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CANTO VII.

Argomento.

Vinta, con la risposta di Virgilio, l'ira di Pluto, discendono: dico discendono, perchè Pluto stava sul pendio tra 'l terzo cerchio ed il quarto. Quiri puniti insieme i prodighi e gli avari, e rotolano pesi col petto, e si dicono villania. Di qui viene il Poeta a parlare della Fortuna, genio motore dei beni terreni. Poi scendono al quarto cerchio lungo l'acqua di Stige che s'impaluda ad accogliere gl'iracondi per invidia, per superbia, o per altro; che tra loro si percotono o marciscon nel fango.

Il supplizio degli avari e de' prodighi, difficile a dipingere, è reso con rara evidenza.
Nota le terzine 4, 5, 6; 8 alla 12; 18, 19, 22, 26, 28, 30, 52, 55, 38, 40, 42, 45.

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(SL) TUTTO. Inf., IV: O tu ch' onori ogni scienza e arte. Virgilio è simbolo dell'umano sapere. Enea alla Sibilla: Potes... omnia (En., VI).

(F) PAPE. Pietro di Dante, o quell' altro antico coetaneo, che non lo poteva facilmente imaginare di suo, spiega: PAPE, esclamazione latina; SATAN Aleppe, principe de' demonii. Jo., XII, 54: Il principe di questo mondo. Ad Eph., VI, 12: delle tenebre. - II, 2: Il principe della potestà di quest'acre. Ivi egli parla d' infernali principati, potenze e virtù. E Matth., XII, 24; Luc., XI, 45: Belzebù principe de' demonii. ALEPPE. Aleph, in senso simile all' Ego sum alpha (Apoc., XXII, 13). Le parole di Pluto sono di maraviglia, e un volgersi a Satana, suo capo, per chiedere riparo contro l'invasione d' un vivo ne' regni della morte.

2. (L) TERRA: vieterà.

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4. Non è senza cagion l'andare al cupo: Vuolsi così nell'alto, ove Michele Fe' la vendetta del superbo strupo. 5. Quali dal vento le gonflate vele Caggiono avvolte, poichè l'alber flacca; Tal cadde a terra la fiera crudele. 6. Cosi scendemmo nella quarta lacca, Prendendo più della dolente ripa

Che 'l mal dell'universo tutto 'nsacca.

4. (L) VENDETTA: pena. -STRUPO: stupro, ribellione degli Angeli.

(SL) CUPO. Corrisponde all'Atons de' Greci e all'amfa de' Tonchinesi che val buio; e così chiaman essi l'Inferno. - VUOLSI. Ripete la risposta data a Caronte (Inf., III, t. 52), e a Minosse (Inf., V, t. 8).

(F) MICHELE. Dan., X, 15: Michele, uno de' primi principi; 24: principe vostro. Risponde all' Aleppe, capo e principio. La Chiesa: Michael princeps militiæ angelorum. Non le assorba il Tartaro; ma il vessillifero santo Michele le rappresenti nella luce santa. -STRUPO. Usato dagli antichi anco in prosa. È fornicazione della creatura il volger la mente ad altri che a Dio. Altri intende strupo per moltitudine. Ma far la vendetta d'una moltitudine non ha senso. Sap., XIV, 12: Principio della fornicazione è la ricerca degl'idoli. Os., 1, 2: Fornicherà dal Signore la terra. Aggiungi che nel libro d'Enoch gli angeli mali stuprano le donne e Michele li lega.

5. (L) FIACCA: è rotto dal vento.

(SL) GONFIATE. En., III: Inflatur carbasus austro. CAGGIONO. BOCC.: Il forte albero rotto da... venti, con le vele ravviluppate. 6. (L) LACCA: valle.

PRENDENDO CO' passi.

(SL) PRENDENDO. Georg., III: Campum Corripuere. En., VI: Corripiunt spatium medium. Georg., IV: Tenuemque magis, magis aera carpunt. Lor. Med., meno elegante: Quand' hanno poi di campo preso un pezzo.

7. Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa Nuove travaglie e pene, quante i' viddi? E perchè nostra colpa si ne scipa? 8. Come fa l'onda là sovra Cariddi,

Che si frange con quella in cui s'intoppa; Cosi convien che qui la gente riddi. 9. Qui vid' io gente, più ch'altrove, troppa, E d'una parte e d'altra, con grand' urli Voltando pesi per forza di poppa. 10. Percotevansi incontro: e poscia pur li

Si rivolgea ciascun, voltando a retro, Gridando:- Perchè tieni? e: Perchè burli? 11. Cosi tornavan per lo cerchio tetro

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(SL) STIPA. Æn., I e Georg., IV: Mella stipant, En., III: Stipat... carinis... argentum. -TRAVAGLIE. È nel Villani e nel Davanzati. -SCIPA. Dav., Ann., III, 54.

(F) PERCHÈ. Perchè siam noi tanto stoltamente rei e cupidi di rovinoso guadagno ? Lo stipar delle pene si contrappone all' ammucchiare dell' oro; e lo sciupo che fa la colpa, alle ricchezze avare da prodighi sciupate. 8. (L) Riddi: balli. Ridda, ballo in tondo.

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9. (L) D'UNA PARTE, prodighi. D' ALTRA, avari. POPPA: petto.

(SL) VOLTANDO. En, I: Manibus subvolvere saxa. — PESI. Æn., XI: Tormento ponderis acti. Orazio, della ricchezza: Argenti pondus (Sat. I, 1). -POPPA. Inf., XII; En., VI: Saxum ingens volvunt alii. Dovevano dunque rotolarlo carponi.

(F) TROPPA. L'avarizia più che tutte l'altre bestie ha preda (Purg., XX.) Æn., VI: Aut qui divitiis soli incubuêre repertis, Nec partem posuere suis, quæ mazima turba est.

10. (L) PUR Li: per l'appunto. PERCHÈ TIENI, tu prodigo? Perchè burli?: perchè tu, avaro, getti ?

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(SL) PUR LI. Fa rima con burli, come nell'Ariosto aver de' rima con verde; e in Dante (Inf., XXX) non ci ha, con oncia. BURLI. Burlare nell'antico Senese valeva gettare, e borlà nel Milanese vale cader rotolando. Il greco moderno ha poßoλdies.

(F) BURLI. Gli avari Perche tieni quel sasso, e non lo spingi o lasci ire più presto, tu che si poco sapesti tener le ricchezze? I prodighi: Perchè getti innanzi e non ritieni quel sasso, tu che afferrasti l'oro con mano si ferma ?

11. (L) ANCHE: di nuovo. riose parole.

ONTOSO METRO: ingiu

(SL) ONTOSO. È nel Villani. - METRO. Inf., XIX: Risposi lui a questo metro.

12. (L) ALL'ALTRA GIOSTRA: a scontrarsi nel punto opposto. COMPUNTO di pietà,

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In 'cui usa avarizia il suo soperchio. 17. Ed io: Maestro, tra questi cotali Dovre'io ben riconoscere alcuni Che furo immondi di cotesti mali. 18. Ed egli a me: Vano pensiero aduni. La sconoscente vita che i fe' sozzi, Ad ogni conoscenza or gli fa bruni. 49. In eterno verranno agli due cozzi.

Questi risurgeranno del sepulcro

Col pugno chiuso; e questi co' crin mozzi. 20. Mal dare, e mal tener, lo mondo pulcro Ha tolto loro, e posti a questa zuffa: Qual ella sia, parole non ci appulcro.

13. (F) SINISTRA. Gli avari a sinistra. Sempre a sinistra il peggio. 14. (L) IN LA VITA PRIMA¡A: al mondo. CON MISURA: chi troppo chi poco. FERCI: ci fecero.

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(SL) GUERCI. Buc., I: Mens... læva. -SPENDIO. nel Sacchetti. 15. (L) GLI DISPAIA: tornano a girare e a rincontrarsi.

(SL) ABBAIA. Hor. Ep., I, 18: Quod placet... Acriter elatrem. Boet.: Hæc ubi delatravi. Semint.: Abbaiasse cosa piagnevole.

16. (L) COPERCHIO: cherica. SOPERCHIO: eccesso. (SL) SOPERCHIO. Sostantivo. L'usa nel Convivio. (F) SOPERCHIO. Semint.: Avarizia è appetito soverchio d'avere ricchezza.

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(F) ALCUNI. Rammentiamo che l'Inferno di Dante è l'imagine del mondo qual era a' suoi tempi, com'egli dice nella Lettera a Cane. 18. (L) ADUNI: fai. AD SCONOSCENTE: cieca. OGNI CONOSCENZA....... GLI FA BRUNI : non si posson conoscere. (F) ADUNI. La memoria è l'atto di far uno nel pensiero il presente e il passato; e il pensiero stesso richiede e dimostra l'unità della mente. Som. Quello che noi separatamente intendiamo, dobbiamo ridurre in uno, componendo e dividendo a formare una enunziazione. Cogito da co-ago. Virgilio, in senso inverso: Quid cogitet... auster (Georg., I); Che vapori aduni. SCONOSCENTE. Senza conoscenza a cui seguire nasce l'uomo (Inf., XXVI). L'avaro e il prodigo disconoscono valor delle cose.

19. (L) Due cozzi: a scontrarsi e rimproverarsi. QUESTI: gli avari. E QUESTI: e i prodighi.

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24. Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
De' ben che son commessi alla Fortuna,
Per che l'umana gente si rabbussa.
22. Chè tutto l'oro ch'è sotto la luna,

E che già fu, di quest' anime stanche Non poterrebbe farne posar una. — 23. Maestro (dissi lui), or mi di' anche: Questa Fortuna di che tu mi tocche, Chee, che i ben del mondo ha si tra branche?24. E quegli a me. - O creature sciocche, Quanta ignoranza è quella che v'offende! Or vo' che tu mia sentenza n'imbocche. 25. Colui, lo cui saver tutto trascende,

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St RABBUFFA: si crucia e

21. (L) BUFFA: gioco. pena. 22. (SL) LUNA. Dan., IX, 12: Male qual mai non fu sotto tutto il cielo.

(F) POSAR. In una canzone dice che le ricchezze raccolte Non posson quictar, ma dan più cura. Ch' è la bestia senza pace ( Inf., I). Boezio, citato nel Convivio (IV, 12): Se quanta rena volge lo mare turbato dal vento: se quante stelle rilucono, la Dea della ricchezza largisca, l'umana generazione non cesserà di piangere. 23. (F) BRANCHE. Parola di spregio. Onde Virgilio lo rimprovera e mostra che la Fortuna è spirito celeste ministro di Dio.

24. (L) SENTENZA: ragionamento.

(SL) SENTENZA. Æn., X: Nec te sententia fallit. (F) IGNORANZA. Nella Monarchia parla della ignorantia regum atque principum talium. Som.: Ignoranza dell' intelletto talvolta precede l'inclinazione dell' appetito ed è cagione di quella; e però quant'è maggiore l'ignoranza, più scema il peccato e lo fa involontario; ma c'è un' ignoranza che segue all'inclinazione dell'appetito, e questa fa il peccato maggiore.

25. (L) COLUI: Dio. CHI: l'Angelo. — OGNI PARTE AD OGNI PARTE SPLENDE: ogni sfera ha uno spirito corrispondente.

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(F) SAVER. Psal. CIII, 24: Tutto facesti in sapienza. Psal. CXLVI, 5: Della sapienza di lui non è numero. - TRASCENDE. Modo famigliare alla Somma. FECE. PS. XCV, 5: Carlos fecit. CONDUCE. Par., II e XXVIII. Ad Epb., VI, 12: Principes et potestates (Degli angeli, assolutamente.) SPLENDE, Allo splendore di ogni cielo risponde un lume spirituale; e da questo diretti tutti i cieli riflettono la propria luce a vicenda in armonica proporzione.

26. (L) SPLENDOR MONDANI: di ricchezza e di fama, MINISTRA E DUCE: la Fortuna, angelo.

(SL) SIMILEMENTE. Modo famigliare alla Somma di s. Tommaso.

(F) DISTRIBUENDO. Som. Nulla vieta di dire che gli angeli inferiori furono per divino volere distribuiti ad amministrare i corpi inferiori, i superiori ad am

27. Che permutasse a tempo li ben vani

Di gente in gente, e d'uno in altro sangue, Oltre la difension de' senni umani. 28. Perch'una gente impera e altra langue, Seguendo lo giudicio di costei, Ched è occulto com' in erba l'angue. 29. Vostro saver non ha contrasto a lei: Ella provvede, giudica, e persegue Suo regno, come il loro gli altri Dei. 30. Le sue permutazion non hanno triegue; Necessità la fa esser veloce;

Si spesso vien chi vicenda consegue.

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ministrare i corpi superiori, i supremi ad assistere innanzi a Dio. DUCE. Le ricchezze, la fama, la potestà sono beni che vengono il più da cause esteriori e dalla fortuna: ond' anche diconsi beni della fortuna. 27. (L) OLTRE LA DIFENSION DE' SENNI UMANI: il senno umano non se ne può difendere.

(SL) PERMUTASSE. En., XI. Multa dies, variusque labor mutabilis ævi Rettulit in melius: multos alterna revisens Lusit, et in solido rursus fortuna locavit.· DIFENSION. In senso simile usa l'Ariosto: Del ponte.... Che Rodomonte ai cavalier difende ( XXXI, 63).

(F) TEMPO. Le alterazioni dal bene al male non possono essere se non circa le cose che soggiaciono al tempo e al moto. -GENTE. Prov., XXVII, 24: Non avrai perpetuamente potestà, ma la corona passerà da generazione a generazione. Dan., II, 21: Egli trasferisce i regni e gli stabilisce. Eccl., X, 8: Il regno trasportasi di gente in gente per le ingiustizie.

28. (L) PERCH': ond'. — CHED: ch'.

(F) OCCULTO. Lucrezio chiama la Fortuna vis abdita. En., X: Nescia mens hominum fati sortisque futuræ.

29. (L) PERSEGUE: fa eseguire.

(F) PERSEGUE. Nel senso latino di persequi suum jus, che seguiva all'atto del giudizio. Nota i tre atti di vedere, giudicare, operare secondo la sentenza data. DEL. Cosi, dic' egli nel Convivio, chiamano i Gentili le intelligenze celesti. E gli angeli nelle Scritture si chiamano Dei. Nel Paradiso le gerarchie degli Angeli chiama Dee (XXVIII, t. 41).

30. (L) Sì SPESSO VIEN CHI VICENDA CONSEGUE: son tanti che debbon passare alla volta loro, che poco spazio resta a ciascheduno.

(SL) NECESSITÀ. Orazio, alla Fortuna: Te semper anteit sæva Necessitas (Carm., I, 35); ma quivi intende la morte. [Cecco d'Ascoli, Acerba, lib. I, c. 1: In ciò peccasti, o fiorentin pocta, Ponendo che li ben della fortuna Necessitati sieno con lor meta. Non è fortuna cui ragion non vinca; Or pensa, Dante, se prova nessuna Si può più fare che questa convinca. Questo Cecco non ha inteso Dante. ]

(F) CHI. Se intende primo caso, conseguire vale ottenere; se quarto, conseguire val seguire; la vicenda allora segue, insegue l'uomo. En., XII: Qui me casus, quæ... sequantur Bella. Forsan miseros meliora sequentur. - Retectum Lancea consequitur. Mach., II, VIII, 11: Vindictam quæ cum... esset consecutura. Par., XVII: La colpa seguirà la parte offensa. Som.: Come l'essere consegue la forma, così l'intendere consegue la specie intelligibile. Conseguire nelle scuole denotava il vincolo indissolubile delle due cose; ma consegue a vicenda vale esser naturalmente soggetto a mutamento. CENDA. Il dolore di pochi è compensato dal piacere di

-VI

34. Quest'è colei ch'è tanto posta in croce

Pur da color che le dovrian dar lode, Dandole biasmo a torto e mala voce. 32. Ma ella s'è beata, e ciò non ode: Con l'altre prime creature lieta Volve sua spera, e beata si gode. 33. Or discendiamo omai a maggior piéta. Già ogni stella cade, che saliva Quando mi mossi; e 'l troppo star si vieta. 34. Noi ricidemmo 'l cerchio all'altra riva Sovr' una fonte, che bolle, e riversa Per un fossato che da lei diriva. 35. L'acqua era buia molto più che persa: E noi, in compagnia dell'onde bige, Entrammo giù per una via diversa.

molti. Jacop., I, 17: Apud (Deum) non est transmutatio, nec vicissitudinis obumbratio.

31. (SL) CROCE. Rusticucci sotto le fiamme cadenti si dice posto in croce (Inf., XVI): e croce chiamavasi ogni dolore, dopo la croce di Gesù, compendio ed esemplare di tutti gli umani dolori.

(F) QUEST'. Plin.: Sola cum conviciis colitur. La Fontaine : Et si de quelque échec notre faute est suivie Nous disons injures au sort. CROCE. Un lamento della Fortuna contro i suoi detrattori è in Boezio. E' dovrebbero, dice Dante, lodarla come ministra di Dio; la qual si move per norme più alte del senno

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(F) ODE. Boet. Non illa miseros audit: haud curat fletus; Ultroque gemitus dura, quos fecit, ridet. Questi ne fa una tiranna, Dante una Dea, ch'è più poetico insieme e più vero. — SPERA. Migliore imagine che in Pacuvio: Fortunam insanam esse, et cæcam, et brutam perhibent philosophi. Saxoque instare illam globoso prædicant volubilem. (II, 3, ad Heren.) 33. (L) PIETA: dolore.

(SL) CADE. É mezza notte passata. Æn., II: Jam nox kumida cœlo Præcipital, suadentque cadentia sidera somnos. Entrarono nell' imbrunire. Æn., VIII: Primisque cadentibus astris.

RIVERSA

34. (L) Noi ricidemmo....... all' alTRA RIVA: Passammo per mezzo per giungere alla parte opposta. sė.

(SL) RICIDEMMO. Si pensi che i dannati giravano intorno, e che il mezzo rimaneva vuoto. Æn., VI: Viam secat ad naves. - XII: Quacumque viam secat. - X: Curru medium secat agmen.—BOLLE. En., VI: Gurges Estuat

(F) BOLLE. Per indicare le inquietezze dell'ira, e le nascoste smanie dell' invidia, e la viltà dell' orgoglio.

35. (L) PERSA: rosso scuro. Per una via diverSA: non in dirittura dal cerchio che lasciammo.

(SL) BUIA. Platone dà allo Stige un colore cyaneum prope.

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Gli avari e i prodighi.

Gli accidios i, gl' fracondi, gl'invidiosi.

Vede il Poeta qui troppa più gente che altrove, perché l'avarizia è la lupa Che più che tutte le altre bestie ha preda (1) e similmente in Virgilio : Aut qui divitiis soli incubuêre repertis, Nec partem posuere suis, quæ maxima turba est (2). II supplizio del volgere sassi è pure in Virgilio: Saxum ingens volvunt alii (3), ch'egli tolse da Sisifo: e Dante forse da Virgilio tolse l'imagine del farglieli volgere a forza di petto, che gli avrà dato negli occhi il divitiis incubuêre, modo potente il quale si rincontra nel II delle Georgiche: Condit opes alius, defossoque incubat auro. Ivi stesso Virgilio chiama avaro Acheronte, ma nel senso, cred'io, d'avido divoratore di vite, che Dante avrà preso alla lettera, e però messo Pluto, il dio della ricchezza, alla soglia di questo luogo, e poi confitti in un'altra palude altri rei, la qual palude circonda l'Inferno virgiliano con ben nove giri.

Sapiente l'idea di mettere alla medesima pena gli avari e i prodighi, come son anco nel Purgatorio (4); che la prodigalità non è forse men dispregevole dell'avarizia e a molti vizi è ministra. Il prodigo per aver che gettare commette le indegnità dell'avaro. Nel Convivio rimprovera ai principi italiani la prodigalità e l'ingordigia, del pari sfacciate. E san Tommaso anch' esso mette accanto alla prodigalità l'avarizia (5).

Men facile a dichiarare e meno osservato si è quel che spetta all'accidia; Pietro c'insegna che la palude stigia era dal Poeta destinata non solo agl'iracondi, ma agli accidiosi, agl'invidiosi, ai superbi. Ne poteva dedurlo tanto da' versi quanto dalla viva voce di quello: il quale, nominando gl'iracondi, adopera la parola accidioso, e nel Canto seguente parla degli orgogliosi quivi entro sepolti; ma degl'invidi non fa cenno chiaro. D'altra parte noi vediamo nel Purgatorio espiarsi e la superbia, e l'accidia, e l'invidia: verisimile è dunque che il Poeta abbia voluto ponerle altresi nell'Inferno. Certo l'invidia da lui rimproverata a'suoi concittadini sovente meritava una

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pena. S'aggiunga che accidia negli antichi non ha solamente senso d'inerzia al bene, ma d'ogni non buona tristezza e d'ogni malinconia maligna, e però può comprendere anco l'invidia iraconda. E il nostro colloca l'invidia accidiosa al disotto, come Aristotele giudica gli accidiosi più colpevoli degl'iracondi. Ne paía strano ch'e' ponga a marcire insieme i tre vizii, perchè tutti vengono d'ira, e d'ira son padrí. Onde può dirsi che il quarto cerchio contenga soli gl'iracondi, ma divisi in più specie. L'idea della pena par tolta da Virgilio (1): Aliis sub gurgite vasto Infectum eluitur scelus. In Stazio, mentre che Laio passa lo Stige incontra degl' invidiosi. Di là forse il nostro prese l'idea della scena di Filippo Argenti, scena che egli fa tutta sua propria siccome suole.

Il Damasceno distingue quattro specie di tristezza: accidia, ansietà o angustia, compassione ed invidia. Or se rammentiamo che la gelosia e la Nemesi sono sotto l'invidia contenute (2), e che l'ira suppone tristezza (3): intenderemo come nelle paludi di Stige sieno coloro cui l'ira vinse, che furon tristi sotto la gioia del sole portando nell' anima fumo accidioso, e come tra essi sia Filippo Argenti, persona orgogliosa senza fregio di bontà, e però furiosa e invida del bene altrui, che si volge in sè stesso co'denti, così come Pluto, il demone custode del cerchio, consuma sẻ dentro con la sua rabbia. Invidia, dice il Nisseno (4), è tristezza de' beni altrui. Accidia, dice Tommaso (5), è la tristezza che abbatte lo spirito. L'uomo in tristezza non facilmente pensa cose grandi e gioconde, ma pur tristi; che illustra Tristi fummo Nell'aer dolce che dal sol s'allegra. L'accidia rende immobili all'operare le membra esteriori (6); che illustra lo star di coloro fitti sotto l'acqua sospirando, assorti in tristezza (7). Accidia è tristezza che toglie la voce (8): che illustra Quest'inno si gorgoglian nella strozza, Chè dir nol posson con parola integra.

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(1) Æn., VI. (2) Som., 1, 2, 35. (3) Som., 1, 1, 20.- (4) De Nat. hom., XIX. — (5) Sòm., 2, 2, 20. (6) Som., 1, 2, 35. - (7) Ad Cor., III, 7: Tristitia absorbeatur. Leo., 151. Invidice lacu. (8) Greg. Nyss., de Nat. hom., XIX.

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