gli angeli conoscono anche i singolari sotto le specie contenuti; ma quelle anime non possono conoscere per via d'esse specie se non que' singolari soltanto ai quali sono in certo modo determinate, o per precedente cognizione, o per alcuna affezione, o per naturali abitudini, o per divina ordinazione: dacchè ogni cosa ricevula in altra ci sta al modo che porta la natura del soggetto ricevente.

Dottrina dell'antica filosofia raffermata e illustrata in nuovo modo e più ampio da Antonio Rosmini, alla quale invano s'oppose taluno con leggerissima loquacità, si è che l'intelletto per natura sua vede gli universali, e quindi per opera

(1) Som., 1, 2, 89: e gli altri passi della Somma son tutti di questa medesima Questione.—(2) Luc., XVI, 23.

zione seconda i singolari: e di qui Tommaso deduce che l'intelletto, separato dagli organi corporali, conosce per ispecial modo alcuni singolari, ma non tutti, neppur quelli che sono al presente. E reca quel di Giobbe: Sive nobiles fuerint filii ejus, sive ignobiles, non intelliget (1). E dichiara così: L'anima separata conosce i singolari per questo, ch'è determinata a quella conoscenza per il vestigio d'alcuna precedente cognizione o affezione, o per ordinazione divina. Or le anime de' morti segregate dalla conversazione de' viventi e congiunte a quella delle sostanze spirituali separate da' corpi, ignorano quel che si fa tra di noi (2). E siccome le cose corporee e le incorporee sono diverse di genere, cosi sono meno distinte di cognizione (3). Quanto all'anime de' beati, Gregorio afferma che nel lume divino esse veggono le cose del mondo; Agostino par che ne dubiti la dove dell'amata sua madre dice: S'ella vedesse il dolor mio, non può che non venisse a consolarmi in visione. Ma codesto, ben nota Tommaso, è detto in forma dubitativa, e potrebbe soggiungere che è voce di troppo umano dolore, sfuggita all'uomo non ancora maturo nella meditazione e nell'eser cizio delle cristiane cose, e di spiriti pagani imbevuto. E non è questo il solo passo dove Agostino poteva parere men che maturo a' Cristiani così fortemente severi com'era Girolamo, e meritarsi parole di querela sdegnosa, alle quali egli, giovane tuttavia, mal rispose con affettata e quasi schernevole riverenza.

Segue Tommaso: Le anime de' morli possono avere cura delle cose de viventi anco che ignorino il loro stato, come noi abbiamo de' morti ancorchè il loro stato ignoriamo. E posson anco conoscere i fatti de' viventi, non di per sè, ma per le anime di coloro che di qui vanno ad esse. Agostino: Fatendum est nescire mortuos quid agatur. dum agitur, sed postea verum audire ab eis qui hinc ad eos moriendo pergunt. O per gli angeli, o pe'demonii, o che lo spirito di Dio lo riveli. Ecco dunque la prima parte della supposta invenzione di Dante, cioè l'opportunità del narrare egli vivo a' morti le cose del mondo, fondata

(1) Job, XIV, 21. - (2) Qui cita Greg., Mor., II. (5) Aug., de cura pro mort., XIII: Animæ mortuorum rebus viventium non intersunt. Ibi sunt ubi ea quæ hic funt seire non possunt.

nella tradizione de' tempi. Quanto al preconoscere esse anime il futuro, sebbene nell' Ecclesiaste sia detto: Sed nec eorum quidem, quæ poslea futura sunt, erit recordatio apud eos, qui futuri sunt in novissimo (4); e sebbene Tommaso anch'egli affermi che l'anima separata non conosce le cose future, le quali, non essendo enti in atto, non sono in sè conoscibili, perchè quel che manca d'entità manca di conoscibilità; nondimeno egli stesso concede che esse conoscono l'avvenire in parte nelle cagioni di quello, e dietro agl'indizii delle cose passate, la cui memoria non è spenta in essi. E possiamo aggiungere, che l'intelletto, sgombro dal peso de' sensi, siccome Dante dice dell'anima dormente (2), raccogliendo in sé più chiaramente il passato, ne deduce, meglio che gli uomini non possono, l'avvenire. Forse avrà Dante di ciò avute agli occhi altre autorità che a noi non ricorrono (per esempio i Bollandisti, 1-4050: Diabolus licet totius caput oblineat mendacii, multa tamen, conjiciendo de his præcipue quæ frequenter evenerunt, prænoscit), ed avrà forse pensato che la ignoranza del presente ai

(4) 1, 44. (2) Purg.. VIII,

dannati era pena; ai purgauti diminuzione di pena; e così l'antiveggenza del futuro a quelli maggiore tormento (1) pe' mali che leggevano in esso cagionati da' proprii peccati e dagli altrui; a questi cagione di pentimento, ed insieme anticipazione di quel soddisfacimento che le anime rette provano nel vedere adempito come che sia l'ordine della giustizia infallibile. A sostegno di questa, che non è mera invenzione, viene anco la comune opinione de' Padri (2), che il demonio innanzi l'avvenimento di Cristo lo prevedesse, e nato lui non lo sapesse riconoscere come vindice della schiava umanità: pensiero, lasciando stare gli argomenti teologici, di filosofica sapienza, che accenna ad una generalissima legge, cioè, gli spiriti erranti conoscere sempre tanto della verità quanto basta o ad illuminarli o a punirli, e l'ignoranza di alcuna parte d'esse verità esser loro data in pena dell'averla disconosciuta e oppugnata.

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CANTO XI.

Argomento.

Ristanno dietro a un sepolcro portante il nome d'un papa. Virgilio dichiara le divisioni dell'infernale città: e questo canto, ben dice Pietro, è la chiosa di tutta la Canlica. La città è divisa in tre cerchi, e d'uno in altro si scende. Idea conforme al virgiliano: Mœnia lata videt triplici circum

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(F) ANASTAGIO, papa nel 498. Fotino diacono di Tessalonica, tinto dell' eresia d'Acacio. Natale Alessandro (Ann., Sæc. V) dimostra che non fu Anastagio papa l'errante, ma sì l'imperatore. Il Poeta fu ingannato dalla Cronaca di Martino Polono. Som. Fotino pose che Cristo fosse prima uomo puro, e per merito della buona vita diventasse figliuolo di Dio.

4. (L) AUSI UN POCO PRIMA... AL TRISTO FIATO: assuefaccia al puzzo a poco a poco. NON FIA RIGUARDO: an

dremo più franchi.

(SL) Aust. Nel Convivio.

FIATO. En., VI: Talis

sese halitus atris Faucibus effundens supera ad convexa

ferebat.

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Dissi lui, trova, chè 'l tempo non passi Perduto. Ed egli: Vedi ch'a ciò penso. 6. Figliuol mio, dentro da cotesti sassi (Cominciò poi a dir) son tre cerchietti, Di grado in grado, come quei che lassi. 7. Tutti son pien' di spirti maladetti.

Ma perchè poi ti basti pur la vista, Intendi come e perchè son costretti. 8. D'ogni malizia ch'odio in cielo acquista, Ingiuria è il fine: e ogni fin cotale O con forza o con frode altrui contrista. 9. Ma perchè frode è dell' uom proprio male, Più spiace a Dio. E però stan di sutto Gli frodolenti, e più dolor gli assale.

5. (L) TEMPO dell'aspettare.

(F) PERDUTO. Consiglio che spesso ritorna. Inf., XXIX; Purg., III, XII; Par., XXVI. Nel XVII del Purgatorio approfitta d'un simile riposo per farsi spiegare l'ordine delle pene.

6. (L) DI GRADO IN GRADO: digradanti. -LASSI: lasci. Dai lascivi in giù cala sempre.

(SL) CERCHIETTI. In paragone de' gran cerchi celesti, e de' cerchi finora percorsi, ch' erano maggiori. 7. (L) PUR senza dichiarazione. COSTRETTI: stivati.

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10. De' violenti il primo cerchio è tutto:
Ma perchè si fa forza a tre persone,
In tre gironi è distinto e costrutto.
11. A Dio, a sè, al prossimo si puone
Far forza dico in sè, ed in lor cose,
Com'udirai con aperta ragione.

12. Morte, per forza, e ferute dogliose

Nel prossimo si danno; e nel suo avere, Ruine, incendii, e tollette dannose: 13. Onde omicide, e ciascun che mal flere, Guastatori e predon', tutti tormenta Lo giron primo, per diverse schiere. 14. Puote uomo avere in sè man violenta, E ne' suoi beni: e però nel secondo Giron convien che senza pro si penta 15. Qualunque priva sè del vostro mondo, Bistazza e fonde la sua facultade, E piange là dove esser dee giocondo. 16. Puossi far forza nella Deitade,

Col cuor negando e bestemmiando quella,
E spregiando natura e sua bontade.

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13. (L) OMICIDE: omicidi. MAL FIERE: ferisce a torto. GUASTATORI: devastatori.

(SL) OMICIDE. Questa terzina corrisponde alla precedente. Omicide a morte; mal fiere a ferute (chè si potrebbe ferir giustamente); guastatori a ruine e devastazioni ed incendii; predoni a tollette. Dice dannose per distinguere le grasse rapine dalle leggiere.

15. (L) VOSTRO MONDO: al Poeta che è vivo. SCAZZA: gioca in bische. FONDE: profonde.

1

-BI

(SL) BISCAZZA. Davanz., Ann., VI, e Firenzuola. -FONDE. Ários., XI: Il sangue.... fonde.

(F) PIANGE. Son colpevoli que' che si pascono del pensiero delle loro miserie, tanto più se coi loro falli se le son provocate. GIOCONDO. Perchè libero

dalle ricchezze ch' egli usava a peccato. Ovvero piange nel mondo dov'è comandato servire a Dio con letizia. Dante condanna le ingiurie commesse contro sè, perché, ogni amore incominciando da noi, chi non ama sè non può amare altrui. E punisce i prodighi co' suicidi, sebbene i prodighi abbia posti già cogli avari, perchè qui intende di quelli che per prodigalità si ridussero a morire od a vivere non dissimile dalla morte.

16. (L) NELLA: Contro. - BONTADE: i doni di natura. (F) DEITADE. Conv.: La somma Deitade, cioè Iddio. Som.: La Deità delle persone. Dio è la stessa Deità. NEGANDO. La Chiesa : Patrem negavit CUOR. Psal.

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XIII, 1: Dixit insipiens in corde suo: Non est Deus.

17. E però lo minor giron suggella

Del segno suo e Soddoma, e Caorsa, E chi, spregiando Dio, col cuor favella. 18. La frode, ond'ogni coscienza è morsa, Può l'uomo usare in colui che 'n lui fida, Ed in quei che fidanza non imborsa. 19. Questo modo di retro par ch' uccida Pur lo vincol d'amor, che fa Natura; Onde nel cerchio secondo s'annida 20. Ipocrisia, lusinghe, e chi affattura, Falsità, ladroneccio, e simonia, Ruffian', baratti; e simile lordura. 21. Per l'altro modo quell'amor s'obblia Che fa Natura, e quel ch'è poi aggiunto, Di che la fede spezial si cria.

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(SL) MINOR. Inf., XIV, XV, XVI, XVII. — CAORSA. Pone Soddoma pe' soddomiti, Caorsa per gli usurai, perchè molti ve n'era in Cahors; e caorsino, al dir del Boccaccio, valeva usuraio, ed era caorsino l'odiato da Dante, Giovanni XXII. Par., XXVII : Del sangue nostro Caorsini e Guaschi S' apparecchian di berc. Il Ducange reca decreti di Filippo l'Ardito contro gli usurai, qui vulgariter Caorsini dicuntur.

(F) SUGGELLA. Modo biblico. Apoc., V, VI, VII, VIII, X, XX.

18. (SL)IMBORSA. Inf., XXIV: La speranza ringavagna. Dal mettere la speranza in borsa al metterla in paniere non corre gran cosa. Le bolge rammentano la bolgetta della posta toscana delle lettere; ei simoniaci son messi in borsa di fuoco. E il nostro confiscare rammenta le fiscelle pastorali: è voce arcadica. Del resto, conservare, custodire la speranza, farne tesoro, e simili, sono modi comuni ed eletti.

(F) MORSA. Intendi, o che la frode è tal vizio che le coscienze più dure n' hanno rimorso; e Cicer. : Sua quemque fraus, suus timor maxime vexat; o che Virgilio voglia rimproverare i contemporanei di Dante come i più macchiati di frode.

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19. (L) QUESTO MODO DI RETRO: il frodare chi diffida. · UCCIDA: recida. PUR: Sol. CHE. Caso obbliquo. (SL) UCCIDA. Viene da cædere. Æn., III: Incidere funcm.

(F) VINCOL. Som.: Non potrebbero gli uomini insieme convivere, se l'uno all'altro non credesse. Som.: Carità, vincolo che unisce. FA. Arist. Fis. Quod natura efficit.

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20. (L) LUSINGHE: adulatori. — CHI AFFATTURA: maghi. - FALSITÀ: falsarii. BARATTI: barattieri. (SL) LUSINGHE. Inf., XVIII. AFFATTURA. Inf., XXIX, XXX. LADRONECCIO. Inf., XII. SIMONIA. Inf., XIX.- RUFFIAN'. Inf., XVIII.- BARATTI. Inf., XXI, XXII. LORDURA. Bocc.: I ghiottoni, i tavernieri ed altri di simile lordura disonesti uomini. Ma senza il di più potente. 21. (L) PER L'ALTRO MODO: frodando chi si fida, si rompe e il vincolo naturale e quel della fede data. NATURA. Caso retto. SPEZIAL: tra conoscenti fidati. CRIA: crea.

(F) MODO. Forma scolastica: alio modo. 1 FEDE. Conv.: Il traditore nella faccia si mostra amico, sicchè fa di sè fede avere. SPEZIAL. Voce delle scuole, e dicesi anco de' singoli.

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22. (L) MINORE: più stretto perch' ultimo. Lucifero. TRADE tradisce.

DITE: (SL) TRADE. Inf., XXXII, XXXIII, XXXIV. Anco nel XXXIII per tradiscé.

(F) MINORE. I traditori, come i più rei, stanno nel più stretto cerchio; e i soddomiti e usurai, come più rei del cerchio secondo, stanno nel più stretto girone e più declive: si perchè più rari, e si per più pena. 23. (L) RAGIONE ragionamento. POSSIEDE: abita. (F) PROCEDE. Som.: Ratio illa procederet. Forma scolastica e d'argomentazione: ad primum sic proceditur, e simili

24. (L) Quei della palude PINGUE (di loto): gli iracondi. ... CHE MENA 'L VENTO i lascivi. - CHE BATTE LA PIOGGIA i golosi. -... CHE S' INCONTRAN CON SI ASPRE LINGUE gli avari.

(SL) PINGUE. En., IX: Pingui flumine. Georg. I: Crassis... paludibus. Segneri: Acqua pingue. - MENA. Conv. Le foglie che 'l vento, fa menare. — BATTE. Æn., IX: Verberat imber humum ; IV: Vento pulsatur et imbri. 25. (L) ROGGIA: rossa di foco. -A TAL FOGGIA: in Inferno.

(SL) ROGGIA. Par., VI : rubro; XIV: robbio. (F) SoN. Som.: Iddio ama i peecatori in quanto sono e sono da lui; ma in quanto son peccatori, non esistono, ma mancano dall'essere, e codesto non viene in loro da Dio, onde in questo rispetto E' gli ha in odio

26. (F) Ovver. Perchè l'ingegno travia e la mente si svaga. Due cagioni d'errore

27. (L) DISPOSIZION dell' animo.

(F) TUA. Conv.: Dice il mio maestro Aristotele nel primo dell'Etica. Più sotto: La tua Fisica. PERTRATTA. È in Albertano ed era anche voce scolastica. (Aristotile e Som.) DISPOSIZION. Parola aristotelica (Eth., VII).

28. (SL) ACCATTA. Albert.: Accattare odio. 29. (L) CHE SU... SOSTENGON PENITENZA: gli incontinenti.

(F) SOSTENGON. Som.: 1 peccatori sosterranno mali penali da Dio.

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(Diss'io) là dove di' ch' usura offende La divina bontade: e'l groppo svolvi. 33. Filosofia (mi disse) a chi l'attende, Nota, non pure in una sola parte, Come Natura lo suo corso prende 34. Dal divino 'ntelletto e da sua arte. E, se tu ben la tua Fisica note, Tu troverai, non dopo molte carte, 33. Che l'arte vostra quella, quanto puote, Segue, come 'l maestro fa 'l discente: Si che vostr'arte a Dio quasi è nepote.

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31. (L) SOLVI i dubbi. SAVER saper. GRATA aggrada. (SL) SOL. Inf., I: 0 degli altri poeti... lume. AGGRATA. Par., XXIII: In che i gravi labor gli sono aygrati. DUBBIAR è nella Vita Nuova.

-

(F) SOLVI. Arist, Fis.: Solvere dubitationem. Som. Solvens subdit. Assolutamente. Crescenzio: Dubitasi perchè.... solvesi in questo modo, — DUBbiar. Della fecondità del dubbio sapiente ragionò, assai prima del Cartesio, Aristotile.

32. (L) RIVOLVI: torna. · Dr': dici.

(SL) RIVOLVI. Ov. Met., X: Quid in ista revolvor? -SVOLVI. Inf., X: Solectemi quel nodo. Dan., V, 16: Obscura interpretari, et ligata dissolvere. 33. (L) Cu L'ATTENDE: chi ci bada. UNA SOLA PARTE: in più d'un luogo.

NON PURE IN

(SL) ATTENDE. Col quarto caso. Psal. LXXVII, 4 : Attendite... legem. Som.: Si attendatur mutabilitas rei. Couv., II, 4: Aristotele pare ciò sentire, chỉ bene lo intende, nel primo di CIELO E MONDO. - NA

(F) PURE. Fisica ed Etica di Aristotile. TURA. Boezio nel libro delle Due Nature e Arist. Met., V. Somma: Natura vale il principio intrinseco alle cose; e tale natura è o la materia o la forma materiale. In altro senso dicesi natura ogni sostanza o ente, e in questo rispetto dicesi naturale alle cose quello che conviene alla sostanza di lei ed è intrinseco a quello.

34. (L) DIVINO 'NTELLETTO: la Sapienza. — SUA ARTE: la potenza.

(F) 'NTELLETTO. Som.: L'esser di Dio è tutt'uno col suo intelletto. - Il divin intelletto è l'istitutore della natura. Nel Convivio: Divin intelletto. ARTE. Som.: In Dio non sono più arti. MOLTE. È nel libro II. 35. (L) QUELLA... SEGUE: la natura segue l'arte come discepolo maestro. — NEPOTE: figlia della figlia.

(SL) DISCENTE. Nel Convivio.

(F) QUELLA. Arist.: Ars imitatur naturam in quantum potest. SEGUE. Som.: Arte è la retta ragione delle cose fattibili. Arist. Fis., II: Le cose di natura hanno in sè un principio di moto..... che non hanno quelle dell'arte... Quella genera cosa da cosa, come uomo da uomo... L'arte può rendere a qualche modo feconde le opere sue, ma non già nel medesimo modo. - L'arte altre cose fa che natura non può fare, altre imita. [ARTE. Alamanni, Coltivazione, I] NEPOTE. Tasso: Essendo l'arte figliuola della natura; e la natura, di Dio; l'arte di esso Dio viene ad essere in certo modo nipote.

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