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La Fortuna di Dante.

Qui Dante ritratta una sentenza del Convivio, dove diceva: Nell' avvenimento (delle ricchezze) nulla giustizia distributiva risplendere, ma tutta iniquità quasi sempre; sentenza in parte vera, ma disperata se le idee della Provvidenza divina non la rischiarino. Così il Tasso con un gioco di parole de' soliti chiamava la Fortuna cruda e cieca Dea... Che è cieca e pur mi vede. Ma più cristianamente Virgilio (4): Me pulsum patria, pelagique extrema sequentem, Fortuna omnipolens et ineluctabile fatum His posuere locis, matrisque egere tremenda Carmentis nymphæ monita, et Deus auctor Apollo; dove l'idea del fato è temperata da quella della provvidenza divina, e dell'umana autorità santificata dall'amore e dal senno. E Aristotele: Nella materia è la necessità, ed è nella ragione il fine delle cose (2). Ragione ha luogo nelle cose che sono o sempre o sovente: fortuna, in quelle che fuori di questo hanno luogo (4). L'elezione non essendo senza mente, la mente e la fortuna versano nel soggetto medesimo. Però le cagioni di ciò che segue fortuitamente non essendo definite, necessario è che le cose che vengono da fortuna sieno occulte all'umano vedere (3). Dove ognun vede come nel verso Ched è occulto com' in erba l'angue si vengano a fondere e la sentenza del Filosofo e l'imagine del Poeta: latet anguis in herba (5). E il Filosofo stesso: Sono taluni a cui la fortuna pare che sia cagione delle cose, ma incognita all'umana mente. Quasi divino e ammirando nume (6). E qui cade a capello la sentenza d'Agostino: Quelle cause che diconsi fortuite non le diciamo nulle, ma latenti, e le rechiamo alla volontà o del vero Dio o d'altro spirito (7). Le quali ultime parole dimostrano come l'idea del commettere ad uno spirito il ministero de' beni mondani non sia capriccio del Poeta, ma abbia fondamento in religiose tradizioni; e come

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la spera che volge la Fortuna dantesca non sia già la volubile ruota della dea favolosa, ma veramente una sfera di lume celestiale: onde il passo del Canto XV dell'Inferno: Giri Fortuna la sua ruota Come le piace, e 'l villan la sua marra, sia quasi un modo proverbiale e non contradica all'imagine qui lungamente svolta, che è quasi la macchina d'un intero poema. E però nella Monarchia Dante stesso: Pirro la chiamava Signora, la qual causa noi meglio e più rettamente Provvidenza divina appelliamo. Platone ad ogni cielo dà anch'egli un motore; di che è lodato nel Convivio di Dante. E siccome qui Dante chiama la Fortuna generale ministro del saper divino, e duce delle umane potestà, cosi Paolo (1) chiama gli angeli spiriti ministratori e diaconi. Ad ogni nazione la Bibbia e i Padri danno un angelo custode e ministro (2). Le corrispondenze della poesia e religione pagana con la cristiana non sono oggidì tanto osservate quant'erano da'primi padri, credo, non meno credenti di noi. E qui, per esempio, il passo dei Salmi: Quando coglierò il tempo io giudicherò le giustizie. Si è sfalta la terra e quanti sono in essa abitanti. Io assoderò le colonne di lei. Dissi agl'iniqui: Non vogliate iniquamente operare; e a' rei: Non vogliate rizzare il corno... Iddio è giudice: questo umilia e quello esalta (3), ha mirabile consonanza con quel d'Orazio: Namque Diespiter Igni corusco nubila dividens, Plerumque per purum tonantes Egit equos volucremque currum; Quo bruta tellus... Concutitur. Valet ima summis Mutare, et insignem attenuat Deus, Obscura promens. Hinc apicem rapax Fortuna cum stridore acuto Sustulit: hic posuisse gaudet (4). Altrove, meno sapientemente Fortuna savo læta negolio, et Ludum insolentem ludere pertinax Transmutat incertos honores, Nunc mihi, nunc alii benigna (5). Ha però qui il permutasse, e il lieta di Dante.

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CANTO VIII.

Argomento.

Flegiás viene a tragillare i due poeli, e li sbarca sotto la città di Dite infuocata: nel tragitto, esce del fango Filippo Argenti, Fiorentino bestialmente iracondo, della famiglia Adimari, nemica a Dante, la quale egli chiama oltracotata schiatta che s'indraca Dietro a chi fugge (Par., XVI); ed è maltrattato da Dante, da Virgilio, da tutti i compagni. I demonti che fan guardia alle porte, negano accesso al Poeta vivo.

La terzina Quanti si tengon... è la sovrana del canto. La scena di Filippo Argenti dipinge l'anima del Poeta. Nota le terzine 2, 5, 8, 9, 11, 12, 14, 16, 17, 21, 22, 24, 26, 27, 28, 37, 38, 40, 43.

4.

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dico seguitando, ch'assai prima Che noi fussimo al piè dell'alta torre, Gli occhi nostri n'andâr suso alla cima, 2. Per duo fiammette che vedemmo porre : E un'altra da lungi render cenno, Tanto, ch'a pena 'l potea l'occhio tôrre. 3. Ed io, rivolto al mar di tutto 'l senno, Dissi : Questo che dice ? e che risponde Quell'altro fuoco? e chi son que' che'l fenno?4. Ed egli a me: Su per le sucid' onde Già scorger puoi quello che s'aspetta, Se 'l fummo del pantan nol ti nasconde. 5. Corda non pinse mai da sè saetta, Che si corresse via per l'aer snella, Com' i' vidi una nave piccioletta

-

7.

6. Venir per l'acqua verso noi, in quella, Sotto 'I governo d'un sol galeoto, Che gridava: Or se' giunta, anima fella. - Flegiás, Flegiás, tu gridi a vôto (Disse lo mio signore) a questa volta. Più non ci avrai, se non passando il loto.. 8. Quale colui che grande inganno ascolta Che gli sia fatto, e poi se ne rammarca; Tal si fe' Flegias nell'ira accolta.

9. Lo duca mio discese nella barca,

E poi mi fece entrare appresso lui:

E sol quand' i' fui dentro, parve carca.

1. (SL) SEGUITANDO. Non è, come vuole il Boccaccio, indizio d'interruzione lunga del lavoro, ma vincolo strettissimo dell'un Canto coll'altro. Arios., XVI: Dico la bella istoria ripigliando. Conv., I, 10: Proseguendo, dico. Georg., IV: Protinus aërii mellis cœlestia dona Exequar. - TORRE. Nell' Inferno di Virgilio (Æn., VI): Stat ferrea turris ad auras. Una di qua dell'acqua per dare il segnale di quanti arrivano, una di là dove sono le Furie. Оcc. Georg., II: Locum capies oculis.

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tica galea non era si grande: quindi l'accrescitivo galeone. Virgilio, di Caronte (En., VI): Ipse ratem conto subigit, velisque ministrat. FELLA. Parla all' uno; che conosce che l' altro non era già ombra.

7. (L) PIÙ NON CI AVRA:: dannati non siamo.

(SL) FLEGIAS. Virgilio.pone nel suo Inferno (Æn., VI) Flegiás, il quale, per avere sua figlia Coronide partorito d'Apollo Esculapio, cieco dall' ira, bruciò il tempio del Dio: Phlegyasque miserrimus omnes Admonet, et magna testatur voce per umbras: Discite justitiam moniti, et non temnere Divos. Il Flegiás di Dante è, al solito, un demonio. E Flegiás da phżyw, ardere sta bene al barcaiuolo della città rovente. Lucan., VI: Flagrantis portilor undæ.

8. (SL) ACCOLTA. Horat., de Art. Poet. Iram colligit ac ponit temere. Æn., IX: Collecta... Ex longo rabies. 9. (L) PARVE CARCA: parve che un vivo la premesse.

(SL) CARCA. Æn., VI: Accipit alveo Ingentem Eneam. Gemuit sub pondere cymba Sutilis, et multam accepit rimosa paludem.

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(SL) CORREVAM. Æn., V: Æquora curro. TA. Hor. Carm., II, 14: Flumine languido Cocytus errans. ANZI. Mostra di credere che un giorno quel vivo verrebbe in Inferno davvero. E anche perciò Dante risponde cruccioso.

12. (L) RIMANGO in Inferno.

(SL) VEDI. Non vuol dire il nome. Indizio d'uom vile, secondo Dante (Inf., XXXII), e di dispettoso. 13. (L) ANCOR che. SIE: sii.

(SL) ANCOR. S'usava anco in prosa. L'omissione del che è amata dal popolo minuto vivente toscano. 14. (L) AMBE LE MANI per ribaltarlo. PER CHE: onde. (SL) AMBE. Era (dice il Boccaccio) uomo grande e nerboruto e forte.

(F) Via. Prov.. XXII, 24, 23: Non camminare con l'uomo furioso; non forse lu impari le vie sue. CANI. De' cani la rabbia impotente. Purg., XIV: Botoli... Ringhiosi più che non chiede lor possa. I Ghibellini in Firenze chiamavano i popolani cani del popolo. Basil.: Gl'iracondi infuriano a guisa di cani.

15. (SL) COLLO. Æn., II: Collo dare brachia circum. SDEGNOSA. Ha qui nobil senso: che non degna il male. BENEDETTA. Rammenta s. Luca (XI, 27): Beato il ventre che ti portò. 'N TE. Tuttora in Toscana: essere nel primo, nel terzo figliuolo.

16. (L) Que': Quegli. — S'. Riempitivo.

(F) FURIOSA, Basil.: Molti divennero padroni di coloro dai quali erano stati offesi; ma per essersi vilmente portati, níun nome di sè lasciarono a'discendenti. Solo coloro che seppero affrenare lo sdegno, la memoria loro all' immortalità consacrarono.

17. (L) BRAGO: loto. DISPREGI nel mondo.

-

(F) BRAGO: Hor. Ep., 1,2: Vixisset canis immundus vel amica luto sus. Prov. X, 7: La memoria del giusto con lodi, e il nome degli empi infradicerà. Is., XXVIII, 3: Da' piedi sarà conculcata la corona della superbia. Job, XX, 6, 7: Superbia... quasi sterquilinium in fine perdetur. Ecclesiastic., X, 21: Dissipò Dio la memoria de'superbi. Sophon., I, 12: Fitti nelle loro fecce. Pietro di Dante cita qui l'altro biblico: Reg., II, XXII, 43: LASCIANDO. Quasi mota delle piazze li calpesterò. Ecclesiastic., XXIII, 36: Lascerà memoria in maledizione. Baruch, III, 19: All' inferno discesero e altri sorsero in luogo loro

18. (SL) LAGO. Æn., VI: Stygios innare lacus. Psal. XXXIX, 2: De lacu miseriæ, et de luto fœcis. 20. (L) ALLE: dalle.

(SL) STRAZIO. Petr., Tr. della Cast.: Legar il vidi; e farne quello strazio Che bastò ben a mill'altre vendette: Ed io per me ne fui contento e sazio. Imitato languidamente.

21. (L) A: dålli a.

BIZZARRO: iracondo.

(SL) ARGENTI. Bocc.: Un cavaliere chiamato M. Filippo Argenti, uomo sdegnoso, iraeoodo e bizzarro più che altro. Post. Cod. Caet.: Ricco e forte, che fece il suo destriero ferrare d'argento. Ottimo: Di grande vita e di grande burbanza, e di molta spesa, e di poca virtude e valore. BIZZARRO. Il Boccaccio, di lui: Bizzarra, spiacevole e ritrosa. Arios., XVIII: Pien d'ira e bizzarro. Bizza in Toscana vive tuttavia. - VOLGEA. Æn., VII. Vertere morsus... in... Bocc.: M. Filippo... era rimasc fieramente turbato, e tutto in sè medesimo si rodea. SBARRO: apro. 22. (L) DUOLO: grido dolente.

(SL) PERCOSSE., Inf., V: Molto pianto mi percuote. En., XII: Nati concussa dolore. Georg., IV: DUOLO. Maternas impulit aures Luctus Aristœi. Arios., XI, sempre più lungo: Un lungo grido, Un allo duol le orecchie gli feria.

23. (L) GRAVI d' affanno.

(SL) APPRESSA. Æn., V, IX, XI: Jamque propinquabant scopulo... castris... portis.DITE. Georg., IV:

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33.

31. Sol si ritorni per la folle strada:
Pruovi, se sa; chè tu qui rimarrai,
Che gli hai scorta la buia contrada.
32. Pensa, lettor, s'i' mi disconfortai
Nel suon delle parole maladette;
Ch'i' non credetti ritornarci mai.
O caro duca mio, che più di sette
Volte m'hai sicurtà renduta, e tratto
D'alto periglio che 'ncontra mi stette;
34. Non mi lasciar (diss' io) così disfatto.
E se l'andar più oltre m'è negato,
Ritroviam l'orme nostre insieme ratto.
35. E quel signor, che li m'avea menato,
Mi disse: Non temer; chè 'l nostro passo
Non ci può torre alcun da tal n'è dato.
36. Ma qui m' attendi, e lo spirito lasso
Conforta e ciba di speranza buona;
Ch'io non ti lascerò nel mondo basso.
37. Così sen va, e quivi m'abbandona

Lo dolce padre. E io rimango in forse;
Che si e no nel capo mi tenzona.
38. Udir non pote' quello ch'a lor porse:
Ma e' non stette là con essi guari,
Chè ciascun dentro a pruova si ricorse.

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31. (L) SA tornare. SCORTA: mostrata. 32. (L) RITORNARCI: ritornare al mondo. 33. (SL) PERIGLIO. En., III: Heu! tantis necquicquam erepte periclis. STETTE. En., XI: Stetimus tela aspera contra.

(F) STETTE. Nella selva delle fiere; poi quando sciolse i suoi dubbi; poi quando lo prese per mano all'entrar della porta; poi quando rispose alle grida di Caronte, di Minos, di Pluto, di Flegias; e quando gli rese ragione dell' improvviso pallore all' entrare nel Limbo. Son più di sette. Ma forse qui sette sta per numero indeterminato, come ne' Proverbii (XXIV. 46): Sette volte cadrà il giusto e risorgerà. E la divina legge evangelica della remissione: Non solo selle volte, ma settanta volte sette (V. anche Luc., XI, 26; VIII, 2: Marc., XVI, 9). Som. Il numero sellenario significa il tutto (universitatem).

34. (L) DISFATTO: perduto. STRE: torniamo.

-

RITROVIAM L'ORME NO

(SL) DISFATTO. Nella Vita Nuova si dice disfatto da amore. — NEGATO. Æn., X: Fortuna negârat... reditus. RITROVIAM. OS., II, 6: Semitas suas non inveniet. Æn., IX: Vestigia retro Observata legit. 35. (L) DA TAL: Tale è chi cel då, Dio.

(SL) TAL. Petr. Ma miracol non è: da tal si vuole. DATO. Æn., VI: Datum molitur iter. 36. (SL) CIBA. Æn., X: Spes pascis inanes. Aug.: Nutrita di speranza. BUONA. Sap., XII, 19: Bona spei. Petr., Son. 193: In speranze buone. 37. (L) TENZONA: combatte.

(SL) Si. Petr.: Nè si nè no nel cuor mi suona intero. Il cuore invece del capo e il suonare non intero invece del tenzonare distinguono le anime de' due poeti ben più che dissertazioni lunghe. Gozzi: Combattuto dal si e dal no.

38. (L) POTE': Potei. A LOR PORSE: ai demonii disse. - A PRUOVA SI RICORSE: quasi a gara si ritirò. (SL) PORSE. Anche oggidi d' un oratore diciamo che porge con grazia; e non solo del gesto.

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42. (L.) LOR: de' demonii. PORTA d'Inferno.

(F) SERRAME. IS., XLV, 2. Spezzerò le porte di bronzo e i chiavistelli ferrei frangerò. Quindi è che il Poeta potè passar libero. La Chiesa, nel Sabato Santo: Hodie portas mortis et seras Salvator noster disrupil. Il Vangelo: Le porte d' inferno non prevarranno. 43. (L) VEDESTÙ: tu vedesti. LA SCRITTA Per me si va... (Inf., III). — Di qua entratoci. ERTA. I cerchi scendono sempre.

1

(SL) MORTA. Purg., I: La morta poesia che dipinse l'Inferno. Ad Hebr., VI, 1; IX, 44: Operibus ERTA. Inf., VI: Al punto dove si digrada. 44. (L) TAL: un Angelo. TERRA: città,

mortuis. QUAL: qualunque. (SL) PRUOVA. Bocc.: Il mulo passò avanti; per

Ira e sdegno.

Il Poeta configge nel fango gl'iracondi orgogliosi e dappoco, e però furiosi; e respinge l'un d'essi con parole, e Virgilio con mano; e gode e ringrazia Dio dello strazio che gli altri iracondi ne fanno; e per avere chiamato lui spirito maledetto, fa che Virgilio l'abbracci e lo baci e benedica sua madre. Appare di qui come Dante distinguesse dall'ira rabbiosa lo sdegno onesto; distinzione conforme alla filosofia cristiana, come provano le seguenti autorità.

sic

Aristotile (1), laddove dice dell'ira che non ascolta ragione, si conviene con Girolamo (2) laddove l'ira dal Vangelo ripresa dice quella che è senza causa; e Tommaso (3): L'ira si conviene con que'peccati che appetiscono il male del prossimo, come invidia e odio. Il che dichiara ancor meglio perché gl'invidiosi sieno cogl' iracondi nel fango medesimo; il qual ribolle a dinotare il moto dell'iracondia ribollente (4). Ivi entro i dannati si percuotono, e si sbranan co' denti, perchè quando l'ira percuote la tranquillilà della mente, la perturba lacerandola in certo modo e scindendola (5). E quella è palude esa

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lante fumo, che Virgilio e Dante (1) chiama amaro ed acerbo, perchè quell'ira che Aristotile e Tommaso distinguono dalla acuta col nome di amara, non si scioglie presto, per la tristizia che nelle viscere tiensi rinchiusa (2), e quella è quasi fuoco che accieca l'occhio del cuore (3). E son brutti di fango, e ignudi, e con sembiante offeso, perchè nulla è più deforme del viso d'uom furibondo (4), e si gorgogliano voci nella strozza senza parola intera, perchè la lingua dell'irato forma pure un grido, ma ignora il senso di quello che dice (5). La Glossa ai Proverbii (6): Porla di tutti i vizii è l'iracondia, la qual chiusa, a tutte le virtù sarà dato quiete. E alla porta dí Dite stanno diavoli stizzosi che respingono il Poeta e sono poi vinti dalle sdegnose parole dell' Angelo. E qui riapparisce la distinzione notata tra ira e sdegno.

Dice Tommaso: Secondo i Peripatetici, la cui sentenza più approva Agostino (De Civ. Dei, IX), l'ira e le altre passioni dell'animo diconsi moto dell'appetito sensitivo, o che sieno moderale se

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